lunedì, Settembre 21, 2020
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Bielorussia: la Guerra degli ultimi due Zar

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Continua la protesta pacifica del popolo bielorusso a 3 settimane dalla contestatissima elezione del Presidente – Dittatore ‎Aljaksandr Lukašėnka.

In carica dal 1994, ha retto il paese con pugno di ferro e metodi autoritari, imponendo con la forza la sua linea politica.

Con una percentuale di circa l’80%, lo Zar di Minsk ha sbaragliato i suoi avversari, in special modo la principale candidata Svetlana Tikhanovskaya che ha ottenuto alle elezioni un significativo 10%.

Dopo la formalizzazione della vittoria, la Tikhanovskaya, per paura di ritorsioni da parte del regime, ha lasciato con i figli il paese, venendo accolta in Lituania.

Sui social, quando ormai aveva raggiunto Vilnius, tra le lacrime, aveva affermato: «Dio vi risparmi la scelta che ho dovuto fare. So che molti mi capiranno, molti mi giudicheranno, molti mi odieranno. Pensavo che questa campagna mi avesse indurita, mi avesse dato la forza di sopportare qualunque cosa. Ma forse sono soltanto quella donna debole che ero all’inizio».

Il gesto è stato motivato dagli osservatori in primo luogo per preservare la sicurezza della sua famiglia.

L’apparato statale l’avrebbe “caldamente”consigliata di lasciare il paese.

In secondo luogo permane, tuttora, il problema relativo al marito  Sergei Tikhanovsky , un  blogger molto conosciuto in  patria che aveva cercato di candidarsi contro Lukashenko.

A tutt’oggi il marito dovrebbe essere ancora detenuto in carcere, dopo che, per dissuaderlo dal candidarsi, la nomenklatura aveva ordito false accuse che lo hanno silenziato.

Le proteste sono continuate nei giorni seguenti, assumendo toni sempre più violenti, con la morte di un manifestante e l’arresto di più di 2000 persone.

Ai pochi giornalisti stranieri, il regime di Lukašėnka ha tolto l’accredito ufficiale, oscurando i siti e i principali organi di stampa.

Forti critiche per lo svolgimento delle operazioni elettorali sono state pronunciate dalle principali Cancellerie europee nonché dagli Stati Uniti.

Negli ultimi giorni è stato schierato anche l’esercito al confine, per prevenire “attacchi esterni ed interni di qualsivoglia natura”, riferisce il portavoce del Presidente.

Il problema, infatti,al di là delle opposizioni interne, è duplice.

Il primo si riferisce ai difficili rapporti che la Bielorussia ha con alcuni stati confinanti che hanno appoggiato la Tikhanovskaya e criticato le elezioni.

In primis la Polonia che, soprattutto assieme alla Croazia, ha varato un piano militare e politico, il “Trimarium”, nell’intento di riunire gli Stati ex-comunisti facenti parte dell’Unione europea.

L’idea , fortemente voluta, è quella di creare una sorta di barriera fisica, geografica ed ideologica contro la vecchia e nuova Russia ed i suoi Stati alleati.

Evitare, insomma, che la Russia possa, dopo la Crimea nel 2014, espandere ancor di più la sua influenza.

Converrebbe, quindi, che la Bielorussia fosse più neutrale e meno legata a Mosca, nelle intenzioni polacche.

Il secondo punto riguarda appunto le relazioni tra Bielorussia e Russia.

Se la prima, da un punto di vista economico, dipende quasi dalla Russia per un 90%, la seconda vorrebbe avere una “longa manus” sul piccolo Stato.

Ecco perché Lukašėnka, in cuor suo, mal digerisce l’ampio credito istituzionale concesso pubblicamente da Vladimir Putin.

Sa di non poter fare a meno della Russia e delle sue materie prime.

Con le quali quali, ottenute a prezzi calmierati, ha potuto offrire ai suoi concittadini un modello di vita per certi versi simile a quello della Cina.

Una società a cui non manca niente, con un benessere basso, limitato all’essenziale, ma sicuro, a fronte della completa cessione della sovranità nelle mani di un oligarchia.

La lotta geopolitica nei Balcani è ben lungi dall’essere conclusa.


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