L’Italia tra il Coronavirus e la burocrazia

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L'Italia tra il Coronavirus e la burocrazia

Immaginiamo le due estremità di una corda: da un lato il Coronavirus, dall’altro la burocrazia.

Tirano entrambe mettendo a dura prova un’Italia coraggiosa che faticosamente si barcamena sotto i colpi dell’uno e dell’altra.

Autorizzazioni che non arrivano, plichi di fogli da compilare, indecifrabili procedure da seguire e poi regole, controlli, moduli, tabelle.

Chi più ne ha più ne metta.

Tornano oggi alla mente le profetiche parole del sociologo Max Weber, pioniere in questi studi.

Figlia dell’imperante razionalizzazione della società, la burocrazia è il tratto peculiare del mondo moderno.

Col passare degli anni l’apparato burocratico si è notevolmente diffuso e sviluppato, rendendo bene l’idea della weberiana “gabbia d’acciaio”.

Un’ ingombrante burocrazia

Estremamente pervasiva, la burocrazia non risparmia nessun settore della società: la pubblica amministrazione, il diritto, la scuola, la sanità.

Gli esempi maggiormente significativi arrivano dal diritto e dalla sanità.

La giurisprudenza italiana è tristemente nota per il suo lungo iter giudiziario; pensiamo ad esempio ai diversi processi caduti in prescrizione o ancora, “più semplicemente”, all’emanazione di nuove leggi.

Ma è in materia di sanità che la situazione si sta rivelando allarmante.

Nella fattispecie, mancano le mascherine e tutti gli altri dispositivi di protezione: tute certificate, guanti, occhiali e visiere. 

C’è dell’altro: paradossalmente le aziende che hanno convertito la loro produzione non possono commercializzare i presidi medici perché sprovviste delle autorizzazioni necessarie.

Fanno pertanto sorridere le recenti ordinanze, in vigore in toscana ed in lombardia, che impongono l’uso della mascherina ogni qualvolta si esca di casa.

Come facciamo ad indossarle se non ci sono? 

Nonostante le numerose discussioni sulla riconversione della produzione di diverse imprese sartoriali oppure dell’importazione dei macchinari necessari, attualmente il fabbisogno italiano non è coperto.

Stando così le cose alcuni imprenditori hanno deciso di fabbricare autonomamente, a proprie spese, i presidi medici e non sono mancate poi le iniziative dal taglio casalingo.

Dal punto di vista imprenditoriale una volta comprato e messo in funzione il macchinario la produzione subisce un arresto, quasi sempre perché mancano firme ed autorizzazioni: l’ostacolo burocratico non è aggirato.

ed un’idea per alleggerirla

“Nonna Antonietta” ed il suo prezioso lavoro

Fortunatamente invece,  l’impresa di “nonna Antonietta” va a buon fine.

Novant’anni, napoletana d’origine e sarta di professione: con l’aiuto di sua figlia Nunzia ha deciso di cucire e fornire gratuitamente le mascherine di cui la sua comunità, Giugliano in Campania, ha bisogno.

Un gesto davvero ammirevole e prezioso.

Ma com’è possibile una situazione del genere?

Col senno del poi si sarebbe dovuta prestare maggiore attenzione allo stoccaggio dei materiali, nonché individuare alcune aziende in grado di riconvertire pressoché immediatamente la loro produzione.

Sul piatto c’è un concorso di colpe: da un lato l’ingombrante presenza di un’onerosa burocrazia, dall’altro le nefaste conseguenze del binomio burocrazia-impreparazione.

Facciamo un passo indietro.

Cosa non ha funzionato

Dopo la Sars del 2002 e l’influenza aviaria del 2009 l’Oms aveva allertato i paesi: “attrezzatevi e preparatevi per affrontare le pandemie. E aggiornate i piani.”

Come si è comportata l’Italia? 

Il piano nazionale contro le pandemie non veniva aggiornato dal 2010!

Studiato appositamente per le influenze, prevedeva l’uso dei vaccini e soprattutto il conteggio dei dispositivi medici da utilizzare in caso di emergenza; le famigerate quanto introvabili mascherine FFP2 ed FFP3 per intenderci.

C’è di più: bisognava poi stoccare suddetto materiale, contare i medici e formarli al corretto utilizzo dei presidi che se usati nel modo sbagliato sono controproducenti.

Alla luce di tutto questo qualche piccola considerazione.

Senz’altro nel fare scorta ci siamo mossi tardi considerando anche che, in tempi non sospetti, abbiamo fornito il nostro materiale a chi ne aveva maggiormente bisogno; risultandone pertanto sprovvisti quando è toccato a noi.

Rimane adesso un po’ di amarezza in quanto in tempi normali questi presidi sono estremamente facili da reperire oltre che poco costosi.

In fin dei conti quest’emergenza sanitaria ha fatto breccia nella nostra impreparazione.

Se davvero, come tutti ci auspichiamo, questo virus si prenderà una pausa nei mesi estivi occorrerà servirsi di questo tempo in maniera intelligente, pianificando una risposta veloce ed efficace quando busserà di nuovo alla porta.