In crescita il fenomeno degli haters: cosa rischiano i “barbari dell’odio”

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La convinzione purtroppo generalizzata che la rete internet sia una sorta di zona franca è difficile da abbattere. Il web viene inteso sempre più come un luogo o rifugio sicuro dove poter sfogare le proprie frustrazione restando impuniti. Una sorta di retrobottega, per dirla usando un termine caro al sociologo Erving Goffman, nel quale albergano istinti poco edificanti. La  credenza però che il web sia una zona franca resta fortunatamente un’illusione. La legge, infatti, si applica (e non potrebbe essere diversamente) anche alle condotte poste in essere su internet. Recentemente la giurisprudenza è intervenuta per confermare che alle offese e minacce sul web si applicano le stesse sanzioni penali. Come la mettiamo allora con l’articolo 21 della nostra Costituzione? Nodo gordiano questo facile da sciogliere. La nostra Carta prevede sì la libertà di pensiero e di espressione, diritto certamente incomprimibile ma che trova come ostacolo la pertinenza e la contingenza della critica, seppur aspra e accesa. Si potrà allora ben comprendere come l’insulto, l’incitamento all’odio razziale, le minacce e le molestie abbiano poco a che fare con il già citato articolo 21 della Costituzione. Cosa rischiano allora i cosiddetti haters? Nella migliore delle ipotesi si passa al risarcimento del danno prodotto. L’articolo 595 del codice penale però non fa sconti: chiunque, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a 1032 euro. Pena che arriva fino a due anno se l’offesa si concretizza nell’attribuzione di un fatto determinato; a tale fattispecie criminosa se ne possono aggiungere altre, come la minaccia. Risponde di tale reato anche chi, per parlare del caso più frequente di facebook, aggiunge al post originale un commenta che va a corroborare la stessa portata offensiva. Recenti studi hanno rimarcato la particolare vulnerabilità delle donne, sempre più bersaglio di questo becero malcostume. La repressione naturalmente da sola non basta per arginare il mare magnum di questo fenomeno; è necessaria una rielaborazione di forme culturali che vadano nella direzione del rispetto e del buon uso delle pratiche sociali e comunicative. Questo non può prescindere dalla necessità di metabolizzare definitivamente la convinzione che virtuale non sia sinonimo di inoffensivo o aleatorio.