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Centri per l’impiego? Minimo 2 anni per farli funzionare

| 13 Dicembre 2018 | ATTUALITÀ, ECONOMIA

Secondo una inchiesta condotta da Dataroom, i centri per l’impiego italiani hanno dei gravissimi problemi che per essere risolti, nella migliore delle ipotesi, serviranno almeno due anni.

La riforma dei CpI è un cavallo di battaglia dell’attuale governo che ha già pensato di stanziare, nella legge di bilancio, delle risorse affinché diventino realmente funzionanti e funzionali, soprattutto per non rendere quello che sarà il “reddito di cittadinanza” solo mero assistenzialismo di bassa qualità.

Questo perché coloro che beneficeranno del reddito, dovranno necessariamente registrarsi al centro per l’impiego che avrà l’onere di aiutare il disoccupato nella ricerca di un nuovo lavoro. È ovvio che se il sistema si dovesse inceppare per un mal funzionamento dei centri sarebbe un vero e proprio disastro.

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Ma cosa bisognerà fare per rendere efficienti i centri?

Secondo Dataroom, format diretto da Milena Gabanelli per il Corriere della Sera, sono necessari 10 interventi urgenti che ora passeremo in rassegna.

Banca dati unica

Tutte le offerte di lavoro dovranno essere consultabili su tutto il territorio nazionale per permettere, a chi vorrà, di accettare un lavoro anche se in un’altra regione.

Ad oggi, le banche dati dei centri per l’impiego sono, nella maggior parte dei casi, regionali e questo significa che i disoccupati della Puglia non hanno accesso alle banche dati del Piemonte con un possibile risultato di mismatch e, infatti, se un’impresa piemontese dovesse aver bisogno di un lavoratore con una particolare competenza e magari questi (che nel frattempo è disoccupato e cerca lavoro) si dovesse trovare in Puglia, ci troveremmo nel classico caso di non incontro tra domanda ed offerta di lavoro. Tutto ciò non è solo teorico ma dai dati in circolazione ci sono centinaia di migliaia di casi del genere che sicuramente non rendono pienamente efficiente il mercato del lavoro nazionale.

Addirittura, in Lombardia la gestione dei centri per l’impiego è una competenza provinciale, pertanto, esistono banche dati (non comunicanti tra loro) per ogni provincia e per esempio un lavoratore di Varese, che cerca lavoro tramite il centro per l’impiego della sua città, non conoscerà l’offerta di lavoro di una impresa che si trova a Como. Tutto questo è assurdo e crea un’asimmetria informativa enorme.

Dialogo tra banche dati Inps, Inail, Agenzia delle entrate e Miur

Oggi, le banche dati Inps, Inail, Agenzia delle entrate e Miur non comunicano tra loro creando una vera e propria inefficienza di sistema. Attraverso la comunicazione tra le diverse banche dati, è possibile ricostruire la vita lavorativa, l’inquadramento, le mansioni svolte e i titoli di studio di ogni candidato, facilitando la vita a coloro che dovranno selezionare il personale. Oggi queste informazioni possono essere comunicate solo dal candidato stesso con una possibile effettiva discrepanza tra la dichiarazione del candidato e la reale situazione (curriculum non del tutto veritieri).

Velocizzare le pratiche per rendere un reale servizio alle imprese

Purtroppo la lentezza dei centri per l’impiego, la loro inefficienza e la troppa burocrazia esistente, scoraggiano le imprese che non si interfacceranno con i centri per l’impego per trovare idonei candidati per le posizioni vacanti ma richiederanno servizi privati di società di consulenza (sborsando anche lauti compensi). Anche questo aspetto concorre a rendere meno efficiente il sistema di reclutamento pubblico, che lamenterà di non avere richieste di lavoro da parte delle imprese, e renderà più oneroso il reclutamento di personale per le aziende stesse.

Semplificazione e minore burocrazia

Il personale dipendete dei centri per l’impiego, oltre ad essere di numero esiguo, spesso è chiamato a svolgere mansioni del tutto burocratiche togliendo del tempo prezioso al core business che è, appunto, aiutare i disoccupati a cercare un nuovo lavoro e ricollocarsi sul mercato del lavoro.

Accesso ai centri solo per coloro che cercano davvero lavoro

Anpal stima che dei 5 milioni di poveri aspiranti al reddito di cittadinanza, solo il 25 – 30% sia nelle reali condizioni di lavorare. Molti dei potenziali beneficiare hanno problemi, purtroppo, di tossicodipendenza o alcolismo ovvero molti poveri hanno un’età avanzata e difficilmente sono ricollocabili sul mercato del lavoro.

Questo è un aspetto su cui si dovrà intervenire perché altrimenti si correrà il rischio di sovraccaricare inutilmente i centri solo per svolgere operazioni di tipo burocratico/amministrativo togliendo tempo a chi realmente è in cerca di lavoro e può svolgere un lavoro.

Incontri reali e non app

Una delle proposte, per la riforma dei centri per l’impiego, è stata di snellire il tutto servendosi di applicazioni informatiche. Questo smaltirebbe lunghe code, farebbe risparmiare molti denari per l’assunzione di nuovo personale e darebbe la possibilità di velocizzare il reclutamento dei candidati. Il problema vero, però, è che la maggior parte dei candidati, ad oggi, non ha un’alcun minima dimestichezza con gli strumenti informatici rendendo la vita impossibile a chi realmente ha bisogno di essere aiutato. Un’idea teoricamente buona potrebbe trasformarsi in un reale disservizio che ci fa venire alla mente il film “io, Daniel Blake”.

Evitare che i centri diventino un assumificio

Un altro problema, forse opposto a quello pocanzi detto, è la possibilità di trasformare i centri per l’impiego in un “assumificio” fine a sé stesso. Il governo ha annunciato 4000 nuovi assunti ma se l’organizzazione non viene realmente risanata si corre il rischio di continuare a non produrre risultati e pertanto si verificherebbe solo uno spreco di risorse. Infatti, anche il governo Gentiloni aveva previsto 1600 assunzioni che ad oggi non sono state ancora fatte data l’inerzia delle regioni che non hanno pubblicato bandi.

Fondi solo a regioni che fanno funzionare il servizio

Nella precedente legge di bilancio sono stati stanziati 235 milioni di euro per il 2018 e altrettanti per il 2019 ai centri per l’impiego. La seconda tranche sarà corrisposta solo se si rispettano determinati requisiti. Il rischio è di commissariamento… ma la domanda che ci poniamo è: ma da chi?

Infatti, essendo una materia di competenza regionale, le regioni nel caso potranno fare ricorso con una altissima possibilità di vincerlo. Quindi “fuffa condita con fuffa”.

Naspi più lavoro nero: una cattiva abitudine tutta italiana

Purtroppo non è infrequente che i beneficiari dell’indennità di disoccupazione (oggi Naspi) continuino a lavorare in nero. Questo perché il lavoratore, ricattato dal datore di lavoro che ha dalla sua parte il fatto di esigue possibilità lavorative, assume il lavoratore solo per il periodo necessario alla maturazione del diritto alla Naspi per poi licenziarlo subito dopo. In questo modo il datore di lavoro risparmia (con il rapporto di lavoro in nero) e il lavoratore vedrebbe diventare la Naspi un indennizzo per la mancata assunzione e contribuzione. Questo è ovviamente illegale ma purtroppo nella prassi è una pratica molto frequente.

Concorrenza tra pubblico e privato

Mettere in concorrenza le agenzie private con quelle pubbliche potrebbe essere uno strumento efficace per migliorare il funzionamento del sistema. La regione Lombardia, infatti, ha studiato un sistema del genere corrispondendo un compenso/premio per le agenzie che riescono a formare e riqualificare i disoccupati che si sono a loro rivolti. Il sistema sembra funzionare e, in effetti, per esempio Lecco ha ricollocato ben il 50% dei suoi contatti. Magari una soluzione del genere potrebbe essere estesa in tutte le regioni italiane.

Conclusioni

Dopo aver passato in rassegna i 10 punti urgenti di intervento, proposti da Dataroom, ci teniamo a concludere con una considerazione: il Governo ha dichiarato che ci vorranno 3 mesi per sistemare i centri per l’impiego ma, da quello che abbiamo appena detto, è ovvio che ci vorranno almeno 2 anni, se non anche più, per rendere il sistema del collocamento pubblico maggiormente efficiente.

Spesso si azzardano paragoni con i sistemi di collocamento esteri e lo Stato, metro di paragone, maggiormente inflazionato, è la Germania. C’è da dire, però, che in Italia un sistema come quello tedesco non ci potrà mai essere perché per path dependency abbiamo un mercato del lavoro strutturalmente diverso con problematiche tutte locali. Inoltre la Germania spende in media 15 miliardi l’anno per il suo sistema di collocamento pubblico mentre in Italia, da questa legge di bilancio, si comincerà a spendere qualche soldino in più ma i nostri 7,5 miliardi stanziati sono comunque molto distanti dalle risorse stanziate in Germania. Infine, il numero dei centri per l’impiego in Italia è molto basso e mal distribuito sul territorio regionale mentre in Germania ci sono molti più centri per l’impiego e molto più prossimi ai cittadini con un rapporto di 1 addetto ogni 75 disoccupati. Siamo chiaramente lontani anni luce e per il momento non siamo nelle condizioni per poter prevedere una riforma seria.

TAG: 10 interventi urgenti, centri per l'impiego, Reddito di cittadinanza, ricollocamento, riforma
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