La Banalità del Bene

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Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene” – ‘Il Divo’ di Paolo Sorrentino

Di recente si è tornato a parlare del best seller scritto da Hannah Arendt, conosciuto come “la banalità del male” e intitolato interamente come il “rapporto sulla banalità del male”. Il suo contenuto era molto chiaro: dimostrare quanto gli atti più crudeli della storia umana non vengano frequentemente realizzati da creature mitologiche ma da persone comuni che riescono spesso a camuffarsi nella nostra normalità astratta.

Il ‘rapporto sulla banalità del male’ è stato ispirato dalla figura di Adolf Eichmann, definito l’architetto dell’Olocausto, il  quale nella propria difesa ha sorpreso tutti argomentando di aver agito obbedendo agli ordini dei suoi superiori e difendendo la Germania dai suoi nemici. In qualsiasi altro contesto Eichmann se la sarebbe giocata, ma il sommo male raffigurato nell’olocausto era innegabile.

Nel contesto attuale invece, potrebbe esserci una seconda edizione basata su un altro rapporto da intitolare ‘la banalità del bene’. Tale rapporto potrebbe non concentrarsi su una singola figura – come nel caso di riferimento – ma sulle diverse personalità (individui, gruppi, istituzioni ed altre entità) riconosciute oppure autoproclamate custodi dei diritti e delle libertà fondamentali senza mai fare abbastanza per sconfiggere le ingiustizie, le disuguaglianze e l’oppressione che caratterizzano la nostra contemporaneità.

C’è un elenco infinito di tutte le personalità che, all’opposto di Eichmann, si sono presentate precocemente come promotrici del sommo bene ancor prima di fare qualcosa di concreto. Quella che definirei la ‘banalità del bene’ si pone di manifesto ogni volta che chi è tenuto a garantire il ‘bene’ – ad esempio, il rispetto della democrazia, l’estensione o la conservazione di ‘diritti fondamentali’ o semplicemente, garantire pace – fa tutto il contrario e cede agli stessi particolarismi che hanno definito il percorso di Eichmann: ‘inseguire degli ordini’, ‘la ragion di Stato’ o il proprio interesse al di sopra della causa per cui affermava di battersi.

Se all’epoca, essendo reduci della catastrofe e della distruzione di massa causate da due guerre che avevano condotto buona parte dell’umanità ai suoi limiti, c’era da stupirsi della “banalità” con la quale le persone normali perpetravano il male, oggi invece, arrivato il futuro di cui ci era stata promessa l’affermazione della democrazia come modello politico e dei diritti umani come massima universale indiscutibile, ci troviamo dinnanzi alla ‘banalità del bene’, e cioè, dalla non realizzazione del bene promesso da parte di coloro che dicono di battersi nella promozione di ‘diritti e libertà’ ormai indirizzati al genere letterario dell’utopia.

Se dovessimo fare un rapporto sulla banalità del bene ed elencare i casi e le situazioni in cui essa si è manifestata, non basterebbe un singolo articolo ma ci vorrebbero interi libri nei quali si racconti la biografia paradossale di coloro che di norma avrebbero dovuto realizzare il bene ma hanno fatto di esso una narrazione strumentale per fare tanto male.

Per motivi di tempo, spazio e tutte quelle cose che limitano un dilettante come me al momento di scrivere, dovremo conformarci con un quadro generale della realtà che ci circonda:

Nell’epoca attuale, nella quale avrebbero dovuto affermarsi i diritti umani e le libertà fondamentali (quindi il bene), ci rendiamo conto che essi sono stati strumentalizzati (dai buoni) come una narrazione utile al profitto di pochi, all’imposizione della forza e all’impossessamento di risorse limitate da parte di chi ha fatto di tutto tranne che ‘esportare la democrazia’. Di conseguenza, ci troviamo in un mondo nel quale ci sono oltre 70 conflitti in corso e dove la democrazia stessa è in fase di delegittimazione.

Oggi, mentre la narrazione occidentale perde la propria forza retorica, il mondo risente gli effetti della ‘banalità del bene’, la quale si è rivelata più pericolosa della banalità del male perché rende rende più confusa quella zona grigia che si interpone tra il bene e il male fino a renderci incapaci da distinguere l’uno dall’altro.