La democrazia è malata

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Le elezioni regionali dello scorso 29 aprile in Friuli Venezia-Giulia hanno consacrato il leghista Massimiliano Fedriga nuovo presidente della regione. Il centro-destra esultava per la vittoria, Pd e 5 Stelle zitti zitti riflettevano sulla loro sconfitta, mentre i giornalisti speculavano sulle possibili ripercussioni di questo voto sul processo per la formazione del nuovo governo. Tuttavia, nessuno, o comunque troppo pochi, hanno focalizzato l’attenzione su un elemento fondamentale che troppo spesso viene ignorato dalle analisi di esperti e giornalisti: l’affluenza.

L’affluenza è quel dato che indica la percentuale di elettori che si sono recati alle urne per votare. Alle regionali del Friuli Venezia-Giulia essa si è fermata a un misero 49 %. Meno di 1 elettore su 2 è andato a votare. In Molise, dove i cittadini sono stati chiamati a votare lo scorso 21 aprile, l’affluenza è stata del 52 %. Un pochino meglio del Friuli Venezia-Giulia ma comunque un dato sconfortevole. Ancora peggio alle ultime regionali tenutesi in Emilia-Romagna nel 2013. In quell’occasione solamente il 37 % degli aventi diritto andò a votare. Questo trend non risparmia nemmeno le politiche. La percentuale di elettori recatosi alle urne lo scorso 4 marzo è stata del 72 %, ben al di sopra di quella delle elezioni regionali citate. Ciò nonostante si tratta dell’affluenza più bassa della storia repubblicana. A partire dal 1976, quando si raggiunse il picco storico del 93,4 %, sempre meno cittadini sono andati a votare per rinnovare il Parlamento. Negli ultimi dieci anni l’affluenza è caduta di quasi dieci punti percentuali, passando dall’80 % del 2008 al 72 % del 2018.

L’affluenza è un dato fondamentale per valutare lo stato di salute di una democrazia. Andare a votare per eleggere i propri rappresentanti non è una mera formalità bensì uno dei cardini fondamentali della democrazia moderna, che è di tipo rappresentativo. Evidentemente, se l’affluenza continua a diminuire elezione dopo elezione, qualcosa non funziona. Il complesso meccanismo della democrazia è difettato e la bassa affluenza alle urne ne è un chiaro sintomo. È obbligatorio innanzitutto comprenderne le cause se si vuole cercare di trovare una soluzione. Tanto ci sarebbe da dire sulle ragioni di questa malattia. Per cominciare è corretto affermare che la crisi della democrazia va di pari passo con quella dello stato nazione, la cui sovranità è minacciata da parecchie direzioni. Innanzitutto la globalizzazione ha aumentato a dismisura il potere delle multinazionali, le quali, essendo diventate giganti con un giro d’affari multimiliardario, hanno gli strumenti per insidiare la sovranità degli stati nazione, per esempio trovando sotterfugi per pagare meno tasse. Inoltre, il settore di attività di alcune multinazionali, spesso legato alle nuove tecnologie come social media ed e-commerce, non è pienamente regolato dalla legislazione di molti stati e ciò amplia ulteriormente le loro possibilità di trovare scappatoie.

Contemporaneamente la sovranità degli stati nazione è minacciata dall’affermarsi di entità sovra-nazionali come l’Unione Europea, a cui gli stati membri hanno ceduto una parte dei loro poteri. Ecco quindi che la democrazia rappresentativa si disperde e viene a perdere di valore, perché in un mondo globalizzato come quello odierno non sono solo i governanti dello stato ad esercitare potere sui cittadini. Al di là di questi processi bisogna prendere atto di una sempre maggiore disaffezione dei cittadini nei confronti della politica, comprensibile (ma non giustificabile) a causa di un progressivo peggioramento della qualità della classe dirigente, la quale (specialmente in Italia) è diventata sempre più auto-referenziale ed impegnata a costruire i propri castelli di carte. Una politica che è percepita sempre più distante dalla società ed incapace di reperirne le istanze. La crisi della politica per come la conosciamo, quindi della democrazia, è cominciata a partire dagli anni ’70 ma è stata amplificata in modo esponenziale dalla crisi economica dell’ultimo decennio. La crisi scoppiata nel 2008 sta mostrando le sue conseguenze sulla politica non solo in Italia ma in tutto il mondo. L’elezione di Trump, la Brexit e l’ascesa in Europa dei partiti cosiddetti populisti ed anti-sistema s’inseriscono proprio in questo contesto. La crisi economica ha dimostrato come gli stati nazionali siano ostaggio della volontà dei mercati finanziari i quali, e questa è un’altra conseguenza della globalizzazione, hanno raggiunto dimensioni abnormi. Entità non governative e non elette come Unione Europea, Banca Mondiale, mercati finanziari e multinazionali insidiano la sovranità degli stati nazione e quindi i meccanismi della democrazia rappresentativa, che operano solo all’interno di essi, diventano vulnerabili.

La globalizzazione ha lanciato sfide inedite alla democrazia e agli stati nazione. La crisi economica scoppiata nel 2008 ha aggravato ulteriormente tali sfide e ora la democrazia rappresentativa è malata. I dati sull’affluenza in continua diminuzione ne sono un sintomo. Si può parlare di potere legittimo quando esso è espressione di una minoranza della popolazione come accaduto in Friuli Venezia Giulia?