Catalogna e Lombardia: di Stato e Nazioni

1
1839

Il collegamento che, per forza di cose, si è creato fra la vicenda della Catalogna e il referendum lombardo del 22 ottobre ha corrisposto all’unione, in un laboratorio, di glicerina ed acido nitrico: qualcosa, prima o poi, esploderà. La materia è dunque incandescente, ma qualche considerazione si impone comunque.

A livello politico, è evidente che il parallelo che si è innescato tra i due eventi risulta, a posteriori, un grave errore politico della Lega, sia perché fa regredire nell’opinione pubblica la percezione partito di Salvini come autentico partito nazionale, sia perché non tiene conto del fatto che – nella situazione data – ogni forma di indebolimento degli Stati nazionali classici è, oggettivamente, un aiuto al Super-Stato Europeo (la Commissione, infatti, parla spesso di macro-regioni). Se poi si tratta di un mero calcolo sbagliato, oppure di un frutto avvelenato lanciato da Maroni a Salvini, saranno altri a giudicare.

A livello storico, è invece quanto mai opportuno ridiscutere le tesi utilizzate a sostegno di questi referendum, con la consapevolezza che snaturare il passato significa condannarsi ad errare nel presente e nel futuro.

Primo: non ha senso dire che un sovranista, tanto più in Italia, deve essere anche un autonomista, dal momento che vi sarebbe più di un parallelo fra l’unificazione del nostro Paese ed il tentativo di costruzione di uno Stato europeo (processo storico elitario, sfruttamento secondo l’asse nord-sud, rovesciamento degli ordinamenti giuridici pre-esistenti mediante annessione, ecc.), per cui, come non esiste un popolo europeo, neppure esisterebbe un unico popolo italiano.

Questa ricostruzione, che ha certo delle evidenti basi fattuali, trascura tuttavia una differenza sostanziale, cioè il fatto che l’unificazione dell’Italia  – così come quella della Spagna o della Francia all’inizio dell’Evo moderno, o della Germania nel XIX secolo – fu giustificata ideologicamente dalla (pre)esistenza – non di un popolo – bensì di una Nazione italiana, che rendeva già all’epoca la Penisola qualcosa di più, e di diverso, rispetto a una mera “espressione geografica”. In altri termini: l’Italia, la Francia, la Germania, sono Stati Nazionali. L’UE non lo sarà mai. Per fare un esempio più recente: sebbene la riunificazione tedesca del 1990 abbia prodotto una sequela di atti di sopraffazione e di ruberie (come ben ha documentato Vladimiro Giacché), nessuno può negare l’esistenza di un’unica Nazione tedesca.

Ora, piaccia o no, proprio lo Stato Nazionale – in particolare, nella forma costituzionale e democratica che esso ha assunto nell’esperienza continentale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale – continua ad essere, oggi, l’unico baluardo contro la visione iper-liberista ed anti-popolare perseguita dall’Unione Europea. Scriveva Lelio Basso (e grazie a chi ha “ripescato” la citazione): “abbiamo ancora affermato il concetto che la «sovranità appartiene al popolo». Sembra una frase di stile e non lo è. Le costituzioni in genere hanno sempre detto «la sovranità emana dal popolo», «risiede nel popolo»; ma un’affermazione così rigorosa, come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita» era una novità arditissima… Noi abbiamo affermato la «sovranità popolare», quindi democratica“.

Secondo: neppure si può sostenere che non sarebbe esistita, prima dell’Unità, una Nazione italiana, ma tanti popoli (i quali, dunque, possono ben avere aspirazioni autonomistiche).

Tralasciamo il tentativo di unificazione della Penisola già sotto il regno Longobardo (corsi e ricorsi storici, vi fu anche in quel caso un signorotto locale – indegno Vicario di Cristo – che chiamo a propria difesa la costituenda Sacra Romana Unione Europea). Derubrichiamo a semplice afflato poetico le parole del Petrarca (Italia mia, benché ’l parlar sia indarno a le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse veggio, piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali spera ’l Tevero et l’Arno, e ’l Po… Ben provide Natura al nostro stato, quando de l’Alpi schermo pose fra noi et la tedesca rabbia; ma ’l desir cieco, e ’ncontr’al suo ben fermo, s’è poi tanto ingegnato, ch’al corpo sano à procurato scabbia… Latin sangue gentile, sgombra da te queste dannose some; non far idolo un nome vano senza soggetto: ché ’l furor de lassù, gente ritrosa, vincerne d’intellecto, peccato è nostro, et non natural cosa… Vertù contra furore prenderà l’arme, et fia ’l combatter corto: ché l’antiquo valore ne gli italici cor’ non è anchor morto…“. Storicizziamo Dante, che se parlava d’Italia lo faceva nel quadro del più quadro dell’Ordinamento Imperiale (sebbene già il fatto che egli si ponga espressamente in una linea di continuità non solo con Guittone da Arezzo, ma anche con Giacomo da Lentini, un po’ dovrebbe far riflettere).

Ma, pure, qualcuno avrà letto Machiavelli! “Non si debba, adunque, lasciare passare questa occasione, acciò che la Italia, dopo tanto tempo, vegga uno suo redentore. Né posso esprimere con quale amore e’ fussi ricevuto in tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne; con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte se gli serrerebbano? quali populi gli negherebbano la obedienzia? quale invidia se gli opporrebbe? quale Italiano gli negherebbe l’ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio“. Qui non si parla di popolo toscano, o di popolo lombardo, o ancora veneto. Si parla di Italia e di italiani.

Terzo: stando così le cose, non ha senso neppure parlare di diritto all’autodeterminazione dei popoli (recte: delle Nazioni). A parte il fatto che tale diritto, per come è riconosciuto in sede internazionale, copre soltanto i casi di dominazione coloniale, occupazione straniera e segregazione razziale, ritenere che vi siano “popoli” in Italia, oggi, appare francamente un assurdo. Forse al tempo della Roma repubblicana, che lottava contro Etruschi, Equi, Volsci…

Infine, a livello giuridico, deve essere chiaro che una richiesta secessionista (e, in certi casi, anche di larghissima autonomia) si pone al di fuori del sistema costituito e, pertanto, si qualifica come costituzionalmente eversiva (nel senso etimologico del termine, senza connotazioni né giudizi di valore).

L’ordinamento statuale differisce infatti dagli altri ordinamenti (un comune, una associazione, una famiglia) per la sua fondamentale “originarietà”. Lo Stato, pertanto, è sovrano in quanto indipendente da ogni altra persona giuridica esistente al suo esterno ed avente una supremazia (imperium) di fronte a tutte le altre persone, fisiche e giuridiche, che si muovono nel suo ambito territoriale. Contrapporre dunque sovranità statale e sovranità popolare è, dunque, un assoluto non-senso. La sovranità popolare estrinseca, una volta per tutte, il proprio potere costituente, e si realizza continuamente – nei limiti e nelle forme della Costituzione – nel quadro del potere costituito.

Il che non significa che non sia assolutamente vitale riformare anche lo Stato italiano, da un lato ripensando l’assurdo Titolo V attuale (voluto dagli antenati del PD) e dall’altro impostando nuovamente una seria politica, di industrializzazione per quanto possibile e anche di trasferimenti interni per quanto necessario, a favore del Mezzogiorno d’Italia (distrutta da tutti – tutti – i partiti della Seconda Repubblica); né significa che i confini degli Stati non possano cambiare, le Costituzioni possano essere rifatte, i principi fondanti di una comunità rivisti. Normalmente, questo avviene ad esito di drammi storici (la Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza, per esempio), ma non è detto che non si possa fare anche senza spargimenti di sangue, trincee sul Carso e guerre civili (anche se si scherza comunque col fuoco).

Basta tuttavia rendersi conto che si tratta di addivenire ad una vera e propria cessione di sovranità, come ci è richiesto, obtorto collo, nei confronti dell’Unione Europea. Verso il “basso” – diciamo – anziché verso “l’alto”, ma con risultati molto probabilmente assai simili. In questo, gli europeistissimi autonomisti catalani sono molto meno contraddittori di quello che potrebbero sembrare a prima vista.

close
close

1 commento

  1. […] – VINCE LA CATALOGNA: se si fa il referendum diventa come dice Dezzani (e anche Fantuzzi in questa analisi): si afferma la prima macro-regione nata dalla divisione di uno stato nazionale membro […]

Lascia un commento!