Al via burden sharing e ricapitalizzazione di Mps

Pubblicati finalmente dal Mef i due Decreti Ministeriali necessari per dare corso alla ricapitalizzazione di Montepaschi.

7810
montepaschi sede

Pubblicati finalmente dal Mef – così come richiesto dal D.L. n. 237 del 2016, noto come “Salva banche” – i due Decreti Ministeriali necessari per dare corso alla ricapitalizzazione di Montepaschi. Con il primo, sono fissate le condizioni di conversione dei subordinati in azioni, col secondo le modalità di ingresso dello Stato nell’azionariato.

Sulla base della relazione elaborata da PwC, che per la verità non si è discostata molto dalla media dei prezzi di borsa del titolo dell’ultimo mese di contrattazione, con ciò sostanzialmente rendendo inutile l’art. 18, c. 4, del Decreto 237, il valore di riferimento delle azioni di Banca Mps è fissato a 17,3 Euro; pertanto il prezzo unitario delle nuove azioni concambiate con le obbligazioni subordinate (quasi tutte convertite al 100%) è fissato dal D.M. a 8,65 Euro (cioè la metà). Poiché per lo Stato il Decreto “Salva Banche” ha previsto uno sconto sul prezzo unitario di emissione delle nuove azioni pari al 25%, il Ministero dell’Economia sottoscriverà nuovi titoli al prezzo unitario di 6,49 Euro.

Ad esito dell’operazione – che comporta l’emissione di 517.099.404 azioni a favore dei possessori di obbligazioni subordinate e di 593.869.870 azioni a favore del Tesoro – gli ex obbligazionisti deterranno complessivamente il 47% di Montepaschi, lo Stato poco più del 53,5% (al netto delle azioni proprie detenute dal Monte). Il capitale sociale di Bmps risulterà pari a poco meno di 15 miliardi e 700 milioni di Euro.

Gli obbligazionisti retail che hanno acquistato il famigerato subordinato Upper Tier II emesso da Montepaschi per l’acquisto di Antonveneta dovrebbero essere rimborsati, in autunno, per il 100% del prezzo di acquisto del titolo (non a caso il Tesoro ha già stanziato un miliardo e mezzo di Euro, a fronte di un nominale dello strumento di circa 2 miliardi in complessivo). Dopo questa operazione, lo Stato dovrebbe sfiorare il 70% del capitale sociale del Monte.

Restano da fare alcune considerazioni. La prima: con questa operazione i vecchi azionisti sono letteralmente spazzati via e la banca è nuovamente nazionalizzata. Nel mezzo, i vent’anni delle privatizzazioni a mezzo fondazioni bancarie, che nel migliore dei casi hanno finito per porsi come centri decisionali autoreferenziali, capaci di muovere risorse ingentissime spesso in contrasto con l’indirizzo politico democraticamente individuato, nel peggiore si sono mostrate anello debole di una catena che, spezzandosi, ha sperperato ingentissime risorse a danno delle relative comunità e permesso il passaggio in mani straniere di gangli significativi del sistema finanziario italiano. Inutile ricordare che le fondazioni bancarie furono idea di Ciampi ed Amato.

La seconda: gli obbligazionisti subordinati subiranno, con ogni probabilità, una significativa minusvalenza sulla loro nuova partecipazione azionaria. A parte tutti coloro che hanno sottoscritto il famigerato Upper Tier II da 2 miliardi di Euro emesso per l’acquisto di Antonveneta, i quali – in sostanza – dovrebbero essere (il condizionale è d’obbligo, visto le modalità pratiche dell’operazione sono state posticipate all’autunno) interamente rimborsati dal Tesoro.

E qui il pasticciaccio si fa davvero brutto. Da un lato, perché non si capisce il miglior trattamento degli obbligazionisti della banca senese rispetto a quelli di Banca Etruria e delle sue sorelle, in termini di definizione della data ultima di acquisto dei titoli rimborsabili e di subordinazione, o meno, dei rimborsi a determinati requisiti soggettivi di reddito: se vendere un certo prodotto al retail è una truffa, lo è sempre, e per intero.

Dall’altro, perché veramente operazioni di questo genere, se fatte con questo ritardo e con questa incertezza, comportano rischi altissimi di moral hazard. Infatti, stante la crisi irreversibile di Montepaschi, un investitore accorto nel corso del 2014 o del 2015 avrebbe sicuramente ceduto eventuali subordinati, che – tra l’altro – all’epoca avevano ancora una quotazione accettabile. Questo “comportamento razionale” è oggi foriero di perdite per quell’investitore, perdite rispetto alle quali è invece tenuto indenne chi, probabilmente confidando proprio nel “valore simbolico” di Mps ha ritenuto che, in un modo o in un altro, una situazione si sarebbe trovata.

La terza. Un’operazione come quella attuale (ricapitalizzazione con burden sharing e rimborso degli obbligazionisti retail) era già stata sperimentata in Portogallo a fine 2015, cioè un anno e mezzo fa, per migliorare i ratio patrimoniali del Novo Banco, ex Banco Espirito Santo. E pare che le Autorità europee avessero proposto a Renzi di seguire lo stesso percorso, ma che l’allora Presidente del Consiglio (forse anche spaventato dalla reazione non proprio tranquilla degli investitori istituzionali alle aste dei Titoli di Stato portoghesi) avesse preferito affidarsi a una soluzione tutta di mercato, quella orchestrata da JpMorgan e poi miseramente fallita.

Grande fiuto, da statista consumato. Come di consueto.