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Post-Verità e Politica: un connubio perfetto

| 20 Maggio 2018 | ATTUALITÀ, POLITICA

Gloria Origgi, giornalista per “Il Fatto Quotidiano”, afferma provocatoriamente “siamo nell’era politica della post-verità. E qual è stata quella della verità?”. Sta chiaramente alludendo al fatto che sono decenni che la geopolitica è dominata dalle notizie false, utilizzate dai potenti per legittimare le loro azioni in campo nazionale ed internazionale. Citando ancora le sue parole, “la politica non è mai stata dominio della verità”; se questo è vero, allora, qual è la differenza? Cosa è cambiato negli ultimi anni? Cosa ha spinto l’”Oxford Dictionary” a scegliere “post-truth” come parola dell’anno solamente due anni fa?
Nel mio precedente articolo sul tema, ho parzialmente risposto a questa domanda; tuttavia, può essere interessante cercare di capire la differenza di impatto e di relazioni tra classe politica ed elettorato che questo nuovo fenomeno ha comportato.

Innanzitutto, il punto di vista della Origgi è condivisibile, c’è però a mio avviso una differenza fondamentale che lo differenzia dalla cosiddetta “post-truth”. Si tratta, oltre che anche della potenza del contenuto della notizia, della combinazione articolo – mezzo di informazione tramite il quale esso viene distribuito. In questo senso, le dimensioni stesse del fenomeno cambiano nettamente. La risonanza che una fake news assume nel mondo dei social network può essere, se ben costruita, di caratura mondiale, e quindi anche molto più difficile da smentire o ritrattare. Pensiamo alla politica e prendiamo un esempio noto a tutti: il dibattito presidenziale nelle elezioni degli Stati Uniti di fine 2016. Alla fine della campagna elettorale, negli States i due candidati maggiori delle fazioni repubblicana e democratica si “sfidano” in diretta TV, rispondendo a domande poste sia da mediatori che direttamente dal pubblico. Per prima cosa, è utile sottolineare come questo scenario sia perfetto per la nascita e la diffusione di una fake news: lo share del dibattito è di proporzioni mondiali. Stiamo parlando di milioni di persone che, sia tramite la televisione che in diretta streaming, assistono allo scontro. La situazione è quindi molto simile a quella che si verifica sui social: una vasta gamma di utenti garantisce alla notizia di avere un bacino enorme di potenziali “vittime”. In occasione del dibattito, così come nella maggioranza delle notizie reperibili da altri canali, si evince immediatamente che sarà la teatralità con la quale le proposte politiche verranno esposte, piuttosto che il reale contenuto, a orientare l’opinione pubblica verso uno o l’altro candidato. Ricordiamoci che ogni volta che il contenuto passa in secondo piano, il fenomeno psicologico innescato dalla post-verità sta in qualche modo prendendo il sopravvento, perché a venire meno sarà la verità oggettiva dei fatti.

Non bisogna meravigliarsi quindi, se gli esperti all’epoca giudicarono Donald Trump vincitore del dibattito non tanto per la qualità del suo programma politico, quanto per la sua abilità comunicativa, volta nella maggioranza dei casi a sminuire la sua avversaria. Estremizzando il discorso seguendo questo tipo di ragionamento, si arriva ad affermare – probabilmente in maniera azzardata – che il politico più potente del mondo è salito al potere grazie a fattori che poco hanno a che vedere con la sua cultura o le sue capacità politiche. Terminando la metafora, possiamo pensare a Trump come ad una delle tante notizie che leggiamo ogni giorno: a fare presa su di noi, spesso inconsciamente, è l’impatto emotivo iniziale rilasciato dal titolo o dalle prime righe dell’articolo.

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Come afferma la Origgi però, le bugie restano bugie: a cambiare nell’era post-moderna è solo la loro caratura e il numero di persone raggiunte. Per quanto riguarda l’esempio che abbiamo preso in esame, di bugie ne sono state dette parecchie. Come lo sappiamo? Ovviamente grazie al cosiddetto fact-checking, o verifica dei fatti. Ci sono numerose aziende giornalistiche che “passano al setaccio” tutte le informazioni e le dichiarazioni dei politici, verificandone la veridicità. Siamo così in grado di smascherare ogni dichiarazione errata, volontaria o meno, ad opera dell’elite politica mondiale. Un esempio che calza a pennello con quello proposto in precedenza, riguarda l’agenzia di fact-checking al servizio del Washington Post, noto giornale americano con sede nella capitale. Esso ha installato una verifica dei fatti in continuo aggiornamento su ogni affermazione fatta dal Presidente Trump, a partire dalla campagna elettorale: essa ha contato al 30 aprile più di 3000 affermazioni “false o fuorvianti”.

La soluzione al fenomeno, quindi, esiste già. Ci sono tuttavia due problemi legati alla messa in pratica di questa soluzione che ne impediscono di fatto il perfetto funzionamento. Il primo, come avevo già accennato nel precedente articolo, riguarda la pigrizia mentale che l’assimilazione/bombardamento di notizie derivante soprattutto dai social network comporta. Per spiegarlo, cito il famoso sito di fact-checking italiano, BUTAC (Bufale Un Tanto Al Chilo), che afferma: “[in] questa pigrizia mentale piaga dell’era digitale, tante troppe informazioni disponibili in tempo reale rendono noi più pigri, meno interessati a conoscere, più propensi a credere…”. L’ostacolo qui, è l’utente in sé e per sé, ed il suo modo di relazionarsi alla fonte di notizie. Egli è infatti letteralmente troppo pigro per andare ad utilizzare i mezzi di smascheramento delle fake news. Veniamo al secondo: per scongiurare l’impatto – soprattutto emozionale – delle notizie false, il fact-checking dovrebbe operare quasi in tempo reale. Esistono aziende che in questi mesi stanno cercando di sviluppare nuovi criteri di identificazione per le fake news/post-verità, per operare in maniera più veloce; purtroppo però, i risultati ancora non si vedono. Non ci resta che sperare che lo sviluppo di queste ultime tecnologie arrivi ad essere di potenza direttamente proporzionale a quello della diffusione di questo tipo di fenomeno.

Sitografia:

TAG: #factchecking, #postverità, #socialnetwork, politica
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