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10 marzo – 7 aprile 1946, le prime elezioni libere del dopoguerra

Per la prima volta votarono anche le donne
| 3 Aprile 2021 | ATTUALITÀ

Il 10 marzo 1946 iniziò la tornata delle prime elezioni amministrative in Italia.
Queste elezioni, poco ricordate, vantano due primati: sono state le prime consultazione democratiche e libere dopo la caduta del fascismo, con liste di tutti i partiti, e sono anche state le prime in cui hanno votato le donne.
Le prime elezioni politiche ( elezione dell’ Assemblea Costituente) si tennero solo successivamente, il 2 giugno 1946, e si svolsero insieme al Referendum istituzionale monarchia-repubblica che segnò la vittoria repubblicana.

Nei primi mesi del 1946 l’ Italia sconfitta era attraversata da tensioni e da grossi problemi di ordine pubblico. La regione più colpita – ma non certo l’ unica – era la Sicilia dove operava il MIS, un forte movimento separatista. A partire dal congresso del 1944 il MIS aveva fatto la scelta della lotta armata con la fondazione dell’Evis, Esercito volontario per l’ Indipendenza della Sicilia, il cui comandante Antonio Canepa era stato ucciso in uno scontro a fuoco con i carabinieri il 17 giugno 1945. Il successore Concetto Gallo fece da subito causa comune con il banditismo e soprattutto con la banda di Salvatore Giuliano, subito nominato colonnello dell’Evis, che nei mesi successivi assieme ai suoi assalì alcune stazioni dei carabinieri, occupandone tre ed uccidendo i militari.
Il MIS godeva di un certo sostegno popolare. Alle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946 il movimento – che si presentava solo in Sicilia – conquistò l’ 8,7% dei voti , ed ottenne quattro seggi eleggendo tra gli altri il leader Andrea Finocchiaro Aprile (34.068 voti) ed il comandante Concetto Gallo che ne prese quasi 15 mila.
Ma non c’era solo la Sicilia, perché anche in altre regioni la situazione era difficile. In Toscana, Calabria e Puglia i fatti di sangue e gli episodi di banditismo comune erano all’ordine del giorno.

Poco prima della scadenza elettorale l’ atmosfera si fece molto calda con l’ aumento dei reati commessi a mezzo stampa e con lo svolgimento di una serie di manifestazioni, talora violente, di reduci ed ex partigiani. In quel momento storico in Italia le armi erano ancora molto diffuse, per cui le forze dell’ ordine stentavano a controllare i numerosi e frequenti episodi di violenza con i pochi uomini e gli scarsi mezzi di cui disponevano.
Al governo (di cui in quel momento faceva ancora parte il Pci) non restò che reclutare 15.000 nuovi poliziotti ed ufficiali, molti dei quali provenienti dalle file degli ex partigiani. Questi ausiliari non si integrarono facilmente con l’ apparato di P.S. che era di suo piuttosto conservatore, e in aggiunta da destra vennero rivolte dure critiche al ministro dell’ Interno Romita, perseguitato politico e già segretario dello PSIUP prima di Nenni, accusandolo di voler costituire una “nuova Milizia”.
Il riferimento, del tutto incongruo, era alla MVSN, la Milizia Volontaria Sicurezza nazionale fondata e promossa dal regime fascista.

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Questa era l’ atmosfera in Italia alla vigilia delle elezioni amministrative.
Le consultazioni elettorali iniziarono il 10 marzo e durarono a lungo perché viste le condizioni dell’ Italia postbellica – un paese prostrato e fisicamente distrutto – le date di svolgimento vennero stabilite provincia per provincia dai singoli prefetti.
In sostanza le elezioni si svolsero in due fasi diverse, la prima dal 10 marzo al 7 aprile 1946 (per 5722 comuni) e la seconda dal 6 ottobre al 24 novembre per altri 1583 comuni.

Il libero suffragio era una grossa novità per l’ Italia appena uscita dal fascismo e pochi giorni dopo l’ inizio delle consultazioni Giulio Andreotti scrisse un entusiasta articolo sul Popolo (Una forza, 27 marzo 1946) affermando che il 10 marzo era iniziata la vera rivoluzione antifascista e democratica con la restituzione agli italiani dell’ arma del voto.
I comuni sopra i 30.000 abitanti votarono con il proporzionale, gli altri invece con maggioritario plurinominale con voto limitato ai quattro quinti dei seggi. La legge elettorale era stata approvata col decreto legislativo luogotenenziale n°1 del 1946 che introduceva in Italia il metodo D’Hondt, un proporzionale con lieve sbarramento studiato da un costituzionalista olandese. Questo sistema ebbe vasta fortuna e fu usato in Italia fino al referendum elettorale del 18 aprile 1993.

Con la fine della seconda tornata elettorale, il 24 novembre 1946, vennero sostituiti con amministrazioni elettive tutti i sindaci e tutte le giunte provvisorie insediate subito dopo la Liberazione.
Al Nord tali giunte erano state nominate dal CLN (Comitato di Liberazione Nazionale, organizzazione prima militare e poi politica che riuniva sei partiti antifascisti e che durò fino al 1947) mentre al Sud erano state insediate dall’Amministrazione militare alleata dei territori occupati Allied Military Government of Occupied Territories (AMGOT, poi abbreviato in AMG) che fu operativa fino al 31 dicembre 1945, salvo il caso di Trieste dove durò fino al 1954.
Ciò creò da subito una spaccatura nel paese perché il vento del Nord, il rinnovamento civile e politico che la Resistenza aveva portato dopo la caduta del fascismo, non arrivò mai in meridione dove la vecchia classe dirigente conservatrice e compromessa con il fascismo sopravvisse con tutte le sue clientele.
Vento del Nord significava vento di liberazione contro il nemico di fuori e contro quelli di dentro.
La famosa espressione fu coniata da Pietro Nenni in un suo articolo del 27 aprile 1945 sull’AVANTI!, subito dopo la Liberazione .

Nelle varie consultazioni elettorali vennero rinnovate anche le amministrazioni di tutti i capoluoghi di provincia, con tre eccezioni: a Bolzano e Gorizia si votò due anni dopo, nel 1948, mentre nella Zona A del Territorio Libero di Trieste le elezioni si svolsero solo nel 1949.

Nella prima tornata ( fino al 7 aprile) la partecipazione al voto ovunque fu assai alta, toccando l’ 85,4 % al nord ed al centro l’ 82,8. Più bassi i risultati nell’ Italia meridionale (78%) e ancor di più in quella insulare (73,3). Statisticamente l’affluenza fu più alta nelle grandi città che nei piccoli centri, e ovunque votarono più gli uomini che le donne.

In queste consultazioni la Democrazia Cristiana ebbe da subito un grande risultato conquistando da sola 2034 comuni italiani ed eleggendo oltre 36 mila consiglieri Il numero era altissimo in assoluto ed ancora di più in proporzione considerando che si trattava di un terzo del totale (106.275 eletti). In altre realtà la Dc presentò liste assieme a vari partiti centristi (Partito democratico del Lavoro, PLI PRI ed altri) prevalendo in 349 comuni ed eleggendo 7048 rappresentanti.

Ottimo anche il risultato delle liste di sinistra (socialisti, comunisti, azionisti, repubblicani ed indipendenti) che conquistarono 2000 comuni eleggendo 36.508 consiglieri, conseguendo un risultato inferiore solo di un’ incollatura a quello della DC.
Il PCI e lo PSIUP presentarono un programma comune ma – attenzione – non liste comuni. Nenni non aveva ancora fatto l’ errore del fronte popolare, e difatti lo PSIUP prevalse in 146 comuni eleggendo 3753 consiglieri, mentre il PCI solo in 143 amministrazioni con 3292 eletti. Il risultato dei comunisti fu, quindi, sensibilmente inferiore a quello dei socialisti.

Tra i laici il PLI ebbe una buona affermazione conquistando 100 comuni ed eleggendo 1949 consiglieri, e di questi solo 198 (cioè neanche il 10%) al nord.
I repubblicani ebbero 875 consiglieri, di cui ben 580 (due terzi) nel centro Italia, dove il partito era storicamente molto presente.
Il PdA, partito d’azione, era partito con grandi ambizioni di rinnovamento del Paese ma ebbe invece un risultato piuttosto modesto con soli 286 consiglieri eletti nelle proprie liste. Alcuni azionisti però si erano presentati senza il simbolo PdA, e vennero eletti con liste di sinistra.

Nei capoluoghi e nei comuni superiori ai 30.000 abitanti (cioè i più grandi) la DC era il primo partito con il 31,5 %, subito dopo veniva il PCI con il 24,5 seguito dallo PSIUP con il 22,9.
Nei soli capoluoghi, invece, la DC conseguiva un risultato leggermente inferiore con il 30,6 %, mentre lo PSIUP otteneva il 24,7 superando il PCI che si fermava al 24,2. Come abbiamo già detto comunisti e socialisti si presentavano con un programma comune, ma in liste diverse e separate.

La geografia elettorale italiana fu da subito differenziata e policentrica.
La Democrazia Cristiana ebbe una forte affermazione in Veneto e in Trentino, come anche in Abruzzo e in Sardegna. Degno di nota il risultato del napoletano, dove il voto bianco fu quasi doppio dei voti di Psiup e Pci.
In Piemonte e in Lombardia prevalse invece la sinistra, con un successo di misura anche in Liguria. In Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche – le regioni rosse – socialisti e comunisti ebbero una maggioranza nettissima, con alcune sorprese. Nenni scrisse nei suoi diari che i vecchi feudi riformisti di prima del fascismo – Bologna, Reggio Emilia, Modena, Ferrara – avevano dato una grossa maggioranza al Pci.

La sinistra però si presentava a sua volta con toni e tinte diverse.
A Milano lo Psiup fu da subito il primo partito, ed i socialisti prevalsero nettamente anche in tutta la Lombardia con un 36,1% contro il 19% del Pci, quasi un due a uno. Idem in Veneto dove lo Psiup raggiunse il 27.6% contro il 20.9 del Pci, e lo stesso anche in Friuli con il 29.1 dello Psiup rispetto al 18 del partito comunista. La situazione non era diversa in Lazio (25.8 Psiup, 17.2% Pci) mentre in Sicilia il distacco rimase lo stesso, ma con numeri ben diversi (15.3% lo Psiup, 11.5% il Pci). Va ricordato il caso particolare della Basilicata dove il distacco fu nettissimo con i socialisti al 29.2 e il Pci che ottenne un risultato a una sola cifra, fermandosi al 6.1%.

Le liste dei tre principali partiti, nei comuni dove si era votato con il proporzionale, raccolsero complessivamente il 79,3% dei voti segnando una forte polarizzazione del corpo elettorale verso le maggiori forze politiche, tendenza che sarebbe durata a lungo.
In sostanza con queste elezioni nacque e si affermò la classe politica che avrebbe governato il paese fino al crollo della prima repubblica.
I consiglieri eletti erano nella stragrande maggioranza uomini, ma nelle assemblee ci fu da subito la presenza di 2000 donne.

In quel 1946 la situazione politica era ancora fluida.
Nell’ autunno, solo a pochi mesi di distanza, si sarebbe tenuta la seconda tornata delle elezioni amministrative ma nel frattempo, con il referendum del 2 giugno, l’Italia era diventata una Repubblica, era stata eletta l’Assemblea Costituente ed il mondo era cambiato in fretta.
Vedremo presto con quali sorprese!

TAG: dopoguerra, elezioni, Italia
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