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Shady Habash, ennesima vittima delle carceri egiziane. Non ne abbiamo abbastanza?

| 5 Maggio 2020 | ESTERI
Shady Habash, ennesima vittima delle carceri egiziane. Non ne abbiamo abbastanza?

L’innocente fotoreporter Shady Habash è morto nel carcere egiziano della Tora.

Il decesso avvenuto domenica 3 aprile cela una vicenda giudiziaria estenuante, fisicamente e psicologicamente.

Detenuto da marzo 2018, a soli 22 anni, la sua lunga prigionia ha subito il peggiore degli epiloghi.

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Shady Habash venne arrestato per aver realizzato, in piena campagna elettorale, un video dove esprimeva apertamente il proprio dissenso verso il governo di al-Sisi.

La clip musicale incriminata si intitola Balaha e venne interpretata dal cantante egiziano Ramy Essam, già oppositore del regime scappato in Svezia dal 2014.

Caso Shady Habash, il duplice volto dell’inchiesta

La vicenda giudiziaria del ragazzo vede l’intrecciarsi di due preziosi aspetti: uno di  matrice psicologica l’altro di carattere procedurale.

Dopo due anni di ingiusta detenzione corredati peraltro da infiniti appelli e richieste d’aiuto, Shady ha iniziato a manifestare sintomi di depressione, accompagnati da gesti estremi.

Stando alle prime, prudenti ricostruzioni a costare la vita al ragazzo fu l’ingestione di detersivo o comunque di sostanze corrosive seguita dalla noncuranza delle autorità carcerarie.

Infatti nonostante il malessere il giovane non venne portato in ospedale, una visita all’infermeria risultò sufficiente.

L’altro aspetto assolutamente da non sottovalutare è che Shady Habash non doveva trovarsi in carcere. 

I termini per la detenzione preventiva, e cioè due anni, erano scaduti.

Il ragazzo, non sottoposto a processo alcuno, avrebbe dovuto esser libero già dal 1 marzo.

Invece tutto questo non è accaduto e le nefaste conseguenze lasciano il posto a tanta rabbia.

Le carceri egiziane, più volte al centro di simili vicissitudini giudiziarie, sembrano essere caratterizzate da un meccanismo psicologico subdolo quanto logorante.

Udienze posticipate, richieste non accolte ed appelli inascoltati: questo il ritornello mortale nonché comune denominatore di troppi processi.

I detenuti, secondo accuse peraltro infondate, muoiono prima psicologicamente e poi fisicamente.

Stremata da un’insostenibile peso, la psiche si lascia andare alla prigione del corpo.

Le storie di Giulio Regeni, Shady Habash, Patrick Zaky, rispetto al quale le trattative sono ancora aperte sul tavolo, ne danno testimonianza.

Non ne abbiamo abbastanza? 

Questo circolo infernale, troppo spesso cristallizzato in nomi e cognomi, deve finire.

Silenziosamente ci uniamo al cordoglio della famiglia. 

TAG: Egitto, giustizia, libertà di espressione, violazione dei diritti umani
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