Quello che Mentana non è e non fa

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Sei minuti e sedici secondi per dirci soprattutto cosa non è, cosa non fa e cosa decide.

Non è un postino (“Si deve dare spazio a tutti, ma non è possibile che tutti abbiano accesso come se la televisione fosse una buca delle lettere”).  Non censura, e decide cosa non si deve dire (“Noi non censuriamo e non si dica questo”). Rivendica il diritto di decidere cosa non si deve mandare in onda (“non c’è la libertà di qualcuno di dire adesso va in onda quello che dico io”) e di cosa sia la democrazia (“la democrazia è anche quella delle testate televisive”). 

È la fabbrica del consenso di Enrico Mentana. La stessa che pochi giorni prima dichiarava che “qualora avesse saputo che l’intervento di Conte si sarebbe trasformato in un attacco nei confronti di Salvini e Meloni, non avrebbe mandato in onda quello scorcio della conferenza stampa”.

“La libertà una cosa seria e noi preserviamo la nostra nel rispetto di chi segue questo telegiornale”.

Di quale rispetto parla Mentana? Chi dichiara apertamente che è opportuno filtrare, attribuisce ai propri telespettatori la (scarsa) intelligenza di esseri incapaci di farsi un’opinione propria su quanto ascoltano e vedono. E chi sente l’esigenza di definire “scomposti” i comunicati del Presidente del Consiglio non si limita a dare una notizia (o a leggere un comunicato, che includa o meno quelli che considera attacchi politici), ma entra a gamba tesa nella libertà di opinione di ognuno.

Cosa mediamente grave nell’ambito di un telegiornale che dovrebbe informare su quanto accade, non ospitare teatrini che non orientano il consenso dei polli in un pollaio, né immolano eroi sull’altare della libertà di stampa.

L’11 aprile Mentana aveva denunciato “l’uso personalistico delle reti unificate con l’attacco personale a due figure dell’opposizione” da parte del Presidente Conte. Un concetto ribadito due giorni dopo con l’implicito parallelo con gli interventi televisivi dell’ex Presidente del Venezuela Chavez.

Invece di utilizzare sei minuti e sedici secondi per un’esternazione che si è incancrenita nel solipsismo egotico di uno scontro personale – e volendo uscire dal campo della notizia “depurata” che viene data agli ascoltatori in stile anglosassone, priva di commenti – Mentana avrebbe potuto fornire un miglior servizio ai suoi ascoltatori soffermandosi su un aspetto preoccupante di quanto stiamo vivendo, attraverso le parole del Presidente del Consiglio.

E’ la diffusione di una paura di massa. È la prima volta che avviene questo fenomeno in un mondo borghese scomparso da tempo, e del quale sono rimaste solo le vuote istituzioni, attraverso le quali il potere economico governa.

La sovranità del popolo, così come scritta nella nostra Costituzione, non esiste più. Al suo posto c’è la massa, passiva.

“La paura di massa trova risposta nell’emotività. Non c’è una reazione basata sulla razionalità o sui valori, bensì un disorientamento” osserva Carlo Mongardini, professore emerito di Scienza della Politica all’Università La Sapienza di Roma e autore di numerosi testi, tra cui “Ripensare la democrazia. La politica di un regime di massa” e  “Le dimensioni sociali della paura”.

La paura può fare riferimento a un pericolo reale o immaginario, suscitare allarme o generare comportamenti di lotta o di fuga. Con il passaggio dal regime borghese al regime di massa, assistiamo a una socializzazione della paurapotenziata nell’immaginario collettivo dai mezzi di comunicazione di massa.

Nella cultura del presente, la gabbia dell’oggi, fondata sulla burocrazia e sui consumi, in cui le persone sono disposte a rinunciare a libertà fondamentali pur di sentirsi protette da una leadership forte, il rischio è il presidenzialismo. Ne stiamo avendo un assaggio con Giuseppe Conte, che agisce in totale autonomia dal Parlamento. Sempre più spesso la paura viene usata per distogliere la gente dai problemi reali, o per trasmettere il messaggio che in nome della sicurezza, del controllo si può rinunciare ad alcune libertà: si crea così una specie di totalitarismo soft che induce a sacrificare diritti civili fondamentali.

Un umile suggerimento a Enrico Mentana. Sei minuti e sedici secondi, la prossima volta, usali per riflettere con chi ti ascolta sull’importanza (e urgenza) di una legittimazione del rapporto tra governanti e governati. Il risveglio dal torpore generalizzato, quello sì che rischia di fare notizia.

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