Truffa, truffa, ambiguità

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Pier Francesco Loche gli aveva dato un nome: era Giulio Pinocchio, prototipo del cronista parlamentare che riportava fedelmente “la simpatica voce del Governo”, in un tripudio di “pare, sembra, si dice, si mormora che addirittura…”. La sua voce era “apolitica, apartitica, anfame”, e la sigla del suo TG era tutta un programma: “Truffa truffa ambiguità, truffa truffa ambigui- falsità”.

Era il lontano 1992. A cavallo tra i primi governi Amato e Ciampi, la trasmissione satirica “Avanzi” su RaiTtre puntava i riflettori sulla politica supina e corrotta e sui giornalisti cialtroni che prendevano le distanze dalla loro stessa professione. I fogli di carta contenenti informazioni troppo compromettenti, venivano stracciati da Loche prima ancora di essere letti. Di fronte a notizie-tabù, ad esempio gli aggiornamenti su vicende scottanti come la Strage di Ustica, il comico sardo reagiva inforcando degli occhiali da sole e accompagnando il gesto con l’esclamazione Ussstica!, pronunciata portandosi il dito indice davanti a naso e labbra, prima di guadagnare rapidamente l’uscita dallo studio.

Ventisette anni dopo, dopo lo sfregio alle coscienze e la consapevolezza collettiva che Mani Pulite e la trattiva stato-mafia avrebbero dovuto apportare, ben poco è cambiato.

Anzi, la situazione è peggiorata. Perché Avanzi il 7 aprile 1992 poté fare una puntata straordinaria dedicata ai risultati delle elezioni (che portarono al governo Giuliano Amato) in cui Abdul, scrutinatore extracomunitario (interpretato da un superlativo Corrado Guzzanti) due giorni dopo era ancora alle prese con lo spoglio delle schede del suo seggio.

Passerebbe ancora questo tipo di satira sui canali della TV pubblica di oggi? Dubito. Perché il contesto è cambiato. E non ho detto migliorato. È un contesto non tanto di sinistra, quanto sinistro. In cui si ride poco e ci si trattiene molto. In cui il giornalista teme più lo scivolone nel politicamente non corretto che nell’approssimazione lacunosa.

E’ un contesto in cui i TG nazionali, riportando le notizie, troppo spesso glissano (poco) elegantemente sulla prima “doppia vu” del giornalismo anglosassone, modello di riferimento del dovere di cronaca che ha fatto scuola in tutto il mondo: “Who”, cioè “chi” ha fatto qualcosa. Quel “chi”, che dovrebbe essere corredato di tutti i dettagli possibili suscettibili di diventare pubblici (ovvero, che non toccano la privacy).

Ma il “chi” sembra essere trascurabile e la deontologia professionale un concetto evanescente quando quel “chi” è un soggetto “sensibile”, mediaticamente intoccabile. Ad esempio un immigrato clandestino pregiudicato, che in base alle leggi dello Stato non avrebbe dovuto neanche trovarsi in Italia, a piede libero, in condizione di commettere altri crimini.

Come Innocent Oseghale, nigeriano clandestino con precedenti di polizia per spaccio di droga (questo è il “Chi”: informazioni di dominio pubblico) che insieme ad altri due nigeriani richiedenti asilo ha massacrato Pamela Mastropietro il 30 gennaio 2018. Ma non una parola sulla condizione irregolare di Oseghale nei TG della RAI. Pare brutto? Eppure si tratta di un dettaglio decisamente non trascurabile. Perché significa che quel signore, quel giorno, non avrebbe dovuto trovarsi lì, in condizioni di uccidere.

Quello di Pamela è solo un esempio, uno dei più eclatanti, ma se ne potrebbero fare tanti altri. Va detto anche che l’informazione italiana glissa anche sulle notizie d’importazione. Parliamo ad esempio dell’uomo (un trentenne rifugiato siriano, già noto alle forze dell’ordine) che alla guida di un camion rubato nel pomeriggio di mercoledì 7 ottobre a Limburgo, nella Germania occidentale, ha travolto otto macchine ferendo nove persone, al grido di “Allah”.

Avete letto qualcosa sui giornali di oggi? Sentito qualcosa ai telegiornali? No? Neanch’io. E vabbé. “Sopravvoliamo”, direbbero ad Avanzi.