Dove non osa la politica

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Là dove non osa la politica c’è qualcosa che brilla di luce propria e convince: è la voce della società civile. Ignorata, schiacciata, umiliata. Ma più che mai presente, vigile e molto arrabbiata.

Nelle periferie italiane così come nelle metropoli, il suo disagio non è più un furtivo compagno di viaggio ma un inquilino regolare, malato dell’indifferenza di cui è stato nutrito per anni. È il disagio che abbiamo incontrato negli occhi spenti dei genitori di un neonato morto dopo quattro ore di attesa di un’ambulanza a Polistena, Reggio Calabria. In Calabria le ambulanze ci sono, ma mancano gli autisti.

È il disagio di Mariella, 65 anni, 42 che insegna Matematica e Scienze in una scuola media romana. Quota cento lei l’ha superata da sei anni, ma il Provveditorato del Lazio le riconosce solo ventinove anni, dimenticando gli anni in pre-ruolo, il riscatto di quelli all’università, le lunghe supplenze. Dopo un anno e mezzo di code e telefonate, Mariella aspetta ancora i conteggi giusti. Con lei, quasi cinquemila insegnanti dal pensionamento incerto in Italia.

È il disagio dei quasi mille “suicidi economici” dal 2012 ad oggi. Imprenditori, disoccupati, ma non solo: la tendenza è in crescita anche per gli occupati. Alessandro Davicino, imprenditore di Campiglione Fenile, un paesino di 1300 abitanti nei pressi di Pinerolo, aveva 40 anni. Schiacciato dai debiti, si è ucciso sparandosi un colpo alla testa dopo il fallimento della sua azienda.

Ma il debito più pesante è quello che schiaccia i politici a responsabilità che non hanno saputo prendere nei confronti di una società civile che non hanno saputo ascoltare. Che ancora aspetta i fatti oltre alle parole. E sulla quale pesano una pressione fiscale reale vicina al 50%, una burocrazia bizantina, una pubblica amministrazione che continua a partorire mostri e un cronico ritardo infrastrutturale che interessa tutta l’Italia, con punte massime al Sud.

Là dove non osa la politica, questa società civile alza la testa perché non ci sta, non accetta di essere presa in giro ancora una volta. A Taranto, che vanta il triste primato del 30% in più di tumori infantili rispetto alla media nazionale, ci si continua ad ammalare e a morire per i veleni dell’ILVA. E la polvere rossa è ancora più amara per gli elettori del M5S, che ha stravinto a Taranto (oltre il 47% delle preferenze sia alla Camera che al Senato) grazie alla promessa di chiuderla e riconvertirla.

Là dove non osa la politica – e questo è il movimento più trasversale – ci sono uomini e donne, genitori e non, che ne hanno abbastanza di vivere nella dittatura sanitaria dei vaccini obbligatori. E mentre in parallelo le prestazioni assistenziali si riducono – legge di bilancio 2018 è nuovamente intervenuta sul contenimento della spesa per il personale sanitario e sui processi di acquisto dei beni e servizi in ambito sanitario – l’aumento della spesa pubblica per vaccini ingrassa i bilanci delle cinque aziende che si spartiscono il mercato (GlaxoSmithKline, Pfizer, Merck, Sanofi Pasteur e Sequirus). Dati alla mano (rapporto Osmed), tra il 2016 e fine 2017 la spesa complessiva per i vaccini è aumentata di 130 milioni di € (da 358 a 487,4 milioni di €). A determinarne l’incremento è stato il prezzo della singola dose che da 14,02€ è passato a 22,74€ in media. Se moltiplichiamo l’aumento di circa 8€ a dose per il numero dei vaccinati in più per via dell’obbligo otteniamo un affare a tanti zero. A guadagnare questo 62% in più sono state le cinque aziende di cui sopra, a spese dello Stato, ovvero dei cittadini.

Ricordiamo Salvini, che a maggio tuonava contro il decreto Lorenzin, frutto di un approccio “statalista e classista” che “discrimina tra ricchi e poveri” ed entra a gamba tesa nelle case degli italiani, minacciando di togliere la patria potestà. E ancora a gennaio 2018, alla vigilia del voto: ”Cancelleremo le norme Lorenzin. Vaccini sì, obbligo no. E tutti a scuola a settembre”.

Ricordiamo l’intervento alla Camera dell’allora Deputata, oggi Ministro della Salute Giulia Grillo, nel luglio 2017, nel dibattito per la conversione in legge del decreto legge dell’allora Ministro della Salute, oggi Deputata Beatrice Lorenzin, che rendeva i vaccini obbligatori: “Vi siete presentati con un decreto folle. Siete in grado di obbligare dieci vaccini, ma non siete in grado di garantirne uno. Ministro, tolga da questo decreto ogni coercizione e multa. Facciamo in modo di accompagnare i genitori ad una scelta consapevole, ad un atto volontario. No all’obbligatorietà, sì alla raccomandazione”.

È passato un anno e mezzo. L’obbligo è rimasto, e sono scattate le esclusioni scolastiche. Senza alcuna spiegazione da parte della Lega o del M5S su come si sia passati dal no obbligo a si obbligo, dal no alla coercizione ai controlli dei NAS presso le scuole, dal no a ogni multa alla raffica di multe in tutta Italia. E quella che per ragioni elettorali era una fetta importante della società civile rispettata e ascoltata, è stata declassata ad un manipolo di quattro gatti novax.

Si avvicinano le elezioni europee, e il disagio di questi quattro gatti (quattro? Sorpresona), si potrà toccare con mano. In cabina elettorale. Là dove dobbiamo ancora trovare un partito politico che osi la coerenza.