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Bolsonaro presidente. Reazionario o democratico?

| 29 Ottobre 2018 | ESTERI

Elezioni Brasile.
Lo scrutinio, iniziato alle 23 ora italiana, sta per terminare proprio ora grazie alla rapidità del sistema di voto elettronico. Seppur con l’8% di collegi ancora da scrutinare, lo stacco fra il PSL di Jair Bolsonaro e il PT di Fernando Haddad è pari a quasi 10 milioni di voti, nonché 11 punti percentuali di stacco a favore del PSL.

Il clima di odio, speranza e tensione raggiunge livelli altissimi in Brasile, dove oggi si è celebrato l’ultimo turno delle elezioni fra il reazionario Jair Bolsonaro e l’esponente del Partito dei Lavoratori Fernando Haddad.

Parlare di “reazionario” riferendosi a Bolsonaro potrebbe sembrare una classica esagerazione tipica della moderna retorica politica sempre più infiammata e irrispettosa dell’avversario. In questa sede però, il termine reazionario per descrivere il candidato alla presidenza federale, è tutt’altro che parziale.

Jair, che proprio settimana scorsa è stato indagato dalla procura federale per crimini di odio, non è solito farsi scappare l’opportunità di dire la sua.

Spudoratamente a favore del ritorno alla dittatura militare del 1985, apertamente razzista verso i neri e verso gli indigeni amazzoni, contro i diritti delle donne, contro i diritti delle minoranze, contro i diritti degli omosessuali. La sua è una caricatura di Trump, che va oltre il conservatorismo. Jair sogna il mondo come era una volta: definirlo reazionario non scade affatto nelle becera retorica. Ma insieme a lui, questo mondo tramontato, sembra sognarlo anche la maggioranza degli elettori.

Il problema è proprio questo. Come fa un rappresentante di tale ideologia anche solo ad aspirare a prendere un seggio al parlamento? O addirittura diventare Presidente di una potenza continentale nonché membro BRICS?

Jair non ha nemmeno promesso mare e monti. Ha promesso due cose semplicissime: ordine e fine della corruzione.

E’ un chiaro ed evidente segno di fallimento per la democrazia. Sbugiarda la tesi secondo cui la democrazia è in sé un regime perfetto che se lasciato agire raggiunge livelli di benessere via via migliori. Nel lungo termine senz’altro è così. Dopo tanto sangue e tante manette, tutto si riequilibra. Ma non è certamente questo scenario di lungo/lunghissimo termine che si ha in mente quando si parla di democrazia.

La democrazia ha dei problemi, degli odiosi problemi che si annidano nella sua stessa struttura. Dall’intrinseco conflitto di interesse che nasce strutturalmente già nella campagna elettorale, alla mancanza di controlli necessari su chi viene eletto e sulle risorse pubbliche (considerato errato e distorsivo dagli stessi ideologi democratici). Per non parlare delle dinamiche sociali che portano a comportamenti degeneri degli stessi rappresentanti . Comportamenti come la corruzione, il voto di scambio, le tangenti. In un Paese con un altissimo livello di criminalità sia di strada che di vertice, come ci si può aspettare che anche il sistema democratico non sia intrinsecamente infetto?

Come può una maggioranza di persone disperate, scarsamente istruite, deviate dai mass-media (di cui Jair si avvale) e spesso conniventi con fenomeni di corruzione e criminalità, eleggere qualcuno migliore di loro che possa togliergli l’unico contesto che conoscono?

Se il modello malavitoso, per necessità economiche e/o per assenza di Stato, si espande a macchia d’olio sulla società (ed essendo la stessa società a dover rimediare mediante le elezioni) risulta chiaro che l’infezione non passerà mai.

Risulta quindi ben poco sorprendente che l’equazione si riequilibra con la scelta di soggetti quale Bolsonaro. Già la Svezia, seppur moderatamente, ha dato prova di questo fenomeno.

Questo dovrebbe essere un monito per tutte le democrazie: la democrazia ha molti problemi, la democrazia porta in grembo i semi del disastro. Non curare con tempismo la democrazia dai suoi stessi mali, significa consegnarla nelle mani di chi, per risolverne i problemi ne crea di nuovi, spesso ben più gravi. La democrazia va presa di petto e va aiutata a migliorare. Non va difesa come un dogma autoreferenziale, come un valore assoluto e immutabile. Farlo significa accompagnarla per mano verso il baratro. E con lei tutti noi.

TAG: America Latina, bolsonaro, brasile, brazil, BRICS, democrazia, elezioni 2018, elezioni brasile, Haddad, nazionalismo
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