Webtax: l’equitá nel terzo millennio

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Torna a farsi sentire al parlamento europeo un tema alquanto discusso in passato: la webtax. Questa volta è il ministro delle finanze francesi Le Maire a farsene portavoce con l’obbiettivo di poterla realizzare entro fine anno. Azione questa che si inserisce nel piano di lavoro  straordinario con cui il PE intende arrivare fino alle elezioni del prossimo maggio. Ma andiamo per gradi.

Che cos’è la webtax? La webtax si propone di essere un’imposta sui fatturati delle web companies più grandi applicata uniformemente in tutti gli stati membri dell’Unione. È solo guardando la situazione attuale che ci si può rendere conto di quanto un’azione in tal senso sia necessaria. È infatti celebre il caso della Apple, l’azienda più grande del mondo in termini di fatturato, che ha stabilito la propria sede legale in Irlanda.

Qual’è il problema? Tramite questo escamotage Apple ,che fattura miliardi in tutti i 28 stati membri, li può dichiarare interamente in Irlanda privando così di una rendita fiscale potenzialmente enorme l’intero continente. Come se non bastasse le autorità nazionali hanno concesso al colosso tecnologico un trattamento personalizzato che consiste in un aliquota che si aggirava tra lo 0,1 e l’ 1%. Proprio così,in un paradosso vergognoso si è arrivati al punto in cui all’azienda più potente al mondo viene offerta l’esenzione totale dalle imposte sui suoi profitti miliardari,mentre i salari dei suoi dipendenti sono tassati trenta volte tanto. Quella che potrebbe sembrare una legittima strategia altro non è stata che un’evasione legalizzata con l’avvallo del governo irlandese. Solo questo caso emblematico del regime attuale è in grado di spiegare perché quello della webtax sia diventato un tema ricorrente.

Ma oltre agli aspetti economici è possibile trarne anche altre considerazioni. Quello della webtax è infatti uno strumento,un’idea che nasce di fronte alla discrasia tra l’economia globalizzata, e non esiste nulla di più globale della virtualità, e gli stati nazionali. È facile notare come il potere di queste companies sia enormemente potenziato dal fatto che si trovano ad operare in un campo,quello del web, che per definizione non occupa uno spazio fisico,un territorio. Esse  sono così libere di sfruttare a proprio piacimento tutte le difficoltà ed i vuoti normativi che il sistema offre loro. Gli Stati, impotenti davanti agli elementi di novità ed incapaci di fronteggiarli, si vedono così costretti a piegarsi agli interessi dei nuovi padroni,in grado anche di oltrepassare le legislazioni a cui cittadini ed imprese sono sottoposti.

Ed è in quest’ottica che è possibile scorgere nella webtax elementi anticipatori di quello che i parlamenti si troveranno ad affrontare nei prossimi anni,per almeno due ragioni. La prima è che in essa si identifica uno strumento in grado di dare una risposta,di sanare le disuguaglianze causate dalla globalizzazione incontrollata del terzo millennio e che trova nel web il suo terreno più selvaggio. In secondo luogo è ovvio che tale misura si basi su di una condivisione fiscale tra una moltitudine di nazioni, unite dalla necessità di fare fronte comune dinanzi le nuove frontiere dell’economia,costrette ad uscire dal loro isolamento. Ancora  una volta assistiamo ad una causa,la globalizzazione,e al suo effetto, il federalismo multinazionale.