Brexit, la disgregazione del Regno Unito

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Brexit: dai negoziati dipende l’esistenza del Regno Unito

Cameron si danna per la sua iniziativa andata male (ovvero il referendum sulla Brexit) e Corbyn, liberali della City e socialisti britannici stanno cercando in tutti i modi di impedire la fuoriuscita dal mercato unico. Non sembra che basterà la linea ambigua del “no deal is better than a bad deal” di Theresa May o i tentati nuovi referendum per restare nella Ue (che si dice diano questa volta la maggioranza favorevole alla Eu). Ma ormai il dado sembra tratto.
In un modo o nell’altro, l’immortale Regina si troverà ad essere una extracomunitaria.

Ma prendiamo in considerazione altri due aspetti: il vantaggio europeo e la disgregazione del Regno Unito.


(Mappa raffigurante i risultati del referendum sulla Brexit del 2016, collegio per collegio)

Il vantaggio europeo:

L’uscita del Regno Unito non ha favorito quella scintilla di fuoriuscite che si temeva invece avvenire: gli elettorati europei nei rispettivi Stati hanno preferito optare per forze non-antieuropa.

Ma tralasciando il discutibile dispiacere che ne deriverà dalla defezione anglofona e dallo scongiurato pericolo per una defezione di massa, gli europei dovrebbero chiedersi: a noi conveniva tenerci il Regno Unito?

La risposta è chiaramente no. Stiamo parlando dello Stato che (oltre alla Francia) più di ogni altro ha messo clausole su clausole per mantenere ferma la propria sovranità ed impedire il processo di unificazione: mancata unificazione monetaria, mancato accoglimento dei flussi migratori, mancato appoggio per la creazione di un apparato militare, mancato appoggio per la creazione di una piattaforma di intelligence comune, mancato appoggio per politiche di autonomia europea dall’assillo Statunitense, mancato appoggio per una graduale cessione di sovranità e integrazione europea. Niente di niente. Il Regno Unito versava contributi allo scopo di restare nel mercato unico e godere dell’abbattimento delle barriere doganali senza però assumersi tutti i doveri che gli altri Stati membri si sobbarcavano.

Ciò che separava Londra dai “cattivissimi” paesi di Visegrad, era il suo Status: una potenza europea con un soft-power (influenza culturale) internazionale indiscutibilmente forte, che si garantiva quella sorta di immunità dalla sua posizione decisamente al limite dell’opportunismo.

Escludendo i tantissimi problemi di legittimità legati all’Unione, senza il Regno Unito, l’Europa ha un peso in meno nel suo percorso di integrazione.

Disgregazione del Regno Unito:

Un aspetto che si tende bovinamente a tralasciare è quanto la Brexit possa avere gravi ripercussioni sul tessuto sociale interno al Paese.

Il Regno Unito infatti, senza considerare la sua grande eterogeneità interna, linguistica, politica e confessionale, ha già subito una durissima divisione per via del referendum. Infatti i moltissimi remainers cercheranno in ogni modo di rendere vana la Brexit.

Ma sorgono due altri problemi legati alle popolazioni celtiche, Scozia e Repubblica di Irlanda.


(Il patriota Miceal O’Coileain, che nel primo dopoguerra, iniziò la transizione verso la totale indipendenza di Dublino da Londra)

La prima gode di una ampia autonomia dovuta alla Devolution (una sorta di federazione “octroyée”, concessa), la seconda invece, dichiarò la propria indipendenza dalla Regno già dagli anni 20 grazie al patriota Miceal O’Coileain. La Repubblica di Eire (Irlanda) entrò nella CEE nel 73, insieme al Regno Unito, e proprio con quest’ultimo condivide il confine con l’Irlanda del Nord, rimasta fedele a Londra per via della cospicua immigrazione londinese a Belfast, Ulster. Ed è quel sanguinoso confine che desta molta preoccupazione: una Soft Brexit prevede l’assenza di confine fra le due Irlande, ma non si capisce che ruolo debba allora avere l’Irlanda del Nord col resto del Regno. Godrà di una autonomia specifica? Il masochista governo di Belfast, optando invece per una hard-brexit, ha fatto sapere che non intenderà avere condizioni economiche più vantaggiose da quelle attribuite al resto del regno. Ciò significherà rimettere il confine doganale fra Irlanda del Nord e repubblica di Irlanda, separandole.
Il discorso verte sul dove mettere il confine doganale: se il confine andrà a ricadere fra Belfast e Londra si avrà una inevitabile dissoluzione del Regno Unito; se il confine andrà messo fra Belfast (che ha votato per restare nella EU) e Dublino, allora si riaprirà la lotta patriottica per la riunificazione dell’Irlanda. In ogni caso la situazione sembra tutto fuorché sotto controllo.

Come se non bastasse si ci mettono anche gli scozzesi.

La Scozia, che come prima enunciato gode della Devolution (una sorta di autonomia in quanto nazione), è sempre stata una spina nel fianco di Londra con la quale si unì nel 1707 (unione delle corone di Scozia e Inghilterra).

Essa presenta un proprio parlamento, una propria lingua standardizzata (pure la BBC trasmette i telegiornali in Gaelico scozzese) e una propria organizzazione politica nazionalista fortemente europeista. Già nel 2014 lo Scottish National Party di Alex Salmond (ora in mano al presidente Nicola Sturgeon) tentò la sorte con un referendum sull’indipendenza di Edimburgo. Il tentativo fallì di poco, con un 44,7% di sì e un 55% di no. Nel referendum sulla Brexit si vede chiaramente che tutta la Scozia in tutti i collegi senza alcuna eccezione, votò a favore dell’Europa.


(Nicola Sturgeon, presidente scozzese dello Scottish National Party. Prevede un nuovo referendum indipendentista entro il 2020)

Londra però, nel caso dell’indipendenza scozzese aveva giocato l’astuta carta dell’europeismo: i nazionalisti scozzesi, fortemente europeisti, non riuscirono a dare un buon motivo ai propri elettori per rassicurarli sulla loro permanenza nell’Unione, la quale uscendo dal Regno Unito sarebbe stata a rischio.

Ma ora che sono stati gli stessi “inglesi” a votare per uscire dalla UE, che scuse avranno nei confronti degli scozzesi che avevano scelto di restare nel Regno Unito solo per non uscire dalla UE e oggi si trovano semplicemente fregati?

Un nuovo referendum per l’indipendenza scozzese è infatti in fase di progettazione entro il 2020, e il risultato si attende essere molto diverso da quello del 2014.

In base a ciò, risulta chiaro che a marzo 2019, formalizzata la Brexit, qualsiasi essa sia, sarà solo la punta dell’iceberg. In gioco c’è la sorta di una potenza millenaria e del vuoto che tale potenza potrà lasciare sullo scacchiere mondiale.