NON E’ (PIU’) UN GIOCO DA RAGAZZI…

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Cosa immaginate pensando a bambini o ragazzi che giocano, che fanno sport all’aria aperta?
Se avete più di un capello bianco in testa certamente andrete con i ricordi a campi polverosi o al più improvvisati, a palloni parzialmente sgonfi inseguiti da gruppi di ragazzi con indosso magliette delle più note e popolari squadre nazionali e nella mente e nel cuore la voglia di riprodurre le gesta atletiche dei più celebrati campioni e la speranza di essere anche loro, un giorno, protagonisti in quei medesimi stadi od impianti sportivi traboccanti di spettatori in delirio. Oppure ricorderete quegli oratori di periferia dotati di un unico campo polifunzionale, spesso in mattonelle dure e non perfettamente allineate, teatri di accesi ed infiniti confronti con l’unico pegno (forse) di assistere preventivamente ad una celebrazione eucaristica imposto del parroco/arbitro, che urlando bonariamente intimava: “prima la messa e poi il pallone”.
Un ricatto?
Affatto, soprattutto se confrontato a quel nemico invisibile che, da qualche anno ed in un’Italia iper tecnologica e zeppa di mega strutture sportive, frequentemente si frappone ed ostacola il desiderio pur legittimo di molti giovani di praticare una qualsivoglia disciplina, seppure a livello inizialmente dilettantistico:
IL VINCOLO SPORTIVO.

Una debita premessa che suona come la più assurda delle contraddizioni: tale vincolo, che risultava sancito nella Legge 91/1981( praticamente il “Vangelo” legislativo dell’ordinamento sportivo nazionale) e sull’onda lunga dei tellurici effetti prodotti dalla sentenza Bosman (che ha di fatto sancito la libera circolazione dei lavoratori in ogni paese membro della Comunità Economica Europea), è stato di fatto abolito dalla Legge n° 586 del 1996 ma unicamente – udite udite – nei confronti degli atleti professionisti, in quanto intollerabile limitazione alla libertà contrattuale dei medesimi ed alla possibilità di trasferirsi ad altre Società in cambio di maggiori retribuzioni.

Ma anche il più sprovveduto in materia sportiva sa bene che il mondo professionistico costituisce solo la punta emergente e visibile di un ben più ciclopico e sfaccettato iceberg costituito da centinaia di migliaia di semiprofessionisti e soprattutto di dilettanti ai quali non si applicano né le leggi di mercato né le favorevoli clausole contrattuali strappate da qualche ineffabile procuratore ma l’ormai datata legislazione in materia ed il preistorico ordinamento sportivo che vede il suo apice nel Comitato Olimpico Nazionale Italiano (in breve CONI).
Tutte le principali discipline fanno capo alle Federazioni Sportive che provvedono all’affiliazione delle varie Società ed in regime di assoluto monopolio sovrintendono all’organizzazione e regolamentazione dei vari campionati e manifestazioni, ivi comprese quelli su base strettamente locale; il principio formativo e consacrato da molteplici norme sarebbe quello di consentire a tutti, e soprattutto ai più giovani, di svolgere in piena libertà qualsiasi attività sportiva ma nella realtà anche le pietre sanno che il primo ed imprescindibile adempimento per l’accesso alla pratica sportiva dilettantistica è il formale tesseramento con una associazione sportiva.

Da un punto di vista giuridico sarebbe soltanto una delle molteplici estrinsecazioni di quella libertà di associazionismo contemplata e garantita in primiis dalla nostra Carta Costituzionale, di fatto spesso e volentieri si traduce nella sostanziale cessione a titolo gratuito delle proprie prestazioni sportive alla Società cui si aderisce e la conseguente impossibilità di svolgere altrove, e per una durata il più delle volte indefinita, la medesima attività. Il vincolo sportivo, appunto, unico nel suo genere tra l’altro, dato che la libertà di associarsi come sopra sancita contempla senza dubbio anche la facoltà o meglio il diritto di recedere da una qualsivoglia organizzazione per i motivi più disparati od anche più semplicemente perché non se ne condividano più i principi fondanti o gli obiettivi.

Nello sport dilettantistico ciò non succede, o meglio non è contemplato come una precisa volontà dello sportivo da esercitarsi anche unilateralmente ed in un qualsiasi momento, dato che occorre sempre e comunque il consenso della Società che ne detiene il tesserino ovvero il decorso di un periodo di tempo talmente lungo da costituire talvolta un freno alla crescita agonistica del giovane atleta.
Le Società difendono ed in certo modo giustificano la persistenza del vincolo sportivo con l’esigenza di difendere la cd. “patrimonializzazione dell’atleta dilettante”, in parole semplici evitare che i più promettenti dei tesserati e sui quali la Società ha investito tempo e denaro possano trasferirsi in club più importanti e rinomati senza il riconoscimento di adeguata contropartita economica; peccato che nella stragrande maggioranza dei casi gli sportivi dilettanti, ed in particolare i minori, quale corrispettivo del tesseramento paghino corpose rette d’associazione e spesso debbano sostenere in prima persona i costi dell’attrezzatura e perfino le stesse spese d’iscrizione alle varie manifestazioni, alle quali partecipano non tanto e non solo a titolo personale ma inevitabilmente in rappresentanza delle stesse società d’appartenenza.

Perché mai un giovane che non si senta pienamente valorizzato dalla Società cui appartiene (ecco, questo è il termine più adatto ed evocante forme di subdola schiavitù moderna), che non abbia più feeling con i tecnici che lo allenano o semplicemente, e per un qualunque motivo, non sia più a suo agio nell’ambiente del club, deve essere privato della possibilità di proseguire l’attività sportiva altrove? Perché deve trovarsi in un simile stato di soggezione, ben sapendo che quasi mai conviene andare in rotta di collisione con la propria società, visto che i club dilettantistici minori e su piazza sono spesso collegati tra loro ed è facile vedersi etichettati per elementi difficili, spesso dei veri rompiscatole?
Giuseppe è il papà di Nicolò, ora quasi maggiorenne ma all’epoca dei fatti poco più che decenne:
“Mio figlio adorava il calcio ed in particolare la Juventus, il suo idolo incontrastato Alessandro Del Piero; passava giornate intere con la maglia bianconera numero dieci ed alle pareti della sua cameretta facevano bella mostra poster enormi dell’Alex nazionale; se la cavava anche bene a giocare, Nicolò, un bel centrocampista con piedi buoni ed una discreta visione di gioco, come si dice in gergo.
Per mesi mi ha implorato di iscriverlo alla scuola calcio più famosa della provincia e che si fregiava della propria vicinanza e collaborazione proprio con la Juventus, alla fine ho ceduto firmando insieme alla richiesta di tesseramento anche una quantità notevole di fogli con clausole e noticine scritte in carattere davvero minuscolo: non ho avuto alcun sospetto o timore, volevo solo fare felice Nicolò. All’inizio nessun problema, i tecnici erano tutti molto professionali e disponibili, i bambini giocavano tutti insieme; dopo qualche mese però dovettero allestire la rappresentativa per partecipare al campionato provinciale under 13 ed allora è cominciato a cambiare tutto. Allenamenti separati, i più grandi ed esperti in campo con l’allenatore a provare schemi di gioco, i neo iscritti tra i quali Nicolò a dare quattro calci al pallone fuori; ovviamente per le partite venivano convocati tutti ma mio figlio e pochi altri sempre in panchina. Nicolò cominciò ad incupirsi, essendo tra l’altro anche oggetto di velato scherno da parte dei compagni; mi decido a parlare con la Società non certo per protestare o imporre mio figlio ma per capire le reali intenzioni della medesima: come papà mi interessava solo il suo divertimento e la sua serenità, non certo che diventasse il futuro Del Piero. Chiedo il nulla osta necessario per il tesseramento in una Società di minore importanza e meno pretese, mi viene negato e nell’occasione vengono mostrati i documenti sottoscritti all’atto dell’iscrizione con la precisa accettazione della clausola che, in difetto di espresso consenso da parte della società tesserante, impediva il trasferimento ad altro club fino al raggiungimento della maggiore età. Ho avviato azioni legali che sono durate anni e costate discrete somme di denaro, l’esito è stato però sfavorevole; nel frattempo Nicolò ha continuato a giocare nei campionati studenteschi ed in quelli non affiliati alle Federazione Calcio, ma ogni volta che ci trovavamo a passare dal campo di allenamento della sua prima Società abbassava gli occhi o girava la testa dalla parte opposta. E soprattutto sono spariti dalla sua stanza i poster di Del Piero e la maglietta è stata riposta chissà dove…”
E qualcuno davvero pensa ancora che si tratta di un gioco da ragazzi?

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