La questione inizia a far capolino in questi giorni, per poi – con ogni probabilità – deflagrare in estate, quando la soglia di attenzione dell’elettore medio è ridotta in vista delle agognate vacanze. I nodi del sistema bancario (in particolare, quelli relativi a Mps e alle due venete) stanno per arrivare al pettine.

Facciamo un passo indietro.

Le banche commerciali italiane – essenzialmente a causa della violenta crisi economica innescatasi nel 2008 e poi acuita dalle politiche pro-cicliche dei governi da Monti in avanti – devono fare i conti con una massa abnorme di crediti deteriorati, per lo più finanziamenti a medie imprese (molte nel campo dell’edilizia) che non possono essere restituiti nei tempi concordati perché il debitore, molto poco opportunamente, è fallito, oppure si trova in cattive acque.

Questi crediti deteriorati (che gli anglofili amano definire NPL) gravano sui bilanci bancari in termini sia di svalutazioni, sia costi di gestione, sia di assorbimento di capitale, e dunque devono essere ceduti (devono in senso tecnico: Mps per esempio ha ricevuto precise istruzioni dalla BCE). Ma siccome i venditori sono molti ed i compratori – soggetti finanziari specializzati in cartolarizzazioni e recupero crediti – sono pochi, gli NPL, iscritti nei bilanci bancari normalmente attorno al 40% del loro valore, sono alienabili a non più del 20% del nominale, con conseguente perdita sanguinosa per la banca offerente, distruzione di capitale, potenziale necessità per gli azionisti di “frugarsi” nuovamente in tasca.

Al danno, poi, rischia di aggiungersi la beffa. I sistemi interni di valutazione dei rischi delle banche calcolano infatti il rischio di perdita sui finanziamenti in caso di fallimento della controparte a partire dai dati storici dei recuperi. Una cessione significativa di NPL a prezzi molto bassi renderebbe quindi tutti i mutui concessi dall’Istituto “più rischiosi”, con conseguente riduzione del famigerato CET1 e quindi, anche in questo caso, obbligo di nuovo aumento di capitale (il CET1, infatti, è il rapporto fra il capitale della banca ed i suoi attivi ponderati per il rischio: a parità di impieghi, quindi, maggiore il rischio maggiore il denominatore della frazione).

Proprio per questo era nato il Fondo Atlante, di cui qualcuno si ricorderà: se ci fosse stato un operatore importante ad acquistare sofferenze a prezzi ragionevoli, il circolo vizioso si sarebbe interrotto. Senonché, Atlante è a malapena riuscito a puntellare Veneto Banca e la Popolare di Vicenza (perdendoci tre miliardi e mezzo di Euro), non ha toccato palla – almeno per ora – in Mps, ha comprato a prezzi folli le sofferenze delle 4 banche che Renzi millantava di aver salvato a dicembre 2015 e ora si sta placidamente sciogliendo come neve al sole (le svalutazioni nei bilanci delle banche socie ne sono una prova eloquente).

Torniamo all’oggi.

La Banca Centrale Europea, sulla base delle norme di vigilanza. chiede a Mps, Veneto Banca e Popolare di Vicenza di aumentare il capitale, ma il mercato non è più disposto a rovinarsi in operazioni il cui ritorno è a dir poco incerto; le tre banche (che poi in realtà sono due, visto che Veneto Banca e Popolare di Vicenza sono in procinto di fondersi in punto di diritto e si sono già aggregate in punto di fatto) hanno allora richiesto allo Stato una “ricapitalizzazione preventiva”, procedura soft utilizzabile da banche solventi (cioè non fallite), che comporta il coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti subordinati (ma non anche obbligazionisti senior e correntisti, come nel caso di bail-in), che deve essere congegnata in modo da evitare che i soldi messi dallo Stato siano utilizzati a copertura di perdite future.

E qui si ritorna di nuovo alla casella del via, come in una specie di Monopoli truccato in cui nemmeno ti danno i due pezzi da cento. La BCE chiede che le banche diano via gli NPL e che qualcuno copra le perdite, anche lo Stato se crede. La Commissione, vestale della religione della concorrenza, a cui non è chiaro il principio che – in una azienda in crisi – le perdite anticipano cronologicamente i ricavi, risponde che sì, lo Stato certo può intervenire, ma soltanto vi sono privati a coprire i buchi pregressi, magari attraverso falò di obbligazioni senior (in Veneto si inizia a parlare apertamente di bail-in), oppure mediante massacri di migliaia di dipendenti sull’altare della profittabilità prospettica (Mps).

Ma, attenzione!, una via d’uscita esiste, dice sempre la Commissione. Si tratta della mitologica bad bank, cioè – per dirla diritta – di un soggetto, appositamente costituito, che compra a prezzi equi tutte le sofferenze, le cartolarizza e quindi tenta di recuperare dai debitori più di quanto ha speso. Da ora in poi, se ne sentirà parlare tutti i giorni, garantito. E sì che in fatto di bad bank l’Italia può dire la sua: nel 1996 il governo costituì infatti la SGA per la gestione dei crediti deteriorati del Banco di Napoli, società nei primi anni più volte ricapitalizzata dalla Banca d’Italia ai sensi della Legge Sindona (erano altri tempi: ancora l’UEM era di là da venire), quindi capace di recuperare quasi per intero l’enorme mole di sofferenze – vere o presunte – del Banco e di accumulare un significativo tesoretto di oltre 500 milioni di Euro (che pare già stato utilizzato per intero nella perdente partita di Atlante).

Dunque, bene la bad bank. Il diavolo, però, spesso si nasconde nei dettagli.

A inizio anno, ad esempio, il Presidente dell’EBA – uno di quegli italiani diciamo non troppo attaccati alle sorti del proprio Paese – propose la costituzione di una società di gestione degli attivi deteriorati su scala europea, che però non mutualizzava le posizioni né delle singole banche, né dei singoli Stati, e che lasciava comunque vigente in toto l’impianto della Direttiva BRRD (quella del bail-in), ponendo anzi una tagliola triennale alla scadenza della quale gli Istituti avrebbero dovuto portare a perdita gli NPL invenduti oppure venduti a prezzi inferiori a quelli di bilancio.

Tramontata questa proposta, ecco allora il pressing delle autorità europee per la costituzione di una bad bank tota nostra, alla quale sì cedere tutte le sofferenze delle banche, purché a (al contrario di quanto fatto dalla SGA) a prezzi di mercato. E come fare per innalzare un po’ questi prezzi? Ovvio, rendendo sempre più veloci le procedure di recupero del credito tramite escussione delle garanzie, cioè – in altri termini – riducendo drasticamente i margini di manovra del debitore che non riesce a ripagare nei termini tutte le rate del mutuo ma, legittimamente, vorrebbe evitare di essere sfrattato in mezzo a una strada. Non che passi importanti verso l’esproprio immediato non siano già stati fatti in passato (in meno di un anno abbiamo avuto un nuovo art. 2929-bis c.c., il D.L. 18/2016, il nuovo art. 40 del Testo Unico Bancario, infine il D.L. 59/2016), ma evidentemente all’Europa – cioè all’Unione Europea – ancora non basta.

E se, alla fine, il giochino non riuscisse? Non c’è problema, c’è sempre la possibilità di ricapitalizzazione diretta o indiretta degli Istituti tramite Meccanismo Europeo di Stabilità, che tanto bene ha funzionato in Spagna. Sì, certo, c’è quel piccolo problema che il MES i soldi (nostri) ce li (ri)presta solo in cambio di condizionalità, cioè di controllo sui conti pubblici da parte della Troika. Ma che sarà mai? Hai visto come sono felici in Grecia, dove il PIL cresce del 2,5%?

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