Nell’immagine di copertina, i capi di governo delle quattro più grandi potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale durante la conferenza di pace di Parigi. Da sinistra: il primo ministro britannico David Lloyd George, il primo ministro italiano Vittorio Emanuele Orlando, il primo ministro francese George Clemenceau, il presidente americano Woodrow Wilson.

Esattamente 100 anni fa, il 18 gennaio 1919, ebbe inizio nella capitale francese la conferenza di pace che aveva lo scopo di riportare ordine e stabilità nel sistema internazionale, e in particolare in Europa, dopo l’inedito, lunghissimo e violentissimo sconvolgimento della Prima Guerra Mondiale.

Le quattro principali potenze vincitrici (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia) dovettero farsi carico dell’arduo compito, mentre l’Europa intera, vinti e vincitori, si stava leccando le profondissime ferite causate da quel massacro fratricida che mise in seria discussione la sua centralità nel sistema internazionale, elemento cardine che fino ad allora l’aveva caratterizzato.

Quando l’11 novembre 1918 l’armistizio firmato dalla Germania entrò in vigore, ponendo fine alla guerra, l’entusiasmo e la gioia esplosero in modo incontenibile, ma questi sentimenti ebbero breve durata. Il crollo degli imperi tedesco, austro-ungarico, ottomano e russo fece sprofondare l’Europa centro-orientale in una situazione caotica caratterizzata dalla lotta per il potere politico e la ridefinizione dei nuovi confini su base etnico-linguistica. La Russia era dilaniata da un’aspra guerra civile e la Germania per poco aveva evitato la stessa fine, con il tentativo rivoluzionario degli spartachisti represso nel sangue proprio pochi giorni prima dell’inizio della conferenza.

Le sfide poste dalla riconversione dell’industria bellica e dalla smobilitazione delle forze armate, la gravissima situazione economica su cui gravavano i debiti di guerra, le tensioni sociali e i venti degli ideali universalistici del wilsonismo e del leninismo furono alcuni degli elementi caratterizzanti la crisi che l’Europa dovette affrontare nel periodo immediatamente successivo la fine della Grande Guerra, tra la fine degli anni Dieci e i primi anni Venti. La carica destabilizzante e potenzialmente distruttrice di questi processi si palesò già nelle prime settimane successive al conflitto, e così il sollievo per la fine della guerra fu ben presto sostituito dal timore che le tensioni sociali, politiche ed economiche, influenzate anche da quello che stava accadendo in Russia, potessero sfociare nella rivoluzione o nella guerra civile.

È in questo clima difficilissimo che ebbe inizio la conferenza di pace di Parigi. Il 18 gennaio 1919 delegazioni diplomatiche provenienti da più di trenta paesi si incontrarono nella capitale francese per riformare il sistema internazionale ed impedire una nuova catastrofe come quella che si era conclusa appena due mesi prima. I lavori furono guidati dai capi di governo delle quattro più importanti potenze vincitrici: il presidente americano Woodrow Wilson, il primo ministro britannico David Lloyd George, il primo ministro francese George Clemencau e il primo ministro italiano Vittorio Emanuele Orlando. Tra i quattro grandi quello più in vista fu senza dubbio il presidente Wilson che prima di giungere a Parigi intraprese un tour in alcune capitali europee, tra cui Roma, e dovunque andò venne accolto calorosamente dalle folle e dai capi di Stato. Fu il primo presidente americano in carica a visitare l’Europa, ma la sua ingombrante presenza alla conferenza di Parigi segnò l’inizio dell’inesorabile fine della gloria del Vecchio Continente.

Wilson giunse a Parigi con idee radicalmente diverse rispetto a quelle dei suoi omologhi europei. Idee intrise dell’idealismo americano, di cui democrazia, autodeterminazione dei popoli e libero commercio erano le parole chiave funzionali alla volontà di rendere gli Stati Uniti la guida indiscussa del nuovo ordine mondiale. Gli ideali wilsoniani rimanevano dunque subordinati al perseguimento dell’interesse nazionale. Wilson aveva sintetizzato il suo progetto di rifondazione dell’ordine post-bellico nei suoi celebri Quattordici Punti, pronunciati in un discorso già nel gennaio 1918. Gli ideali rivoluzionari del presidente americano si scontrarono immediatamente con le intenzioni dei governi europei vincitori. La guerra era stata troppo lunga e devastante e il tributo di sangue troppo elevato: gli europei non erano disposti a cedere ai richiami dell’idealismo americano. Un idealismo che suscitò scetticismo e dubbi e che non poteva che provenire da quel paese che, a parte per centomila morti (perdite umane irrisorie se confrontate anche solo con quelle dell’Italia) si era enormemente arricchito con la guerra. Gli europei, chi più chi meno, volevano lo scalpo della nazione che era ritenuta responsabile della catastrofe, la Germania.

Il principale oppositore all’idealismo wilsoniano fu senz’alcun dubbio il governo francese.

Wilson auspicava la presenza degli sconfitti alla conferenza di pace, così da poter rifondare l’ordine mondiale su basi equilibrate e condivise, in modo da evitare nuovi catastrofici “scivolamenti”. Per i francesi però l’obiettivo principale della conferenza non era solo riordinare il mondo, ma anche “sanzionare i colpevoli”, come disse il loro presidente  Raymond Poincaré all’apertura della conferenza. La Francia subì perdite umane e materiali incalcolabili nello scontro all’ultimo sangue con la Germania e la vittoria nella Grande Guerra fu la tanto attesa occasione per vendicare l’umiliazione del 1871. La Francia voleva annullare per l’eternità il potenziale aggressivo della Germania. Ciò si traduceva in pesanti sanzioni economiche, espropriazione di territori e risorse naturali e divieto di organizzare un esercito. Una pace punitiva e molto severa quindi, l’esatto opposto di quanto voleva Wilson. Inoltre, Clemencau si rifiutò di accordare l’ingresso della Germania nella Società delle Nazioni, l’organizzazione sovranazionale voluta da Wilson che avrebbe dovuto garantire la pace mondiale. Tale esclusione avrebbe isolato politicamente la Germania a livello internazionale.

Il governo britannico non condivideva la severità francese ma ciò non implicava che sposasse l’ambizioso progetto del presidente americano. Londra non voleva che la Germania venisse eccessivamente indebolita, sebbene condividesse la necessità di imporle il pagamento delle riparazioni di guerra. Punire esageratamente la Germania avrebbe portato a risentimento e astio da parte dei tedeschi, creando un vuoto politico ed economico nel cuore dell’Europa. La Germania doveva rimanere abbastanza forte da essere in grado di contenere un eventuale dilagamento del bolscevismo russo verso ovest. Tuttavia, il governo britannico era molto scettico nei confronti degli ideali wilsoniani, e non fece nulla per facilitarne la concretizzazione, a parte approvare la creazione della Società delle Nazioni. Per Lloyd George la priorità era soddisfare l’interesse nazionale, ovvero tutelare la sicurezza della Gran Bretagna, e quindi assicurarsi lo smantellamento della flotta navale tedesca. Oltretutto, l’autodeterminazione dei popoli auspicata da Wilson cozzava per principio con il concetto d’impero. Alcuni degli ideali wilsoniani erano quindi potenzialmente distruttivi per l’impero britannico, niente meno che l’impero coloniale più esteso della storia, su cui la Gran Bretagna fondava la sua ricchezza e il suo prestigio.

Esattamente 100 anni fa, i quattro grandi diedero inizio alla conferenza di pace di Parigi e si fecero carico delle loro enormi responsabilità partendo dal presupposto di quanto i loro scopi fossero in palese contrasto. I lavori della conferenza furono quindi minati dal determinante problema di fondo per cui i propositi degli Stati Uniti confliggevano apertamente con quelli degli europei, in particolare quelli dei francesi, lasciando poco spazio al compromesso. L’esito della conferenza non poteva che essere un riflesso di tale problema.

E così fu. Il conflitto d’interessi tra le grandi potenze vincitrici non si risolse in un trattato di pace, poiché fallì platealmente nell’intento di stabilizzare il sistema internazionale e legittimare il nuovo ordine mondiale. Si trattò di una tregua momentanea, destinata a infrangersi con violenza appena vent’anni dopo.