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L’euro per Dahrendorf: da progetto grandioso a temerario esperimento

| 9 Novembre 2018 | ESTERI
Difficile pensare ad un intellettuale più europeo di Ralf Dahrendorf, tedesco di nascita e di formazione, inglese d’adozione, perfettamente a suo agio in Francia, in Italia e nel resto d’Europa. A quasi dieci anni dalla sua scomparsa, la sua analisi delle conseguenze che la fine del comunismo avrebbe avuto in Europa s’incentra su temi di grande attualità.  

Nelle sue Riflessioni sulla Rivoluzione in Europa, scritto nel 1990, in una lettera immaginaria a un amico di Varsavia Dahrendorf si interrogava sui motivi che avevano portato al collasso i regimi dell’ex blocco sovietico, cercando d’individuare le strade che questi paesi avrebbero scelto di percorrere. 

In tema di unione politica europea, Dahrendorf si era progressivamente allontanato dalla visione federalista di Altiero Spinelli, che aveva conosciuto durante il suo mandato come Commissario europeo per la Ricerca, la Scienza e l’Educazione (1973- 1974). Le istituzioni europee, pilastri dell’Europa in cui credeva Dahrendorf, dovevano rafforzare e potenziare la capacità degli Stati nazionali di compiere il loro dovere nei confronti dei cittadini, senza trasformarsi in istituzioni sovranazionali sostitutive dell’autorità degli Stati nazionali.  

Profondo conoscitori dei Paesi dell’Est e consapevole dell’importanza del senso della loro ritrovata identità, Dahrendorf dubitava dopo che dopo la caduta del Muro di Berlino essi avrebbero accettato facilmente di entrare in uno Stato sovranazionale europeo.  C’era piuttosto da aspettarsi che avrebbero appoggiato forme di collaborazione europea rispettose delle identità nazionali, più in linea con l’approccio caro alla Gran Bretagna che con quello di matrice federalista. 

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Dahrendorf vedeva lontano: le posizioni che i paesi dell’Europa centro-orientale hanno preso all’interno dell’Unione Europea fin dal loro ingresso hanno indicato che il sociologo aveva colto bene i presagi emersi fin dai primi giorni di libertà e le sensibilità che questi Paesi avrebbero espresso in qualità di membri dell’Unione.  

Fin dal 1991 Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia hanno dato vita al gruppo di Visegrad, sulla carta per rafforzare la cooperazione tra questi paesi.  Ma negli ultimi anni le posizioni espresse da questo gruppo si sono sempre più caratterizzate per una marcata rigidità in tema di immigrazione e una crescente insofferenza nei confronti dell’Unione Europea, a difesa della sovranità nazionale. 

Dahrendorf aveva ammonito i suoi amici dell’Est, che guardavano al capitalismo come possibile mito sostitutivo del fallito comunismo: il prezzo pagato per uscire dalla stagnazione in cui era caduto l’occidente negli anni Settanta era stato alto: “In quasi tutti i paesi occidentali è emersa una sottoclasse di persone lungamente disoccupate o permanentemente povere”. E gli anni Ottanta della Reaganomics  hanno visto l’emergere di un “capitalismo d’azzardo”, nel quale “il denaro è stato generato dal denaro più che dalla creazione di ricchezza durevole. L’andamento dei titoli in  borsa ha avuto scarsi rapporti con la crescita reale, e i crolli del 1987 e 1989 sono stati in larga misura capricciosi. Inoltre il debito privato e pubblico ha alimentato buona parte della crescita”. Ecco perché, conclude Dahrendorf, “se il capitalismo è un sistema, va combattuto. Tutti i sistemi significano servitù, compreso il sistema ‘naturale’ di un totale ‘ordine di mercato’ in cui nessuno cerca di far altro che custodire certe regole del gioco scoperte da una setta misteriosa di consiglieri economici”.  

Il capitalismo è il nemico da combattere, meglio il socialismo allora? No, non va bene neanche quello. Negli anni Ottanta, la tradizione socialista nata durante la seconda fase dell’età industriale è stata eradicata. Il mix di democrazia e programmazione, libertà economica e controllo della domanda, libertà e giustizia prevalente negli anni Settanta nei paesi occidentali ha consentito alla classe media di soddisfare le proprie aspirazioni, eliminando la base sociale della socialdemocrazia. La lotta di classe si è così trasformata in mobilità sociale individuale, provocando la“strana morte” del socialismo.   

Nel contesto dell’integrazione europea, che ruolo ha svolto l’unione monetaria? Nel 1990 Dahrendorf la definiva un “progetto grandioso” e difficile, che pur presentando grandi problemi tecnici e politici, “si farà e va fatta”. Sette anni più tardi, dopo aver diretto per dieci anni la London School of Economics e mentre ricopriva la prestigiosa carica di “Warden” (una specie di amministratore delegato) del St Antony College all’Università di Oxford, Dahrendorf aveva cambiato radicalmente idea. E nel libro “Perché l’Europa? Riflessioni di un europeista scettico”, scriveva senza mezzi termini: “L’euro ha poco a che fare con l’Europa. Per l’Europa è importante mettere in primo piano altri progetti, riguardanti interessi comuni. Esiste una grande probabilità che il temerario esperimento fallisca. Il che potrebbe accadere al più tardi quando i prevedibili oneri cui i membri del “nucleo duro” dovranno far fronte soprattutto nel campo delle pensioni investiranno i loro bilanci pubblici. Il patto di stabilità funziona solo in teoria. E se dovesse effettivamente verificarsi il fallimento dell’euro, a rispondere del mucchio di cocci che resterà sul terreno dovrebbero essere i suoi inventori, e non l’Europa».

TAG: #Dahrendorf, #Spinelli, Euro, Europa
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