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Inflazione: l’aumento dei prezzi raggiunge picchi record tra le due sponde dell’Oceano

| 14 Luglio 2022 | ECONOMIA

Mai così alta da quarant’anni. L’inflazione negli Stati Uniti raggiunge a giugno un picco record, il 9,1%, mai raggiunto in oltre quarant’anni: per ritrovare un valore simile dobbiamo tornare indietro al 1981, quando il presidente era il repubblicano Ronald Reagan.

Una crescita costante che si ritrova nei tassi degli ultimi mesi, visto che a maggio era salito dell’8,6%. Il tasso CPI (consumer price index) a giugno era salito dell’1,3% rispetto al mese precedente, a causa soprattutto dell’aumento dei prezzi della benzina, degli alloggi e dei generi alimentari.

C’è ora da attendersi un aumento dei tassi della Federal Reserve: a giugno li ha alzati dello 0,75%, il più grande incremento dal 1994 che è andato ben oltre i piani iniziali di un aumento dello 0,5%. Gli operatori già prevedono un altro rialzo di 75 punti base nella prossima riunione del 27 luglio.

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Secondo il presidente Usa Joe Biden il dato dell’inflazione è “inaccettabile ma in un certo senso è anche vecchio”. Secondo l’inquilino della Casa Bianca, “l’energia da sola ha assorbito quasi l’incremento mensile e i dati odierni non riflettono l’impatto di quasi trenta giorni di calo dei prezzi del gas, che ha ridotto il prezzo alla pompa di quasi 40 centesimi da metà giugno”.

Questi dati si sono riflessi sull’andamento delle Borse europee, che hanno subìto perdite superiori al 2%, per poi avere un lieve rimbalzo. Invece Wall Street ha aperto in profondo rosso, con il Nasdaq che ha registrato un -1,6%.

Oggi si è registrata anche una leggera perdita dell’euro nel cambio con il dollaro: se in mattinata la valuta europea era a 0,9999 rispetto alla corrispettiva americana, il suo punto più basso dal 2002, adesso passa di mano a 1,0027rispetto al biglietto verde.

Ma che differenza c’è tra queste due inflazioni record? A marzo Andrea Beltratti, professore di Finanza all’Università Bocconi, ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera che “negli Stati Uniti il rialzo dei prezzi è in buona parte legato a un mercato del lavoro in espansione e ai salari in crescita, mentre nell’Eurozona, dove il mercato del lavoro è rigido e i salari sono fermi, la causa principale resta il caro energetico dovuto al gas”.

Per questo i rimedi restano differenti. Come evidenzia Il Sole 24 Ore, se da un lato l’aumento dei tassi di interesse della Federal Reserve ha un senso, perché aumenta rapidamente i costi di indebitamento per consumatori ed imprese e raffredda la domanda di beni e servizi, dall’altro la Bce non può fare lo stesso, perché la sua inflazione è legata all’energia. Per questo è costretta a “rallentare” la domanda, fino quasi a rischiare la recessione.

TAG: energia, Inflazione, UE, USA
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