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Da Burger King ad Alibaba, non tutte le impese hanno lasciato la Russia

| 24 Giugno 2022 | ECONOMIA

Negozi chiusi, vendite sospese e produzione bloccata negli impianti russi. Fin dai giorni immediatamente successivi all’invasione armata della Russia in Ucraina – iniziata lo scorso 24 febbraio – molte aziende hanno deciso di lanciare un segnale di protesta contro la politica di guerra del Cremlino. Non tutti si sono però mossi in questa direzione.

La scelta di abbandonare la Russia, gesto simbolico ma dall’impatto economico tangibile, riguarda società leader in diversi settori. Nike, McDonald’s, Apple, Dior, Adidas, Mercedes, Airbnb, Asos, H&M, Ikea e Heineken sono solo alcuni dei grandi nomi che si sono allontanati da Mosca.

Continuano a fare affari in Russia altre grandi aziende. L’organizzazione no profit The Good Lobby, insieme alla start up Progressive Shopper – che si propone di fornire al pubblico informazioni su quali politiche vengono appoggiate da vari brand per promuovere acquisti consapevoli – ha creato il ‘Corporate index delle aziende a sostegno dell’Ucraina’. È essenzialmente un indice che, si legge sul sito di The Good Lobby, intende “informare investitori, clienti e cittadini su se e come le aziende e i marchi si stanno posizionando rispetto al conflitto in corso”.

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Nessuna azione intrapresa dalla cinese Alibaba, multinazionale operante nel settore dell’e-commerce, dei motori di ricerca per lo shopping e del cloud computing.

La farmaceutica Bayer, come anche Pfizer, ha fatto sapere di aver “interrotto in Russia e in Bielorussia tutte le spese non correlate alla fornitura di prodotti essenziali per la salute e per l’agricoltura”.

Per ora, restano aperti i ristoranti della catena di fastfood Burger King, gli 800 locali del Paese sono gestiti in franchise da un’azienda russa, che si è rifiutata di chiuderli. Lo stesso problema c’è anche per la catena Subway, il cui logo appare nell’insegna di circa 450 negozi rimasti aperti perché gestiti da ristoratori indipendenti. L’azienda ha annunciato che donerà i profitti generati in Russia per attività umanitarie in Ucraina. Nella stessa condizione si trova anche la catena di hotel Accor.

Unicredit è tra le banche europee che prima della guerra faceva più affari con Mosca con crediti per quasi 8 miliardi di euro con clienti russi. L’amministratore delegato Andrea Orcel ha affermato che “abbiamo bisogno di considerare seriamente l’impatto e le conseguenze e la complessità del distacco di una banca completa dal paese”. Anche Intesa San Paolo, con un’esposizione inferiore che arriva a circa 5 miliardi di euro, l’1% del totale e 780 dipendenti in Russia, non lascia il Paese. Per le banche il problema è anche quello della vendita dei propri asset.
TAG: guerra, Imprese, russia
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