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Siamo tutti Ulisse

| 27 Aprile 2021 | CULTURA

Nel 750* anniversario della nascita di Dante, riflettori puntati su uno dei dannati più simpatici: Ulisse.

Il Canto di Ulisse (XXVI dell’Inferno) pone a confronto due distinte interpretazioni della figura dell’eroe omerico: l’Ulisse pagano e quello cristiano. E per quest’ultimo, vengono definiti  i limiti della conoscenza secondo la concezione medievale. L’obiettivo di questo confronto “schizofrenico” è di  dare al lettore un messaggio di tipo morale. 

Non c’è dubbio che, in base al mito, l’Ulisse pagano fosse stato un consigliere di frode. In aggiunta alla vicenda del cavallo di Troia, Dante lo ricorda come l’artefice d’inganni di tipo strategico, morale e religioso.  Ulisse aveva sventato la fuga di Achille, travestito da donna e nascosto in un gineceo, costringendolo ad andare a combattere a Troia. Aveva rapito la statua di Pallade Atena, che assicurava la protezione della città. 

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Ma in questo Canto Dante coglie anche un’altra dimensione di Ulisse, che lo rende un eroe moderno e immortale: la sua sete di conoscenza.  

Ulisse vuole conoscere l’animo umano in tutte le sue possibili sfumature, positive e negative. Non si accontenta e non si ferma mai: è avido di conoscenza. 

Ed è inquieto e tormentato, ma libero.

L’anima libera dell’Ulisse pagano, che si muove in lungo e in largo nel Mediterraneo, si scontra con quella dell’Ulisse vecchio e fragile “cristianizzato” da Dante e imprigionato nei vincoli del dogma.

Qual era il dogma della conoscenza per l’uomo medievale? Che la conoscenza avvenisse entro i confini del mondo conosciuto, le “Colonne d’Ercole” immaginate di fronte alla Rocca di Gibilterra. 

Convincendo con un linguaggio fraudolento i suoi compagni di viaggio ad oltrepassarle, l’ormai vecchio e fragile Ulisse infrange un tabù e sfida un limite imposto da Dio.

E Dante immagina che in base alla legge del contrappasso, come in vita la loro lingua era stata “bruciante”, così nell’inferno queste anime siano avvolte in lingue di fuoco.

Buttiamo alle ortiche Dante e le sue retrograde convinzioni cattolico-cristiane? No, perché Dante ci sorprende ancora una volta. 

Ferma restando la condanna morale senza appello  dell’Ulisse nella sua duplice accezione pagana e cristiana , Dante invita a fare un passo indietro e  a “tenere a freno l’ingegno”. Invita a non giudicare, a sospendere il giudizio, a “lasciarsi sentire”. Perché Ulisse è all’Inferno per una “colpa”  che equivale alla voglia di esplorare, ricercare, scoprire nuovi orizzonti. 

La “colpa” di Ulisse è la stessa che qualche secolo dopo avrebbe portato  i grandi geografi a scoprire nuovi continenti.  E al di là delle astuzie  che lo hanno reso un “furbetto”  leggendario, ai nostri occhi Ulisse è soprattutto il simbolo imperituro della nobiltà di una voglia di conoscenza che è patrimonio dell’umanità. 

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza “.

TAG: #DanteAlighieri, #Ulisse, conoscenza
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