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Siamo finiti su un’altro pianeta

| 1 Febbraio 2021 | L'OPINIONE

Un Paese senza sovranità nella gestione strutturale del suo debito pubblico (2.600 miliardi) non può stare senza un governo in una situazione di difficoltà estrema. In Portogallo, dove ha votato il 39,5% della popolazione, le elezioni politiche hanno portato un incremento significativo della curva pandemica e per l’Italia le previsioni primaverili del comitato tecnico scientifico della sanità sono preoccupanti con alcune varianti come quella inglese che non vanno sottovalutate.

C’è un piano vaccini delicatissimo da gestire perché i vaccini sono molto meno di quelli che servono e non si è ancora capito bene da chi acquistarli. Per l’economia siamo nella stessa situazione cumulata delle due Grandi Crisi del 2008/09 e del 2011/12 con la doppia recessione e la deflazione, ma messi strutturalmente un po’ peggio per una serie di ragioni che attengono a colpe nostre ventennali e alla gravità della crisi pandemica e del nuovo ’29 mondiale.

Voglio dire che dobbiamo rispondere oggi alle stesse domande di allora: siamo in grado di dire quanti di quelli che hanno chiuso riapriranno? Quanti si salveranno? Che cosa stiamo facendo per salvarne il più possibile? C’è, però, una grande differenza rispetto ad allora. La Banca centrale europea, tramite la Banca d’Italia, continua a comprare titoli di Stato italiani addormentando le tensioni e lo continuerà a fare anche nei prossimi mesi. Poi, a un certo punto, anche bruscamente, non lo farà più. In quel momento l’Italia si ritroverà in una situazione che assomiglia a quel tipo che in una sala se ne sta lì in fondo per i fatti suoi, e improvvisamente scopre che tutti si girano, lo guardano e cominciano a fare domande: che stai facendo lì? Che hai fatto fino a oggi? Sei pronto alla ripartenza?
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Quel momento improvviso arriverà nell’autunno prossimo o nell’inverno prossimo e allora lo spread tornerà a volare non tanto per il debito gigantesco che abbiamo ma quanto piuttosto per la crescita che non avremo. Perché per la seconda volta, dieci anni dopo, gli altri ripartiranno e noi no. Questo è il punto di merito che va sanato chiudendo velocemente questa crisi di governo facendo due scelte nette.

La prima a favore degli investimenti pubblici produttivi nel Mezzogiorno sulla doppia filiera di scuola-capitale umano-banda larga ultra veloce e della riunificazione della logistica, della portualità commerciale e del trasporto veloce. La seconda attivando parallelamente grandi investimenti a sostegno della industria e della impresa 4.0 favorendo la crescita dimensionale e la leadership competitiva globale di quello che resta (e non è poco) della manifattura di precisione del Nord produttivo. Questa è la sfida capitale del Recovery Plan che abbiamo oggi davanti a noi. Qui inizia e si spera finisca presto la crisi di governo italiana.

Di questi contenuti, però, il circo mediatico auto-referente che ha occupato al completo con modalità da sindrome greca o deriva argentina il talk permanente della tv italiana non ha tempo di occuparsi. Ha smarrito la memoria storica e contribuisce attivamente a cancellare il futuro del Paese riducendo a teatrino della politica il racconto mediatico di una possibile tragedia sistemica perché incapace di cogliere qualunque elemento di contenuto che possa se non altro esprimere o indirizzare una logica di dialogo e di condivisione per il bene comune.

C’è solo spazio per i messaggi cifrati di un giornalismo politico-economico retroscenista morto e sepolto da almeno venti anni che rivive in una logica di poteri che continuano a combattersi su palcoscenici a volte addirittura da fotoromanzo rosa fuori dal mondo e dalla realtà. Questo palcoscenico da alcune settimane lo abbiamo definito Titanic Italia.

Avviso estremo ai naviganti. Il tempo per evitare il naufragio di tutti è scaduto. Dall’anno prossimo il rapporto debito/Pil del Paese dovrà scendere e, per scendere, avrà bisogno di un buon avanzo primario, ma soprattutto avrà bisogno di una crescita vera, effettiva, del Paese che ha il suo grande bacino potenziale nel Mezzogiorno e nella ritrovata leadership nel Mediterraneo. Se anche questa volta l’Italia arriverà impreparata all’appuntamento con il denominatore della crescita, si preoccuperanno prima i mercati, poi la Bce, poi la Commissione europea, poi il governo tedesco, insomma tutti i “padroni” della sovranità italiana perduta. A quel punto, ci arrotoleremo in una crisi verticale irrecuperabile. E tutti si ricorderanno della vergogna di quegli orchestrali del talk televisivo italiano che cantavano e ballavano le musiche dei loro amichetti sulla tolda del Titanic Italia. Finché siamo in tempo si fermino il teatrino della politica e il talk della vergogna. È in gioco la memoria collettiva della classe dirigente di un Paese.

TAG: crisi di gorverno, Giuseppe Conte, Matteo Renzi
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