C’era una volta un mondo delle corse animato da coraggio e passione, da ricerca del limite e tanto, tanto cuore.
Quando ci soffermiamo a guardare le grandi competizioni moderne, tuttavia, ci viene difficile credere che quei tempi siano realmente esistiti.
Basti pensare alla Formula 1, vittima di regolamenti sempre più complessi che hanno portato la massima espressione delle corse automobilistiche a trasformarsi in una pallida imitazione di se stessa, animata ormai solo dalla narrazione di Drive To Survive, dagli scandali legati allo sviluppo dei motori e dai sorpassi frutto di ritrovati tecnici che ricordano più il mondo delle corse videoludiche che quello delle competizioni reali.
Altro caso emblematico è quello della MotoGP. Questo weekend è andato in scena il Gran Premio di Catalunya al Montmelò di Barcellona, ma quello a cui abbiamo assistito è stato tutto fuorché uno spettacolo. Passi la ripartenza dopo la prima bandiera rossa, quella imposta dopo il contatto fra Alex Marquez e Pedro Acosta che ha visto il primo avere la peggio, disintegrare la sua Ducati Gresini e finire in ospedale, ma è inaccettabile che si sia voluto far ripartire la gara anche dopo la seconda bandiera rossa, dove a finire in ospedale è stato Johann Zarco. Non si sono trattenuti nemmeno i piloti, criticando pesantemente la scelta della direzione gara di riprendere come se nulla fosse. Purtroppo anche nel motomondiale sembra essere stata smarrita la bussola, quel fattore umano che rendeva le corse “autentiche”.
Ma questo weekend ha visto anche un’altra gara prendere il via, una di quelle che ti fanno ricordare cosa voglia dire essere “un appassionato”: quella gara è la 24h del Nurburgring.
I numeri di questa gara sono impressionanti, infatti parliamo di 161 auto divise in 23 categorie, tutte in pista contemporaneamente lungo i 25 km del Nurburgring, ottenuti unendo il layout dello storico Nordschleife a quello del moderno GP-Strecke.
Quest’anno poi la celebre endurance disputata all’Inferno Verde ha goduto di un’eco mediatica particolarmente intensa, complice la partecipazione di Max Verstappen e del suo team a bordo della Mercedes Winward n.3.
Sarà proprio il Team Verstappen a dominare la gara, salvo poi perdere ogni speranza di vittoria nelle fasi finali della corsa a causa di un guasto tecnico. A vincere la 24h sarà l’altra Mercedes Winward, la numero 80 del Team Ravenol, mentre la numero 3 rientrerà sul finale per completare la corsa, chiudendo al 37° posto assoluto.
Tuttavia in un mondo come quello dell’endurance non sono solo i grandi nomi a entusiasmare, ma anche e soprattutto le grandi storie.
Una di queste è sicuramente la doppietta italiana a podio, con Mirko Bortolotti (secondo con la Lamborghini del Team Red Bull ABT) e Mattia Drudi (terzo con l’Aston Martin del team Walkenhorst Motorsport).
Oppure il trionfo di Maro Engel e dei suoi compagni del Team Ravenol, tutti tedeschi alla guida di un’auto tedesca, vittoriosi in quella che è molto probabilmente la più importante gara disputata in Germania (per capirci: è come se un team formato da Fuoco, Pier Guidi e Giovinazzi vincesse la 6h di Imola con la Ferrari 499p).
Tuffo al cuore invece per l’Audi RS3 numero 776 guidata, fra gli altri, da Gian Maria Gabbiani, costretta al ritiro a soli 300m dal traguardo dopo aver mantenuto la testa della classe TCR per buona parte della gara e quando stavano per chiudere quarti nella categoria.
Impossibile poi non citare la leggendaria Dacia Logan del team Olli’s Garage: Davide fra i Golia ufficiali, a tratti lentissima, non nasce da un’astrusa operazione di marketing ma dalla passione sconfinata di Oliver Kriese, che non è un milionario ma un semplice meccanico di Munster, una città della Renania Settentrionale.
Nonostante la macchina fu distrutta nell’edizione dello scorso anno in un brutale incidente con un Aston Martin il team è riuscito a presentarsi nuovamente quest’anno grazie all’incredibile supporto dimostrato dai fan con raccolte fondi spontanee e una miriade di messaggi sui social in grado di mobilitare gli appassionati e anche qualche commissario di gara.
Grazie a loro il team è potuto tornare in sella quest’anno con una “piccola” novità sotto il cofano: la piccola Logan infatti oggi non monta più il 1600cc di serie ma il motore di una Renault Megane RS che sprigiona ben 280cv.
E’ probabilmente anche merito di questo aggiornamento se, nonostante abbia perso una ruota durante la gara, la Logan di Olli è riuscita a rientrare nel finale e chiudere la gara 107° su 111 macchine al traguardo.
Curioso anche che il destino della Logan sia stato legato a quello della Mercedes n.3 del Team Verstappen: entrambe le macchine si sono ritirate nella stessa fase di gara e sono rientrate nello stesso giro per completare la corsa.
Quello che colpisce di più tuttavia è il clima festoso che circonda questa competizione: più e più volte le immagini della regia internazionale si sono soffermate su gli spettatori accampati lungo il circuito in allegria, con fuochi accesi per scaldarsi, ballare e divertirsi come ad una vera e propria festa. Anche nel paddock non sono mancati momenti divertenti, come meccanici addormentati sui crick o l’addetto al lollipop di un team che, agitandolo come una mazza, colpisce involontariamente un media man al volto. In fondo è proprio questo che ha reso grande il motorsport, questo senso di appartenenza, festa e spensieratezza che circondano un ambiente che richiede comunque competenza e serietà per potervi competere.
Senza dimenticare però che grazie al regolamento della 24h del Nurburgring abbiamo visto, sebbene in categorie diverse, una Dacia Logan correre al fianco della Mercedes AMG-GT3 guidata da un 4 volte Campione del Mondo di F1.
Ed entrambi hanno regalato uno spettacolo unico agli appassionati che li seguivano, tanto da casa quanto al circuito, senza bisogno di inutili complicazioni o overtake mode di cui, certamente, non abbiamo sentito la mancanza.