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Quanti Sciascia servirebbero oggi? Il coraggio del polemista illuminista nel centenario dalla nascita

| 9 Gennaio 2021 | CULTURA, L'OPINIONE

Quanti Leonardo Sciascia servirebbero oggi? Nella ricorrenza dei cento anni dalla sua nascita ricordare l’intellettuale illuminista come figura indipendente in quell’Italia così “canonica” che imbrigliava coscienze ed azioni, parole e progresso, non è semplice. Sciascia era un uomo libero, davvero. Le sue ali erano la scrittura, cosi realista e puntuale da proliferare narrazione per raccontare il male, smascherare il potere, redimere i “professionisti dell’antimafia”, evidenziare le storture della giustizia come nel caso Tortora. E pensare che Sciascia, con i suoi tratti di timidezza, è partito dalle sue poche ragionatissime parole, da una cattedra di scuola elementare in un paesino di zolfatari e contadini in provincia di Agrigento, dove vivere e saper trasmettere qualcosa era davvero complesso. Eppure nel corso del tempo è riuscito ad avere una centralità indimenticabile nello spazio pubblico che i meno giovani ricorderanno bene.

Particolarmente riflessivo, si definiva “uno che cerca di semplificare la verità e dopotutto la sua esistenza si potrebbe riassumere proprio ricordando il perenne inseguimento di questo obiettivo. L’acutezza critica dello scrittore di Racalmuto ha rappresentato e rappresenta per l’Italia un valore che non si può dimenticare, per non trascurare “il pericolo della corruzione del potere che non risparmia nulla” o come in molti, ieri come oggi, si siano “rassegnati all’inquietudine” di vecchi e nuovi problemi.

Polemista, sempre minoritario per pensiero, molto avversato da vivo, nel 1982 ospite di una trasmissione di una tv svizzera si definì come “un conservatore che vuole rinnovare le cose che non vanno” e non ebbe timore di dire, come anche capitava tra le colonne di quotidiani (come L’Ora, Il Corriere della Sera, La Stampa) o tra i sensi dei sui numerosi libri come ne Il giorno della civetta, che “la mafia è silente e l’omertà diffusa” e che “talvolta nasce nel pieno dello Stato”.

Sciascia maestro, divenne scrittore e parlamentare “non adatto alla politica”, lavorò con Sellerio Editore. Aveva una certa allergia per le tessere di partito ed in anni diversi prima da consigliere comunale del Pci a Palermo poi da deputato con il Partito Radicale a Roma, venne eletto sempre da indipendente e, da anticonformista quale era, non esitò anche dall’interno di quei partiti, di affermare di non avere particolare stima per i dirigenti comunisti o di essere intransigente contro ogni forma di droga.

Non condivise il senso del “compromesso storico” e, come emerge anche ne L’affaire Moro, era convinto non ci fosse cosa superiore al valore della vita umana opponendosi alla Dc anche sulla versione ufficiale delle lettere del sequestrato, che il suo partito era convinto lasciò morire. E proprio sulla Democrazia cristiana, specie in Sicilia, sostenne senza problemi che “la mafia senza di essa avrebbe un’esistenza molto più insicura e precaria” e che la macchina elettorale della balena bianca si muoveva con l’aiuto della mafia.

Sciascia era un uomo di poche parole, ma erano parole mai banali concepite ed enunciate senza filtri. Garbato e dai toni sempre bassi, aveva il pregio ed il coraggio di analizzare lo ‘stato di salute’ del nostro Paese. Una volta commentando in Transatlantico – dove stava spesso rispetto all’Aula perché diceva somigliasse molto al circolo del suo paese – lo scandalo delle lenzuola d’oro che investì i vertici delle Ferrovie dello Stato, disse: “la miseria che mi colpisce non è tanto la corruzione quanto l’omertà delle coscienze, la cultura dell’essere furbi a tutti i costi”. Era minuto e testardo, diceva di non porsi il problema della paura, non temeva di essere libero tra i conformisti perché “la verità paga sempre, la menzogna mai”.

Era un saggio pessimista che lasciava però aperte le fessure della speranza anche quando avvertiva Istituzioni e lettori di quel momento storico in cui le idee contavano sempre meno a beneficio di quel dare e avere che detestava e dove la violenza assumeva un peso più determinante delle cose fino a far cadere lo spirito pubblico del senso della vita civile.

Guardava alla Francia come modello di Stato, adorava Manzoni e Stendhal, prima di cominciare a scrivere con la sua typewriter e sempre al mattino, aveva l’abitudine di mettere sul tavolo un gelsomino come fonte di ispirazione senza tralasciare mai il viavai del fumo di sigaretta come riflesso condizionato continuo. Pur di rimanere profondamente libero – raccontò Matteo Collura tra le colonne de ‘Il Riformista’ -, rifiutò davanti ai suoi occhi 5 miliardi di lire che la Mondadori gli offrì per acquistare i diritti d’autore delle sue opere.

Forse oggi servirebbero tanti Leonardo Sciascia e come diceva.. poiché “scrivere è sempre un atto di speranza”, scriverne per il suo centenario dalla nascita serve non solo per ricordare l’uomo, ma soprattutto il coraggio dei suoi “insegnamenti” sempre attuali per animare in meglio la società dei nostri tempi e, come diceva, intelligere la realtà.

Rogero Fiorentino

TAG: Antimafia, centenario sciascia, Racalmuto, sciascia, scrittori
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