La Moscova, scorre placidamente, senza curarsi del secolare guardiano che sovrasta le sue acque. La bandiera della Repubblica Russa, svetta sulla torre del Cremlino, come un tempo svettava orgogliosa quella dell’Unione Sovietica.
La Piazza Rossa è un formicolio di gente indaffarata, che cammina a testa bassa, come se a guardare la sommità del Cremlino, si prova imbarazzo, vergogna e chissà, se non la nostalgia dei fasti che furono un tempo, il credo politico, sociale ed economico dell’impero costruito dall‘Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Una madre trascina un bambino di fretta, ma non per fargli ammirare i soldati, la basilica o le possenti mura del Cremlino, il simbolo e l’orgoglio del Partito Comunista Sovietico, ma anche la sede degli intrighi internazionali, del potere e dell’interminabile Guerra Fredda, fra i due blocchi contrapposti: L’Occidente, la sede del capitalismo sfrenato e deleterio, reo di liberare un vivere malsano e dedito all’avvelenamento del tessuto sociale.
L’Oriente, o meglio l’Est Europeo, contrapposto all’Europa dell’Ovest, sotto la rigida imposizione del Patto di Varsavia, lo strumento che militarmente prima e politicamente dopo, controllava tutto l’Est europeo proprio come disse Winston Churcill, fine della Seconda Guerra Mondiale nel suo discorso a Fulton in Missouri nel Marzo del 1946: Da Stettino sul Baltico a Trieste nell’Adriatico”, dichiarò l’ex premier britannico, “una cortina di ferro è scesa attraverso il continente”.
Dalla Primavera di Fulton, che predicava e osannava l’alleanza anglo americana, alla Primavera di Praga, il passo è breve. il Muro di Berlino, non è solo il Muro della Vergogna, ma il consolidamento di un asse che da Berlino Est si estende fino a Mosca.
La Guerra Fredda è solo l’inizio di un lungo braccio di ferro, che in realtà non è mai cessato, nemmeno con la caduta dell’impero e con la fine di un regime dittatoriale, quello comunista, che si differenzia dalle dittature occidentali. I Comunisti, considerati eretici, da Santa Romana Chiesa, non potevano continuare a governare infettando il mondo con le loro ideologie. Ma questo non importava al Cremlino.
A Mosca, dalla pianificazione centralizzata, passando per Nikita Krusciov, forse il miglior amico di Kennedy durante la crisi di Cuba, a Leonid Breznev, con la sua dottrina lontana da quella risicata politica di distensione internazionale che vide protagonisti i fautori della Destalinizzazione, fino ad arrivare all’apogeo politico senza traumi per i Dogmi del Partito Comunista Sovietico.
Il Comecon, era lo strumento per portare avanti la pianificazione centralizzata, con quella sconsiderata misura di condurre l’economia con una mano legata alla schiena. L’apparato statale, capillare e “preciso” era l’unico rimedio per presentare al mondo, il modello della Democrazia Socialista, in contrapposizione all’economia occidentale, arrogante, presuntuosa e rea di minare le basi fondamentali del Comunismo Internazionale.
Il Vietnam, era il pretesto per gli USA, per ostacolare il Comunismo, l’Afghanistan per i sovietici era quella predisposizione per allargare i confini dell’impero. La Guerra Fredda, parlava anche di un fatto singolare e secolare: L’assoggettamento della libertà dei popoli e la prevalenza di un potere che fatto dalle misteriose stanze del Cremlino e del Pentagono, risultava sempre più deleterio e lontano dai veri fondamenti democratici e unitari di entrambe le democrazie.
La prima quella degli USA, che secoli addietro si era liberata dal gioco britannico e la seconda che sempre qualche secolo dopo, si era liberata dal dominio zarista, proclamando i valori e i dettami della Democrazia Socialista, nel famoso Treno di Lenin. Quanta storia, quanti uomini, quanti morti, hanno scritto le pagine di un epopea di uomini in lotta, per un ideale, per il potere, fino ad arrivare al disfacimento di quello che ormai era considerato, un modello arcaico e poco credibile per l’incalzante avanzare delle economie globali.
Negli anni ottanta, la svolta fu chiamata Perestroijka, anche Glasnost, ma poco importava. Mikhail Gorbaciov, l’uomo del nuovo mondo, diviene Segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica,presidente dell’URSS e timoniere di quella che doveva essere l’Unione Sovietica.
La sua ascesa, segna il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan, un brutto ricordo per la possente macchina militare sovietica ridicolizzata dai guerriglieri afghani appartenenti al Battaglione Mujiaeddin, guidati dal Colonnello Masud. Per dirla breve, l’Afghanistan, fu un altro un altro Vietnam per i sovietici.
Ma per Gorbaciov, la sfida più importante è sin da subito la politica interna, che segna la fine della statalizzazione e promuove l’iniziativa privata in contrapposizione, alla stagnazione dell’economia figlia della N.E.P e della pianificazione centralizzata in un contesto socio economico traumatizzato dallo Stalinismo e dalla Destalinizzazione.
La Glasnost, allontanò i fantasmi e lo stereotipo dello Stakanovismo, che ben presto diventerà solo una metafora. Con con gli Accordi di Ginevra, venne demolita la Dottrina Breznev nei paesi satelliti che poterono adottare la Democrazia con la libertà di parola e di stampa.
L’avvicinamento con i leader della democrazie occidentali, diventava l’obbiettivo primario nell’agenda di Mosca, mentre l’occidente superava gli strascichi dell’ultima guerra coloniale britannica nelle Isole Falkland e della crisi libica, Mosca lavorava verso i piani di distensione internazionale con gli USA di Ronald Reagan e il Regno Unito di Margaret Hilda Thatcher, l‘Iron Lady che portava il Regno Unito vero l’assalto ai bastioni del capitalismo europeo, rafforzando la pluridecennale alleanza d’oltreoceano.
Poco, troppo poco ha offerto l’Occidente Capitalista verso gli ideali dell’ultimo liberatore dell’Europa dell’Est. L’abbattimento del Muro di Berlino, si consuma con la consacrazione dell’Unificazione delle due Germanie. Il gene della Globalizzazione, diventa un obbiettivo da raggiungere con il crollo dell’Unione Sovietica, la liberalizzazione dei mercati e l’apertura delle frontiere. Mai più l’umanità schiava. Questo il pensiero demagogico, reo di aver fatto nascere un altro modello di democrazia sulle spalle di un Premio Nobel per la Pace.
La figura di Mikhail Gorbaciov, resta comunque il simbolo di quel grande uomo politico che ha portato sulle spalle l’emblema della Libertà Democratica e della ricostruzione e rinascita del tessuto socio economico post sovietico, dove un tempo l’orgoglio militare, veniva ancor prima di quello politico.
La storia di un uomo, che narra il cambiamento e la volontà di riproporre la Democrazia, in modo capillare, proprio come imponeva la rigida dottrina comunista. Dagli accordi nucleari, all’incontro con Karol Woytjla, i passi verso la libertà e l’uguaglianza dei popoli visti come nuovi strumenti che determinarono la fine dell’Impero Sovietico, considerato la minaccia in Occidente che a sua volta si proclamava garante dei diritti umani e di quella Magna Carta sui diritti dell’uomo improntati sui valori della democrazia e sposati dallo stesso Gorbaciov che nell’arco di sei anni riuscì a trasformare l’URSS, fino alla sua completa decadenza.
Gli anni novanta, furono quelli cruciali, per il Presidente Gorbaciov, e per il futuro dell’Unione Sovietica alle prese con i moti indipendentisti in Ucraina, in terra azera dove il fantasma dei Progrom nazionalisti diventerà la vera e dura realtà, fino al disfacimento e all’eclissamento della figura politica dello stesso Gorbaciov. L’era Post Sovietica, lascerà spazio alle nuove figure emergenti nel panorama politico russo.
Da Borin Eltsin a Vladimir Putin lo Zar Nascosto sotto le insegne della democrazia, tutto si consuma in breve tempo. Dalla Guerra in Cecenia, alle manovre fantasma in Ucraina, la Madre Russia post sovietica, fa capire all’occidente che il crollo dell’Unione Sovietica ha lasciato alla nuova governance russa una grande eredità: L’Armata Rossa e l’intero apparato militare, con una Russia non più in grado di contenere le ingenti spese per la gestione e il mantenimento delle flotte militari del Nord e del Pacifico. Il disastro del sottomarino Kursk ne è la testimonianza , di come Putin, abbia gestito la recessione economica post sovietica e l’intero apparato militare.
L’unica cosa al giorno d’oggi di cui Gorbaciov, a 89 anni, vecchio e appoggiato ad bastone, può andar fiero, è il sogno di aver realizzato un grande cambiamento politico nazionale ed internazionale, con il progetto di pilotare l’URSS ,verso un processo democratico. Un sogno, tutto racchiuso nell’inno nazionale sovietico ancora rimasto nella Repubblica Russa. Il resto, rimane solo una storia, quella della Russia, che rimarrà indelebile nel cuore e nella mente di un grande statista, che ha pagato il prezzo più alto di fronte all’onore dei Padri e dell’Unione Sovietica e degli uomini rimasti ancora attaccati ai sacri valori della libertà e dell’uguaglianza democratica fra i popoli.