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‘Ndrangheta. Il pentito Simone Canale morto a Biella

| 24 Ottobre 2020 | CRONACA

La “gola profonda” del reggino è ufficialmente deceduto per presunto Covid. La famiglia chiede l’autopsia.

Con le sue dichiarazioni ha contribuito a mettere in ginocchio boss e picciotti della ‘ndrangheta, massoneria deviata e giudici corrotti. Non aveva risparmiato nessuno, Simone Canale, nel momento di saltare il fosso e vuotare il sacco sulla lunga scia di sangue lasciata dai clan tra Calabria e Sicilia, assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa compreso.

E il 27 gennaio del 2021 avrebbe dovuto comparire a uno dei tanti processi in corso a Reggio Calabria per confermare alcune delle sue dirompenti dichiarazioni. Ma quel giorno, al suo posto, ci sarà solo un certificato di morte. Simone Canale, 40 anni appena compiuti. è stato trovato morto ieri nella sua abitazione di Biella, apparentemente per un arresto cardiocircolatorio dovuto a un probabile Covid. Questo hanno riferito i medici secondo un primo accertamento.

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Diagnosi che, tuttavia, non convince affatto la sorella, tantomeno l’avvocato che lo ha affiancato fin dall’inizio della sua collaborazione con la giustizia, la penalista catanzarese Claudia Conidi, che ha già sollecitato il procuratore della Repubblica di Biella a disporre l’autopsia sul cadavere dell’uomo.

“Si sentiva in pericolo ultimamente, temeva di essere stato rintracciato”, rivela a La Nuova Calabria l’avvocato Conidi, determinata ad andare fino in fondo alla vicenda e ricordando come il suo assistito si fosse anche dotato di un’arma per difendersi da eventuali intrusioni in casa. Arma che gli è poi stata sequestrata durante una perquisizione dei carabinieri. “Quando ieri l’ho chiamato per confermargli il rinvio dell’udienza a Reggio non mi ha risposto. Stamattina la terribile scoperta da parte della sorella”, racconta l’avvocato Conidi, convinta che dietro la morte dell’uomo ci siano scenari tutti da scoprire.

Braccio destro a Biella di Antonino Pelle, del resto l’uomo conosceva bene nomi e ruoli dei clan reggini proprio in virtù del legame con quest’ultimo, uomo forte della cosca Alvaro, conosciuto in carcere negli anni della sua affiliazione alla ‘ndrangheta.

Nelle mani del sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giulia Pantano, ci sono centinaia di verbali fitti delle dichiarazioni di Canale. Processo Gotha e ‘Ndrangheta stragista sono solo due dei processi più importanti che ruotavano anche intorno alla sua figura.

Fu lui a far rinvenire un vero e proprio arsenale di armi tra le bare degli Alvaro nel cimitero di Sinopoli. Sempre lui aprì uno spiraglio sul ruolo dei Servizi deviati nelle faide tra clan. E fornì ai magistrati un elenco di “condannati a morte” e di omicidi che lui stesso avrebbe dovuto commettere.

Parlò di magistrati e avvocati presenti nelle logge massoniche parallele non registrate e di un accordo con Cosa nostra per le stragi che hanno lasciato sulle strade migliaia di morti ammazzati.

Insomma, l’ex “sgarrista” di ‘ndrangheta, con le sue dichiarazioni, aveva raccontato la potente cosca di Sinopoli e tutti i suoi segreti, riempiendo pagine e pagine di verbali. Segreti che Simone Canale si è portato dietro per sempre.

TAG: ndrangheta, pentito, Reggio Calabria, Simone Canale
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