lunedì, Settembre 21, 2020
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Cossiga, 10° anniversario. Detti e fatti di un superatlantico, senza pretese di completezza

La bruciante carriera del giovane Cossiga. Il 1977 e l' omicidio di Giorgiana Masi

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Pochi giorni fa cadeva il decimo anniversario di Francesco Cossiga, al momento dell’elezione il più giovane presidente della Repubblica italiana.

Cossiga fu un personaggio controverso, non solo per il suo ruolo equivoco nel caso Moro. Una prima antologia di detti e fatti dell’ illustre, senza alcuna pretesa di completezza.

Cossiga, sempre il più giovane

Francesco Cossiga ha fatto tutto in fretta. In seguito a una caduta dalla bicicletta a sedici anni rimase immobilizzato a letto per alcuni mesi e ne approfittò per diplomarsi, in anticipo di tre anni, al Liceo classico Azuni di Sassari.

L’anno successivo, a diciassette anni, si iscrisse alla Democrazia Cristiana. Tre anni dopo si laureò in Giurisprudenza ancor prima di compiere vent’ anni, iniziando subito la carriera universitaria per conseguire prima la libera docenza in diritto pubblico e quindi la cattedra di diritto costituzionale all’Università di Sassari.

A 28 anni divenne segretario provinciale della Dc, sempre a Sassari, e due anni dopo, a soli 30 anni, fu eletto alla Camera dove verrà confermato nel 1963 e via via nelle legislature successive.

La sua ascesa ai piani alti della politica comincerà entrando nel terzo governo Moro come sottosegretario alla difesa (23 febbraio 1966, anche qui il più giovane); dieci anni dopo (il 12 febbraio 1976, a 48 anni) diventerà il più giovane ministro dell’Interno fino a quel momento.

L’ascesa continua inarrestabile e per non perdere l’ abitudine il nostro diventa il più giovane (fino ad allora) presidente del consiglio della storia repubblicana, a soli 51 anni. E’ il 5 agosto 1979. Il 12 luglio 1983 diventerà presidente del Senato a 55 anni. E’ ancora una volta il più giovane.

Due anni dopo, il 24 giugno del 1985, Cossiga viene eletto Presidente della Repubblica al primo scrutinio e con un consenso larghissimo, 752 votanti su 977. In sostanza la sua maggioranza è quella della solidarietà nazionale (1976 – 1979) allargata al governo pentapartito in carica.

Lo votano, oltre alla DC, PSI, PCI, PRI, PLI, PSDI e Sinistra Indipendente. L’operazione va in porto grazie ai buoni uffici del segretario della DC De Mita, che per evitare le faide tra le correnti democristiane era arrivato al voto in Parlamento con un accordo sicuro e blindato. E’ il più giovane presidente della Repubblica, tanto per non sbagliare. Ha 57 anni.

Cossiga, il 1977 e Giorgiana Masi

Il 1977 in Italia fu un anno di guerriglia urbana terribile ed inesausta. L’11 marzo a Bologna venne ucciso Pierfrancesco Lorusso, militante di Lotta Continua, nel corso di violenti scontri tra studenti e polizia nella zona universitaria.

In seguito agli incidenti scoppiò una durissima protesta a cui Cossiga, ministero dell’ Interno, replicò con decisione e senza tanti problemi facendo intervenire sul campo i carri armati (o per meglio dire i veicoli trasporto truppe blindati M113).

L’ondata di violenza non si fermò e il 12 marzo a Torino fu ucciso il brigadiere Giuseppe Ciotta, mentre il 22 a Roma l’agente Claudio Graziosi cadde ucciso dal nappista Antonio Lo Muscio cercando di arrestare la terrorista Maria Pia Vianale su un autobus. Nel pomeriggio Angelo Cerrai, una guardia zoofila in borghese, fu ucciso per errore dalla Polizia mentre inseguiva i nappisti con la pistola in pugno.

Un mese dopo, il 21 aprile, una nuova fiammata. La polizia in mattinata sgomberò l’Università di Roma occupata da studenti vicini all’area dell’Autonomia. Più tardi, nel pomeriggio, elementi vicini agli autonomi reagirono con spari e con il lancio di bottiglie Molotov mentre nel quartiere di San Lorenzo altri manifestanti aprirono il fuoco contro le forze dell’ordine ferendo l’agente Antonio Merenda ed altri due poliziotti, oltre ad un carabiniere.

Subito dopo un giovanissimo agente di 22 anni, Settimio Passamonti, venne raggiunto da due colpi di pistola morendo sul colpo. Nel corso degli incidenti rimase ferita anche la giornalista Patrizia Bermier.

Il 22 aprile il Ministro dell’interno Francesco Cossiga annunciò in Parlamento di aver vietato nella capitale e nel intero Lazio, fino al successivo 31 maggio, tutte le manifestazioni pubbliche.

Nella sua relazione al Parlamento il ministro Cossiga, citando una famosa lirica di Pasolini, dichiarò: «Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana».

Il provvedimento inizialmente era stato votato dal comitato interministeriale per la sicurezza a capo del quale sedeva il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Successivamente, e nonostante qualche tentennamento, lo aveva approvato anche il ministro dell’Interno Cossiga con il sostegno del Partito Comunista Italiano che in quel periodo faceva parte della maggioranza di solidarietà nazionale.

Il Pci chiedeva “fermezza, ordine, sicurezza nella democrazia” valutando i fatti come un “criminoso assalto armato allo Stato e alla società”.

Nel periodo della solidarietà nazionale che vedeva in maggioranza DC e PCI gli spazi dell’opposizione erano molto ristretti perché i due partiti assieme rappresentavano l’80% dell’ elettorato.

In Parlamento i più duri contro il governo Andreotti erano i radicali e Lotta continua, che assieme ai movimenti e alla sinistra extraparlamentare conducevano la loro battaglia anche nelle piazze.

Per tutti loro il ministro era “Kossiga” con le due esse del cognome scritte con le rune, alla tedesca, come facevano le SS. Non era una novità perché, anni prima, anche il cognome del segretario di stato americano Kissinger era stato scritto nello stesso modo.

In quel momento le occasioni per farsi sentire erano poche e il Partito Radicale, nonostante il divieto, organizzò per il 12 maggio in piazza Navona un sit-in in occasione del terzo anniversario del referendum sul divorzio. L’ iniziativa doveva servire a raccogliere firme per sostenere altri referendum abrogativi.

La manifestazione si tenne comunque in una cupa atmosfera di tensione, con la presenza di circa 5.000 agenti delle forze dell’ordine in assetto antisommossa e – soprattutto – di numerosi agenti in borghese, mimetizzati tra la folla.

Nel pomeriggio la polizia chiuse gli accessi a Piazza Navona, e nel corso della giornata seguirono numerosi incidenti con il lancio di bombe incendiarie e colpi d’arma da fuoco.

Verso sera, intorno alle 19.00, ci fu un tentativo di mediazione di alcuni parlamentari che cercarono un accordo con le forze dell’ordine per consentire ai manifestanti di lasciare il centro muovendosi verso viale Trastevere. L’on. Mimmo Pinto, qualificandosi tesserino parlamentare alla mano, venne sollevato di peso dalla polizia ed allontanato dalla piazza.
Da quel momento in poi la situazione precipitò e scoppiarono gli incidenti più gravi.

Secondo quanto dichiarato alla Camera il giorno successivo dal ministro dell’ Interno i manifestanti ad un certo punto avrebbero assalito le forze di polizia in piazza San Pantaleo, e più tardi verso le 19 avevano eretto due barricate, una in via Arenula ed un’altra sul ponte Garibaldi, mettendo di traverso alcune auto e prelevando il carburante poi incendiato a terra per creare una cortina fumogena.

Proprio durante l’evacuazione vennero lanciati dei fumogeni ed anche esplosi colpi d’ arma da fuoco, provenienti a quanto sembra dallo stesso Ponte Garibaldi.

Mentre i manifestanti si allontanavano venne ferito a un polso l’allievo sottufficiale dei Carabinieri Francesco Ruggeri. Oltre a lui vennero colpite altre sette persone, fra cui la giovane Elena Ascione che fu ferita ad una coscia.

Intorno alle 20 molti manifestanti si trovavano ormai oltre il ponte in piazza Belli, e secondo varie testimonianze in quei momenti la Masi cadde a terra “come fosse inciampata”. La giovane invece era stata colpita all’addome da un colpo d’arma da fuoco, e venne subito caricata su una vettura che la trasportò verso l’ospedale dove però giunse cadavere.

Nel corso delle operazioni di polizia vennero identificate 49 persone, di cui 11 tratte in arresto per vari reati, tra i quali tentato omicidio, lesioni personali e porto abusivo di armi.

Nei giorni successivi scoppiò una polemica durissima. Molti testimoni protestarono contro la brutalità della forze dell’ ordine riferendo che alcuni poliziotti avevano sparato con il fucile mentre una guardia municipale avrebbe a sua volta esploso alcuni colpi di pistola all’ indirizzo dei dimostranti.

In molti, tra cui i parlamentari radicali, l’on. Mimmo Pinto di Lotta continua e lo stesso Marco Pannella sottolinearono nelle loro dichiarazioni la presenza di agenti in borghese infiltrati tra i dimostranti, sostenendo la loro responsabilità negli incidenti.

L’autore dell’omicidio rimase ignoto, ma partì un durissimo scambio di accuse. I radicali pubblicarono un libro bianco molto completo (12 maggio ore 13, la ricostruzione della strage attraverso le testimonianze) adombrando gravi responsabilità del ministro degli Interni, il quale dal canto suo negava che la polizia avesse mai fatto uso d’armi da fuoco mentre il PR – come si legge nella pubblicazione – sosteneva il contrario sulla base di un filmato.

Si tratta di un video di sei minuti e mezzo autoprodotto dai radicali e da Lotta Continua, un documento impressionante oggi visibile in rete in cui fanno da commento alle immagini le parole pronunciate alla camera dal ministro Cossiga e del sottosegretario Lettieri, che escludeva esplicitamente l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine proprio mentre il filmato mostrava almeno due agenti di polizia in divisa che pistola in pugno sparavano ripetutamente da dietro una colonna.

Prima e dopo si vedevano anche alcuni altri poliziotti sparare con il fucile in mano, presumibilmente per lanciare dei lacrimogeni, e si riconosceva chiaramente l’agente Santone (vedi sotto) in abiti civili con la pistola in pugno. Veniva ripreso anche l’on. Mimmo Pinto mentre, qualificandosi tesserino parlamentare alla mano, veniva sollevato di peso dalla polizia ed allontanato dalla piazza. 1.

Secondo le opposizioni il comportamento delle forze dell’ordine si desumeva anche da centinaia di fotografie con agenti armati, travestiti da “autonomi” e dispersi nella folla tra i manifestanti.

Tra i poliziotti venne riconosciuto l’ infiltrato in borghese Giovanni Santone, che portava un maglione, la borsa di pelle Tolfa e teneva la pistola in pugno. In quei giorni Giorgio Forattini disegnò una vignetta, divenuta celeberrima, che raffigurava Cossiga vestito come quel poliziotto, con la pistola in mano.

Trent’anni dopo i fatti, nel 2017, Santone rese un’ intervista a Repubblica – la prima – affermando di aver solo ubbidito agli ordini. L’agente dichiarò di non essere obbligato alla divisa come guardia di pubblica sicurezza e di aver usato la borsa di pelle come portaoggetti per le sigarette, il portafoglio e la carta igienica.

Nell’intervista Santone sosteneva che Cossiga era stato il più grande ministro dell’ interno di sempre e, soprattutto, affermava che Giorgiana Masi era stata uccisa dal fuoco amico, ribadendo di essere estraneo ai fatti e ricordando anche le molte minacce ricevute al telefono, a cui lui rispondeva con insulti. 2.

I radicali chiesero più volte anche l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, mai insediatasi, ribadendo la responsabilità morale di Cossiga.

Tale responsabilità venne sempre respinta dallo stesso ministro che invece la ribaltava su Marco Pannella, il quale nonostante il divieto aveva deciso di promuovere la manifestazione senza curarsi del grave rischio di scontri ed incidenti in cui vennero coinvolti i partecipanti. Cossiga anzi si dichiarò pronto a dimettersi a una condizione: avere “le prove che la polizia aveva sparato”.

L’inchiesta sui fatti del 12 maggio 1977 fu chiusa tre anni dopo, il 9 maggio 1981, dal giudice istruttore Claudio D’Angelo su conforme richiesta del Pubblico Ministero, con la dichiarazione di impossibilità di procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato.

Nella sentenza il giudice escludeva la responsabilità dei radicali – considerati notoriamente nonviolenti – e delle forze dell’ ordine, sostenendo invece che dopo la rimozione delle barricate i colpi sarebbero stati esplosi indiscriminatamente da ignoti provocatori.

Vent’anni dopo i fatti, nel 1997, il ben noto neofascista Angelo Izzo accusò Andrea Ghira suo ex complice nel massacro del Circeo di avere sparato a quella manifestazione solo per colpire una qualunque femminista.

Si trattava di dichiarazioni spontanee rese a un giudice ma totalmente inventate e senza alcun fondamento. Il Ghira infatti, nel giugno 1976, si era già arruolato nel Tercio (la legione straniera spagnola) con il nom del plume di “Massimo Testa de Andrés” e pertanto non poteva essere a Roma nel 1977 come poi accertato sulla base dei documenti di espatrio. Erano, insomma, parole in libertà.

L’anno successivo, nel 1998, le indagini vennero riaperte in seguito al casuale ritrovamento di una Beretta 70 canna corta all’università di Roma La sapienza, nell’ intercapedine di un bagno.

L’arma, abbandonata da decenni, venne confrontata con il proiettile che aveva ucciso Giorgiana Masi nell’ambito di un’ indagine su Fabrizio Nanni, esponente dell’ autonomia morto nel lontano 1979 e fratello della brigatista Mara Nanni.

Tale inchiesta era partita da alcune dichiarazioni di un testimone anonimo, secondo il quale il Nanni avrebbe colpito la Masi per errore. Vennero disposte perizie balistiche su tutte le pistole calibro 22 trovate nei covi delle Brigate Rosse, ma senza alcun esito.

Nei decenni successivi all’omicidio Cossiga tornò più volte sul punto con affermazioni via via diverse e tra di loro contraddittorie.

In una intervista rilasciata al giornalista Aldo Cazzullo trent’ anni dopo i fatti l’ex presidente si dimostrò pentito delle maniere forti usate contro il movimento arrivando ad ammettere che la sera del 12 maggio erano presenti tra la folla agenti provocatori armati della polizia, ma solo ma a sua insaputa.

La responsabilità sarebbe stata del questore di Roma che lo aveva tenuto all’oscuro, e che per tale motivo fu subito sostituito. E sul nome dell’ assassino rispose: «la verità la sapevamo in quattro: il procuratore di Roma, il capo della mobile, un maggiore dei carabinieri e io. Ora siamo in cinque: l’ho detta a un deputato di Rifondazione che continuava a rompermi le scatole. Non la dirò in pubblico per non aggiungere dolore a dolore». 3.

Già un paio di anni prima Cossiga era intervenuto sull’argomento con una intervista a Repubblica in cui – con molti dubbi – addebitava invece la responsabilità dell’ omicidio ai compagni di Giorgiana, che sarebbe stata uccisa “da colpi vaganti sparati da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine”.

“Il terribile dubbio, rivela Cossiga, serpeggiò allora tra i servizi investigativi e gli venne poi confermato in tempi recenti dal Prefetto Fernando Masone, ex capo della Polizia. Ho taciuto fino ad ora, salvo che con un amico deputato di sinistra radicale – sottolinea il senatore a vita – per motivi di carità”.

Cossiga nell’intervista negava recisamente la responsabilità dei carabinieri, sostenendo che «il reparto dei carabinieri che si trovava dall’altra parte del ponte, subito accusato di aver aperto il fuoco, per ordine dell’autorità giudiziaria fu disarmato da elementi della Squadra Mobile: alla perizia, risultò che nessun colpo era stato sparato».

Nel 2011 usci postumo il libro-intervista Cossiga mi ha detto, di Renato Farina. Va detto che l’autore era anche membro dei servizi con il nome di copertura agente Betulla, e che il volume fu criticato con decisione da Pasquale Chessa, biografo dell’ex presidente, il quale in una intervista all’Espresso del luglio 2011 non solo avanzò una serie di dubbi sulla sua attendibilità ma scrisse anche, con un gioco di parole, che “gli scoop di Farina erano farina del sacco di (Pio) Pompa”, famoso agente segreto dell’ epoca che ebbe alcuni problemi giudiziari.

Chessa, in quel colloquio, mise in evidenza una serie di errori contenuti nel libro, asserendo che anche Giuseppe Cossiga, figlio del presidente, sarebbe stato contrario alla sua pubblicazione.

Farina nel libro riferiva una pretesa verità “dolorosa”, sull’omicidio di Giorgia Masi, senza però portare prove a sostegno. Chi era l’ assassino secondo Cossiga? Ecco la risposta. E’ stato «Il fidanzato [Gianfranco Papini]. Ha tentato di uccidersi. Una sera ha tentato di uccidersi. Quando vennero a dirmelo i magistrati, c’erano carabinieri e poliziotti. E dissi: «Non tocca a me dirvelo, lasciamo correre e non aggiungiamo dolore a dolore».

Il fidanzato stava sparando contro i carabinieri al di là del ponte, e ha sbagliato, si è spostata la fidanzata e… Ora credo sia giunto il tempo, da quel 12 maggio del 1977, di poter rivelare questi fatti. Lo faccio finalmente per tutelare l’onore di polizia e carabinieri ingiustamente e ripetutamente accusati. E per una volta anche per elogiare i magistrati per la loro pietà e il loro buon senso». Fin qui le parole riferite da Farina. 4.

La tesi di Cossiga non ha prove a sostegno ed anzi Vittoria Masi, sorella di Giorgiana, aveva già riferito nel 2007 che il tentato suicidio era dovuto al dolore causato dalla perdita della fidanzata e non era collegato al delitto.

I giornali del 14 maggio scrissero infatti che il Papini aveva tentato il suicidio col gas il giorno prima perché sconvolto dalla uccisione della ragazza ed in seguito a una notte di interrogatori. 5.

La vicenda giudiziaria si concluse senza certezze e senza imputati, tranne uno. Si tratta dell’avvocato Boneschi, denunciato per diffamazione dal giudice istruttore Claudio D’Angelo. Sul caso di Giorgiana Masi non c’è ancora una verità definitiva. Anzi, non c’è alcuna verità.

1. https://www.youtube.com/watch?v=MMwKO6jKugA
2.https://www.repubblica.it/politica/2017/05/06/news/l_agente_di_giorgiana_masi_la_mia_vita_in_fuga_da_40_anni_di_sospetti_-164734850/)
3. Aldo Cazzullo, «Non rimanderei i blindati in piazza Molti autonomi finirono nelle Br», in Corriere della Sera, 25 gennaio 2007 .
4. https://espresso.repubblica.it/palazzo/2011/07/22/news/farina-un-libro-bufala-1.33758
5. https://archivio.unita.news/assets/main/1977/05/14/page_004.pdf

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