venerdì, Settembre 25, 2020
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Modigliani: L’Arte come “pathos”, sofferenza

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Ricorre il centenario della morte di Amedeo Modigliani, livornese, classe 1884.

Di famiglia piccolo – borghese, di origine ebraica, non ricca ma colta e dignitosa, vide la propria vita, fin dai primi anni, tormentata.

Le difficoltà del padre, finanziariamente, i continui sforzi della madre di assicurare al piccolo Amedeo un futuro di conoscenza, almeno nelle lettere e nelle arti.

Queste si accompagnarono ad un costante stato di salute altalenante che lo costrinsero a lunghi periodi a letto, convalescente.

Prima una febbre tifoidea, poi, non ultima, la pleurite.

Già a dieci anni cominciò, così, il suo “incipit” creativo, disegnando su un quadernetto regalatole dalla sorella, disegni di fantasia.

Venne affiancato a Giovanni Fattori, uno dei più esponenti macchiaioli dell’Ottocento.

Disse la madre:” “Amedeo non è stato brillante agli esami, il che non mi ha affatto sorpresa, avendo studiato malissimo tutto l’anno. Il primo agosto inizia un corso di disegno, cosa di cui ha grande desiderio da lungo tempo. Si vede già pittore”.

Da questa collaborazione non scaturì, da parte di Modigliani, un vivido interesse per il paesaggismo, ma le lezioni lo portarono a comprendere meglio il senso del cromatismo e del dettaglio.

Nei primissimi anni del ‘900, stanco di una certa provincialità accademica pittorica, si trasferì a Venezia e si iscrisse alla Scuola libera di nudo del Regio Istituto di belle arti di Venezia.

Qui cominciò a respirare un’aria che lo portò ad ammirare i Classici, nelle Pinacoteche, le forme eteree e perfette che Fidia, per citarne uno, affascinò il mondo intero.

Parallelamente iniziò una vita sempre più legata alla cultura bohemienne, legata ad alcol e consumo di marijuana.

Era arrivato il momento del trasferimento nella capitale mondiale dell’arte e della creatività, del fermento. Parigi.

Dopo aver conosciuto in Italia i massimi rappresentanti dell’Espressionismo, post – Impressionismo, il balzo fu facile, ma non lieve.

Un novello sconosciuto alla corte dei Grandi.

Del resto chi, nel primo quarto del XX secolo in Francia, non aveva ottenuto il suo spazio, una sua, sia pur minima, fama.

Poeti maledetti, Pittori squattrinati, Donne di dubbia fama, Sobillatori dell’ordine costituito nel 1897?

Vi è che uno degli incontri fu quello con il mondo parigino e le sue bizzarrie o storture, qualcuno così le ritiene, che segnarono il percorso formativo di Modigliani.

Un percorso condiviso da altri protagonisti della scena culturale di quel secolo.

Nelle more di chi scrive, fu tanta e tale, non giustificabile forse, il bisogno di espressione, che la ricerca di un significato di vita, di speranza, di amore, prevalse sul bisogno di “delineare uno stile pittorico di maniera”, una vita “à la page”.

Amedeo cominciò, minando ulteriormente la sua salute, a scolpire, già attratto dal materiale che fu caro ai Grandi dell’Arte.

Il marmo nella sua concezione più dura e faticosa del termine, polvere e sudore.

Continuò a dipingere, perché, del tutto indigente, bussando il padrone di casa, reclamando il fitto.

E continuò a perdersi in un vortice di sensazioni, certamente non sane, che lo proiettarono, come le sue figure alte, lignee, secche, abuliche, disfasiche, nel novero di chi “poteva” ma “piangeva”, di chi “cercava” e “lasciava”, di chi aspirava ma non poteva, di chi gridava un grido silente.

Accanto ad una donna che lo capì, Jeanne Hébuterne, che nel giorno della sua morte, in un confuso subbuglio di malattia e vizio, passione e amore, scelse di seguirlo.

La biografia è acefala, mancante, se non nelle parti adolescenziali, in queste poche righe.

Al lettore approfondire, se ne avrà piacere.

Qui si ricercano gli afflati, i moti dell’animo.

Ebbe a bruciare le sue opere, per il tramite di amici comuni, quasi a non comunicare che ciò chè rappresentava nelle opere, fosse solo una sua cosa personale, intimamente destinata.

Dai suoi quadri o dalle sue sculture si evincono tre particolari, la cui nota è degna di essere riportata, secondo le mie interpretazioni.

Il Collo, proteso, sempre verso l’infinito, quasi a cercare un qualcosa, l’innalzamento della figura umana che travalica il sesso, il genere, che cerca lo sguardo, forse anche l’approvazione.

Gli occhi, eterei, disartrici, vuoti, nei quali si coglie vivo, per contrappasso, il senso di essere osservati, capiti.

I capelli e lo sfondo che non ricordano le figure Cinquecentesche di perfezione ma che stanno a significare la grama vita, la quotidianità, il puro senso dell’esistenza terrena, il dolore della malattia.

In memoria del Prof. Sergio Molesi, Docente di Storia dell’Arte al Liceo – Ginnasio Classico “Dante Alighieri” di Trieste, Insostituibile Maestro di Vita e di Pensiero, che mi ha insegnato a fermarmi, guardare, contemplare, giudicare.

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