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L’Oms approva con riserva il modello svedese. Ma l’ immunità di gregge è ancora lontana

| 6 Maggio 2020 | ATTUALITÀ

Pochi giorni fa Mike Ryan, il capo del Programma di emergenze sanitarie dell’OMS, nel corso del consueto briefing sullo sviluppo della pandemia ha parlato chiaro esprimendosi in favore del discusso modello svedese.

“La percezione che la Svezia non abbia fatto nulla salvo far diffondere il virus non potrebbe essere più lontana dal vero. La Svezia ha messo in atto misure di salute pubblica molto forti sul distanziamento fisico, sulla protezione dei lungodegenti e molte altre cose “.

Il paese scandinavo ha puntato su “una forte strategia di sanità pubblica, sulle misure di igiene e di distanziamento”.
Ciò che ha fatto la differenza “è stato il rapporto con la popolazione, che ha avuto una forte volontà di aderire al distanziamento fisico e di auto-regolarsi. In più, il sistema sanitario ha aumentato significativamente la capacità di accoglienza delle terapie intensive ed è sempre stato in grado di rispondere al numero di casi che si sono presentati”.

Quindi ha aggiunto che, non diversamente da altri paesi europei, anche la Svezia ha visto molti cluster di contagio in case per anziani e lungodegenti, insistendo a lungo sul fatto che si deve fare di più per proteggere i deboli e gli anziani.

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Il discorso di Ryan va ascoltato attentamente e fino in fondo, perché c’ è qualcosa di molto più importante.

Il direttore esecutivo dell’ OMS, infatti, ha detto chiaramente che l’immunità di gregge è ancora attesa sia in Svezia che in altri paesi, e anche nelle zone ad altra trasmissione della malattia il numero degli immunizzati è proporzionalmente ancora piuttosto basso. Ciò preoccupa perché una grande maggioranza della popolazione resta ancora suscettibile di contagio.

Le possibilità di un ritorno della malattia sono quindi piuttosto alte, specialmente in caso di uscita troppo veloce dal lock down senza che le misure precauzionali siano sostituite da altri forti indicazioni in tema di contatti sociali, di test e di tracciamento. “Se andiamo verso una nuova normalità la società svedese è un modello futuro per una vita senza lockdown, ma sul medio o lungo periodo saranno necessarie misure di attenzione nei contatti sociali”.

E quindi in Svezia “stanno capendo come convivere con il virus in tempo reale, il loro modello è un strategia forte di controllo con una forte fiducia e collaborazione da parte della comunità. Vedremo se sarà un modello di pieno successo o meno”.

Insomma la Svezia – che nei giorni scorsi ha superato i 22mila casi di Covid 19 – ha sperimentato da subito, fin dall’ inizio dell’ epidemia, la convivenza con il virus. Ed è questa la “fase 2” in cui oggi è entrata anche l’ Italia.

Chi è Mike Ryan?
Il dottor Mike Ryan è entrato nell’OMS nel 1996 con una nuova unità creata per rispondere alle minacce epidemiche ed ha gestito rischi acuti per la salute globale per circa 25 anni. E’ stato Coordinatore della risposta epidemica dal 2000 al 2003, quindi Coordinatore operativo della campagna OMS contro la SARS (2003) e quindi Global Alert and Response Director (2005-2011). Dal 2017 al 2019 è stato Assistente direttore generale per la preparazione e la risposta alle emergenze nel Programma dedicato dell’OMS.

Il dott. Ryan ha lavorato in paesi colpiti da conflitti gestendo molte risposte ad alto impatto. È membro fondatore della Global Outbreak Alert and Response Network (GOARN), che ha organizzato la risposta a centinaia di epidemie in tutto il mondo. Successivamente ha partecipato alll’ iniziativa globale per l’eradicazione della polio dal 2013 al 2017 in qualità di Senior Advisor.

Una ventina di giorni fa, il 16 aprile 2020, Ryan ha anche dichiarato che “A causa del lockdown, nella maggior parte dei Paesi, la trasmissione del virus ora avviene in casa”. “Il contagio avviene in famiglia. In un certo senso, il contagio è stato tolto dalle strade e messo a forza nelle famiglie. Adesso dobbiamo andare da questa famiglie e rimuovere fisicamente chi potrebbe essere ammalato, per isolarlo in maniera sicura e dignitosa”. Lo ha riferito in questi termini, tra aspre critiche, l’emittente Fox news.

Cos’ è il modello svedese?
La strategia svedese è un insieme di consigli ( tanti) e prescrizioni ( poche) che puntano sul coinvolgimento e sul senso di responsabilità della popolazione per frenare la diffusione del virus. Il governo infatti ha invitato i cittadini a “comportarsi da adulti”, senza però alcun tipo di lockdown e introducendo un limitato numero di restrizioni.
Si è iniziato con la proibizione dei grandi eventi e delle manifestazioni sportive, poi dalla fine di marzo c’ è stata un stretta sugli altri eventi pubblici vietando le iniziative con più di 50 partecipanti mentre prima il limite era ben più alto, 500 persone. In nome del distanziamento sociale anche le scuole (solo secondarie e università) sono state chiuse nella prima metà di marzo, come anche i musei. Da un certo momento in poi hanno chiuso anche i negozi di parrucchiere e le palestre.
Per un periodo erano vietate le visite nelle case di cura, dove comunque si è verificata la metà dei decessi di tutto il paese, e come misura prudenziale agli over 70 è stato chiesto di non uscire di casa, sottoponendosi a una sorta di quarantena volontaria.
Come abbiamo detto il governo da’ più consigli che divieti: prima di tutto restare a casa con sintomi anche minimi di raffreddore, lavorare se possibile in smart working senza andare in ufficio, lavarsi sempre le mani e curare l’ igiene, non viaggiare se non è veramente necessario.
La gente comunque esce quasi normalmente e pochissimi portano la mascherina.
La strategia svedese è stata elaborata Anders Tegnell, diventato epidemiologo dell’Agenzia svedese per la Sanità Pubblica nel 2013 dopo una lunga e prestigiosa carriera. Nel 2005, quando è diventato membro della Kungliga Krigsvetenskapsakademien’ (Reale accademia della Difesa) ha tenuto una lectio magistralis sugli effetti delle pandemie sulla società, tema oggi molto attuale. Tegnell negava di voler perseguire l’ immunità di gregge, ma la questione è rimasta sullo sfondo. In una intervista al giornale Svenska Dagbladet ha dichiarato che questo obiettivo non è in contraddizione con la strategia del governo, volta a rallentare la diffusione dell’infezione in modo che per la durata dell’ epidemia i servizi sanitari abbiano un carico di lavoro ragionevole e mai eccessivo. Lo scienziato è contrario alla serrata ed ha dichiarato che “non si possono fare cose così drastiche. Non è possibile tenere le scuole chiuse per quattro o cinque mesi, perché si avrebbero effetti collaterali in troppi ambiti, non ultimo nella sanità pubblica”.
Successivamente, in un’ intervista di metà aprile rilasciata a Nature, Tegnell ha dichiarato che “le leggi svedesi sulle malattie trasmissibili sono basate quasi esclusivamente su misure volontarie – o sulla responsabilità individuale. [La legge] dice chiaramente che il cittadino ha la responsabilità di non diffondere una malattia. È questo il punto da cui siamo partiti, perché stando alle leggi in vigore non c’è possibilità di “chiudere” le città: possiamo imporre una quarantena a un gruppo di persone o a piccole zone, come una scuola o un hotel. Ma non possiamo legalmente imporre il lockdown in un’intera area geografica”. L’ epidemiologo ha aggiunto che “non possiamo sapere se il nostro approccio sia quello più efficace. Ogni nazione deve raggiungere l’immunità di gregge in un modo o nell’altro, e noi abbiamo scelto di raggiungerla in questo modo. Ci sono abbastanza segnali che indicano che effettivamente sia possibile raggiungere l’immunità di gregge per il coronavirus, dato che al momento sono stati riportati solo pochi casi di reinfezione. Non sappiamo quanto potrebbe durare l’immunità, ma sicuramente una risposta immunitaria del corpo esiste”.
Non mancano i contestatori di questo approccio light come ad esempio Joacim Rocklov, epidemiologo presso l’Università di Umea. Su youtube sono disponibili una serie di video in cui il docente attacca a fondo la strategia ufficiale dello stato. Secondo lui la Svezia corre il rischio di andare comunque in quarantena anche se più avanti nel tempo, quando il sistema sanitario entrerà in crisi.
La strategia svedese funziona? Un confronto tra Norvegia e Svezia, due paesi molto vicini
La strategia epidemica svedese tiene conto delle particolari caratteristiche sociali del paese. La Svezia infatti ha poco più di dieci milioni di abitanti ed una densità media di popolazione molto bassa, circa 22 abitanti al km quadrato ( anno 2018).
Il dato va interpretato perché se è vero che l’84% della popolazione svedese vive in località con più di 200 abitanti (detti tätortor) ben un terzo del totale vive nelle 15 aree urbane più popolose, ma addirittura un quarto ( circa 2,5 ,milioni) vive concentrato nelle 5 maggiori aree urbane cioè nelle grandi città.
Tra queste la prima è Stoccolma, la capitale, che conta circa un milione di abitanti oltre a quelli della cintura urbana. E’ qui che si è verificata la grande maggioranza dei casi, oltre 8500 alla data del 5 maggio.
I dati demografici ( fonte wikipedia) sono calcolati da Statistiska centralbyrån ogni cinque anni; i più recenti sono al 31 dicembre 2005. Il totale della popolazione delle zone urbane (o località) in Svezia è di 7.631.952 abitanti su una superficie di 5.286,23 km², per una densità media di 1.444/km². Tale densità di popolazione è molto vicina a quella delle Aree metropolitane Italiane ( le nostre maggiori città) che è di 1500 abitanti al km quadrato, cosa che ci permette di rilevare la differenza con la realtà italiana dove i numeri del contagio sono ben altri.
Esiste insomma un certo distanziamento sociale, inoltre il clima freddo porta la gente a stare in casa e ad avere minori contatti con le altre persone. In aggiunta i rapporti tra generazioni diverse sono limitati e i giovani e gli anziani molto raramente vivono sotto lo stesso tetto.
Al 5 maggio la situazione dei contagi in Svezia, senza alcuna forma di lockdown come abbiamo detto, era questa:
5 maggio

Svezia
Confermati 23.216 Guarigioni 1.543 Decessi 2.854


Nel frattempo cosa succede nella vicinissima Norvegia? I due paesi scandinavi sono per molti versi comparabili. Sono ricchi, poco popolati e confinanti, con stili di vita abbastanza simili.

Le strategie sanitarie perseguite, però, sono opposte.
La Norvegia infatti è stata una delle prime ad imporre un precoce e lungo lockdown, per poi passare gradatamente alla fase 2. Restano comunque in vigore le regole sul distanziamento sociale e la sorveglianza sanitaria, con il controllo dei sintomi sospetti. Rimangono anche fino a nuovo ordine le disposizioni che limitano i viaggi non necessari.
A partire dal 20 aprile, infatti, la Norvegia ha iniziato a riaprire cautamente le scuole materne dopo un mese di chiusura, giustificando la decisione dato che i bambini – che rimarranno comunque divisi in piccoli gruppi – sono stati meno colpiti rispetto agli adulti. Alcuni genitori hanno comunque espresso le loro riserve.

Sempre dal giorno 20 riaprono le «cabin» , le tradizionali capanne nei boschi dove i norvegesi passano periodi di vacanza a diretto contatto con la natura, che erano state chiuse paventando pericoli di contagio.
Anche i fisioterapisti e gli psicologi hanno ripreso le loro attività il 20 aprile.
Il 27 aprile è stato il turno delle prime classi delle scuole elementari e dei dopo-scuola, seguite da parrucchieri ed estetisti.

Dal 15 giugno in poi, salvo imprevisti, potranno riprendere le competizioni sportive, le partite ed in genere i grandi eventi sportivi e culturali.

La fase 2 segna quindi una graduale e scandita riapertura su tutto il territorio nazionale, salvo revoche disposte a livello locale in caso di nuovi focolai di infezione.
“ Pensiamo di avere acquisito un certo controllo parziale di questo virus – ha dichiarato a questo proposito la premier Erna Solberg – e speriamo prima dell’autunno di poter riavere tutti I nostri ragazzi a scuola, o nei campi sportivi».

Bisogna ricordare che la popolazione della Norvegia ( dati del 2018) contava 5.258.457 abitanti, con una densità tra le più basse del mondo : 15 persone per km². Anche in questo caso il dato deve essere interpretato perché da solo rischia di essere fuorviante.
Infatti l’ 80% della popolazione (dati del 2005) vive in centri urbani, e tra questi il 25% nei dintorni della capitale Oslo che resta il principale centro portuale e industriale del paese. Oslo da sola conta circa 673 469 abitanti (dati 2018) , cioè il 12% di tutta la popolazione norvegese. L’intera area metropolitana, comunemente chiamata “regione della grande Oslo” (Stor-Osloregionen), ha una popolazione complessiva di 1 546 706 abitanti (dati del 2015, fonte wikipedia).
In sostanza in tutti e due i paesi scandinavi oltre il 70% della popolazione vive in aree urbane, e questo dato è ancora più marcato in Norvegia. I due paesi hanno composizione sociale e stili di vita abbastanza simili, ma i numeri del virus sono molto ma molto diversi.

Come si vede dal grafico i decessi in Norvegia sono infatti circa 215, un numero molto basso.

5 maggio 2020
Norvegia
Confermati 7.955 Guarigioni 7114 Decessi 215

Per quanto la Svezia abbia dieci milioni di abitanti e la Norvegia solo cinque questa enorme differenza non pare giustificata, perché i decessi in Norvegia sono circa UN TREDICESIMO di quelli svedesi. Basandosi solo sulla differenza di popolazione sarebbe logico attendersi un dato diverso, ma ad oggi la vicina Svezia supera i 2800.
C’ è una differenza enorme, che salta all’ occhio.
Cosa dire? Evidentemente il lock down ha un costo economico e sociale elevato, ma in Norvegia ha dato i suoi frutti.

TAG: Oms, salute
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