Tamponi: metodo da I prima classe del Titanic. Chi si e chi no perché ?

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Potevamo approfittare di questi giorni difficili e sofferenti, per dimostrare che valore supremo sia l’uguaglianza fra le persone, invece sta vincendo l’affermazione del principio che ha favorito i viaggiatori di I classe del Titanic nel raggiungere vie di salvezza con maggiore facilità rispetto a quelli di II e III classe.

Fra le cose che proprio non ci quadrano, troviamo infatti alcune disparità di trattamento che fatichiamo a comprendere o meglio, riusciamo a comprenderle solo scomodando criteri di “pecunia” e di “fama”.

Sono ormai tantissimi i personaggi famosi che condividono col pubblico la preoccupazione per aver contratto il coronavirus o la serenità per non averlo contratto. Ma chi ha fornito l’esito da esibire sui social? Il fatidico “tampone”.

L’accesso al controllo sanitario è quindi facilissimo e rassicurante? Si. Per loro.

Non cosi per chi avrebbe davvero bisogno di conoscere la propria predisposizione al virus al fine di adottare le giuste misure di cautela fra i propri contatti, a maggior ragione, quando si tratta di operatori sanitari.

E’ ovvio che qualcosa non sta funzionando se da una parte c’è chi ottiene un tampone con estrema facilità e per giunta senza presentare alcun sintomo sospetto, mentre negli ospedali e nelle case di riposo, i positivi rischiano di diffondere il contagio alla velocità della luce seminando malati e morti.

Fare il tampone a Paolo Maldini ed a tutta la sua famiglia era indispensabile? Nessuno di loro aveva grossi problemi di salute eppure, la ASL si è recata fino a casa ed ha rassicurato tutti tramite controllo.

Fare il tampone a tutta la squadra della Juventus – giocatori e staff – era prioritario? Non era sufficiente mettere in quarantena i giocatori dopo aver saputo che due di loro erano positivi al covid-19?

E’ evidente che nessuno di loro ha incontrato le difficoltà comuni a noi “non famosi”: chiamate senza risposta, rifiuti ad intervenire per ragioni di tempo, “il tampone ma stiamo scherzando non possiamo farlo a tutti”, “Prenda tacpirina e faccia degli aerosol..se non migliora provi a richiamare…”.

L’emergenza fuori controllo all’interno degli ospedali, sta camminando in parallelo con l’emergenza nelle case dove la necessità di un medico, di una visita, di cure immediate e di un tampone, sta seminando vittime del coronavirus che sfuggono al quotidiano bollettino di guerra.

Provincia di Bergamo, la Dottoressa N. chiama ininterrottamente da giorni le strutture che dovrebbero occuparsi di farle avere il materiale protettivo adeguato. L’ultima consegna, qualche mascherina inefficace e una boccettina di gel igienizzante.

Fra una visita e l’altra, l’assistente le comunica delle chiamate giunte in ambulatorio e i sintomi riferiti. Scuote la testa, chiede che alcuni di loro siano richiamati consigliando di cercare un’ambulanza immediatamente.

Ha la disperazione sul volto. Mi guarda e dice: “Non posso resistere a lungo, non posso proteggermi da possibili infetti cosi e non posso nemmeno escludere di essere negativa ma il tampone non me lo fanno ed io, mi sono anche stancata di chiederlo”.

S. lavora in una casa di riposo, da 15 giorni è in malattia con febbre ed una tosse violenta che accompagna tutta la nostra video chiamata. “A fine febbraio hanno comunicato ai parenti dei nonni che possono venire a trovarli solo uno per volta.

Non ci hanno dato mascherine, io ne ho ordinate 3 su Amazon e mi sono costate 110 euro. Dopo qualche giorno, muoiono 3 nonnini, uno dopo l’altro e la direzione cambia le regole;  nessun parente può entrare più nella struttura. Nel frattempo si ammala un medico e 5 miei colleghi si mettono in malattia per sintomi influenzali. Arrivano i camici e ci dicono che non essendocene molti, a fine turno dobbiamo metterlo in un sacchetto di plastica per riutilizzarlo il giorno dopo. 

In pratica lo abbiamo riutilizzato per settimane. Muoiono altri 5 nonnini e noi, uscendo di li, tornavamo a casa, dalle nostre famiglie, ci fermavamo al supermercato, facevamo tutto quello che la nostra quotidianità richiedeva domandandoci ‘ma se noi usciamo ed entriamo da li in totale tranquillità, che senso ha non fare entrare più i parenti?’. Passano i giorni, io mi ammalo e cosi altri miei colleghi. Chiediamo alla struttura di farci fare i tamponi per capire cosa sta succedendo e come porci a casa. Dicono che non è possibile.

Io ho avuto la febbre per qualche giorno ma non altissima. La tosse è sempre stizzosa ma non ho difficoltà a respirare, altri miei colleghi invece…

Non so ancora quando rientrerò ma so che dall’inizio di questo incubo, i nonni e le nonne che ci hanno lasciato sono arrivati a quota 18 e ancora nessuno ha preso provvedimenti per fermare questa ecatombe. Penso ai parenti che non hanno potuto stare vicino ai loro cari e penso a quei nonnini soli nell’ora più brutta”.

Nessun tampone dunque. S. per sicurezza, ha dovuto affrontare l’isolamento in una cantina fredda per evitare di contagiare i familiari.

M. ha visto il padre e la madre peggiorare sotto i suoi occhi di giorno in giorno; cerca di curarli come meglio può ma piano piano si concretizza l’incubo coronavirus. sabato mattina dopo svariate ore di tentativi ottiene risposta: “veniamo appena possibile”. Si presentano lunedi pomeriggio. Tre giorni di ansia e terrore ad ogni colpo di tosse, ad ogni rantolo.

Portano via il padre. Alla madre dicono che può curarsi in casa, non è grave. Passano due giorni, nessuno riesce a capire in quale ospedale della bergamasca lo abbiano portato. Dopo aver scoperto che è positivo al coronavirus, tornano a prendere anche la madre che nel frattempo è peggiorata ma non le fanno il tampone, dicono che essendo positivo il padre è quasi sicuro che lo sia anche lei.

In una situazione che si presenta drammatica oltre ogni immaginazione, l’ultima cosa che vorremmo vedere è il classismo che si materializza in mezzo al dolore. Non possiamo credere che stia accadendo.

Fluttuiamo fra la presunzione e la disperazione come diceva Sant’Agostino e cerchiamo una via che ricongiunga coscienza e sapienza. Difficilmente la troveremo nell’ammissione più o meno velata che una vita, possa avere più valore di altre.