mercoledì, Ottobre 21, 2020
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L’antimafia siciliana non è la politica

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C’è qualcosa che ancora oggi, dopo le stragi di Palermo, in Sicilia non torna e che gira sempre intorno all’imprenditoria al potere dei soldi (ovviamente). Un’ombra oscura che fatica ad allontanare lo stretto legame tra “mafia e appalti”, tra “mafia e imprenditori”, un legame oscuro ben radicalizzato che permette anche alle ‘ndrine di muoversi nell’isola.

Un patto di sangue, di mafia, di potere e poltrone, di omicidi e di business, un progetto ben studiato e architettato che stringe tutti in una “confraternità”.

Negli ultimi anni le varie “procure e forze dell’ordine” hanno scardinato clan e famiglie mafiose in tutta Italia, ’ndrangheta e mafia appaiono più deboli al punto di potergli infliggere danni economici mai visti prima, ma negli appalti le loro presenze sembrano ben coperte quasi come fossero diventati “esperti di business management”, possiamo considerarlo possibile oppure è solo una coincidenza!?

Tra i tanti fascicoli d’inchiesta redatti da una parte dalle procure e dall’altra dalla Commissioni Parlamentari Antimafia, qualcosa ancora oggi non torna e di certo non sono ne le testimonianze dei collaboratori di giustizia tanto meno gli anni di carcere inflitte alle varie cosche.

Accostiamoci per un attimo a quanto scritto da Attilio Bolzoni: “Tutta la storia ha contorni ambigui se non inquietanti, le indagini affondano nel dubbio, la polemica è rovente.

Il riferimento del giornalista Bolzoni, scritto a proposito nell’affaire Antoci, l’ex presidente del Parco dei Nebrodi che secondo la Commissione Antimafia ARS, presidente Claudio Fava, sul suo tentato omicidio era stato costruito un “caso mediatico“.

La Commissione parlamentare Antimafia siciliana presieduta da Claudio Fava ha scritto nelle conclusioni quanto segue:

«L’ipotesi sul fallito attentato mafioso con intenzioni stragiste appare la meno plausibile».

La magistratura che ha condotto e studiato l’intera inchiesta per l’attentato contro l’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, sostiene che «l’agguato subito è tra i meglio studiati tecnicamente dopo quelli dell’estate del 1992» (le stragi Falcone e Borsellino).

La parte più interessante e controversa di chi si etichetta o viene etichettato (non sappiamo quale autorità conferisce queste etichette) come “antimafia”, Bolzoni la evidenzia con queste parole:

Giuseppe Antoci per due anni ha ricoperto la carica di responsabile nazionale della Legalità del Pd e, in quella veste, non ha mai detto una sola parola sul “sistema Montante”, su quell’Anonima Ricatti che si era imposta in Sicilia e in Italia in nome dell’Antimafia.- Continuando scrive: Un silenzio inspiegabile (o molto spiegabile, visto i suoi legami con l’ex governatore Crocetta e con l’ex senatore Beppe Lumia) è molto imbarazzante.

Beppe Lumia e Giuseppe Antoci - Fonte LaPresse
Beppe Lumia e Giuseppe Antoci – Fonte LaPresse

La questione si fa imbarazzante ancora una volta per tutta la politica siciliana che si trova di fronte a due inchieste: una della procura e l’altra della Commissione Antimafia ARS.

Presto si capirà che attorno alle figure di Montante e Lumia, a seguito del magistrato Saguto e così via, gireranno nomi eccellenti che in un modo o nell’altro trovano coperture nella classe “politica” e non nelle aule di tribunali dove “la legge è uguale per tutti”.

Il caso del famoso giornalista Paolo Borrometi è uno di quelli espressi sopra.

Borrometi amico sia dell’ex senatore Lumia che di Antoci tempo fa è stato protetto da una campagna politica in cui anche il presidente della Commissione Antimafia Nazionale, il sen. Nicola Morra, è sceso in campo con un video che ha fatto il giro dei social; per quale motivo?

Semplicemente perché altri giornalisti hanno notato e prodotto dei documenti su una inchiesta giornalistica in cui lo stesso Paolo Borrometi lascia ombre e dubbi sul suo passato da giornalista di inchiesta, nonché la vicinanza al mondo della Tv con Morgante, uno dei tanti che facevano parte dell’exploit sull’inchiesta del “sistema Montante”.

Si legge a proposito di Vincenzo Morgante, dalla Cnr della Polizia Giudiziaria di Caltanissetta, quanto segue:

Tra il materiale sequestrato al MONTANTE veniva rinvenuta altra documentazione che cristallizza i favori resi dall’imprenditore nisseno ad altri giornalisti (…) e MORGANTE Vincenzo, giornalista RAI. Il MORGANTE chiedeva espressamente al MONTANTE una segnalazione per l’incarico di vicedirettore del TGR Sicilia.”

Morgante e Montante
Morgante e Montante

Estrapoliamo dalla relazione della Commissione Antimafia ARS questo piccolo estratto dove si possa capire quale metodologia viene applicata tra “importanti redazioni stampa” e “personaggi pubblici”.

FAVA, presidente della Commissione: Ci aiuti a capire. Andare a chiedere spiegazioni va oltre il rapporto istituzionale tra il direttore del TGR e il presidente di Confindustria. Per quale ragione lei lo andò a cercare?

MORGANTE: Devo dirle, Presidente, che noi in quell’antimafia sociale abbiamo creduto molto.

FAVA, presidente della Commissione: Noi, chi?

MORGANTE: Noi della redazione regionale, noi del servizio pubblico radiotelevisivo. Quindi fu un imbarazzo notevole.

Il Sistema Montante è l’antimafia

Sempre Bolzoni, ma anche altre testate stampa, hanno pubblicato del “Sistema Montante” l’agenda, gli appunti e tutti i nomi che giravano in quel sistema – di cui tanti ne uscirono assolti, per altri il caso fu archiviato e per altri “non sappiamo nulla – abbiamo smascherato quella rete perversa di Antonello Montante e della gestione occulta del potere che, nel nome dell’antimafia si occupava di corruzione e operazioni di dossieraggio contro istituzioni regionali e nazionali.

Il tasto più dolente Bolzoni, nel suo libro, lo tocca nel passaggio in cui parla di Don Ciotti e Libera, l’associazione da sempre simbolo della Antimafia in Italia.

Ecco cosa scrive Bolzoni di Libera e del suo leader don Luigi Ciotti:

“Profonda delusione quando ho incrociato il nome di Libera con quello di Antonello Montante. E non mi riferisco al ritrovamento del famigerato file excel il ‘diario segreto’ del pescecane di Serradifalco dove annota tutto per potere usare quel ‘tutto’ in futuro. Mi riferisco ad altro. Riporto i fatti. Sono difficilmente contestabili perché non solo sono fissati in atti giudiziari ma, molti, rintracciabili anche nelle cronache. Tutte ‘fonti aperte’.

Fra gli appunti scoperti in quella ‘stanza… diciamo… della legalità nella sua villa di Serradifalco, ci sono richiami a Don Ciotti che – almeno per quanto mi riguarda – valgono meno di niente.

Perchè? Perchè la fonte è Montante stesso. Sono 26 telefonate o contatti che sarebbero intercorsi tra l’uomo di Confindustria e il prete tra il 27 gennaio e il 5 febbraio 2015 con un’annotazione: ‘ho tel don Ciotti 26 tel’.

Anche in questo caso, le date sono sempre importanti

Le vere o presunte telefonate (potrebbe essersele inventate Montante per trascinare don Ciotti nel torbido) sono antecedenti al 9 febbraio, il giorno in cui diventa ufficiale l’indagine su Montante. Non ce n’è una sola dopo’.

Dopo un bavaglio stampa durato molti mesi la maggior parte dei quotidiani italiani pubblica la notizia sulle accuse avanzate dalla magistratura nei confronti di Calogero Montante.

Le corrispondenze dalla Sicilia sono del 23 gennaio 2016. Tutto ora è ufficiale. Ma neanche un mese dopo, esattamente il 22 febbraio,don Ciotti è a Torino al fianco del socio e del compare di Calogero Montante per lanciare un kit della legalità per le imprese del territorio.

Il fondatore di Libera è accanto a Ivan Lo Bello che è presidente Unioncamere che da un anno non perde occasione per difendere Montante firmando comunicati a raffica per dimostrare la sua incondizionata stima.

Come fasi chiede Bolzoniil leader della più rispettabile associazione antimafia che c’è in Italia a non pronunciare una sola parola su Calogero Montante dopo quei robusti indizi investigativi e intanto stringere accordi con il suo gemello? Una parola, anzi più di una, il prete se la fa sfuggire poi.

E’ il 16 marzo. Don Ciotti è a Messina, alla domanda dei giornalisti su Montante risponde: ‘Mi auguro che Antonello possa dimostrare la verità… Il mio augurio è che ognuno di quelli che vengono indagati siano messi in grado di poter dimostrare questo. Io non sono in grado di poter entrare in una storia di questo tipo. Dico solo che oggi sono molti che invece di fare lotta alla mafia la fanno all’antimafia nel nostro Paese. Allora qui c’è il dovere di saper distinguere per non confondere. Bisogna essere veramente molto attenti…’. Ciotti si ferma ha un attimo di esitazione e abbassa la voce: ‘Perchè un pochettino lo vedo anche nei riguardi di Libera che ci sono semplificazioni, dei giudizi, del fango che arriva… una manipolazione della verità’.

L’intervista è anche ripresa dalle telecamere’. ‘Ciotti in pubblico chiama Montante confidenzialmente Antonello. Una piccola imprudenza linguistica. Possibile? – si chiede ancora Bolzoni nel libro -.

Ma che c’entra uno come don Ciotti con uno come Montante? E’ davvero con quel modello di antimafia, dopo tanti anni di battaglie civili, che Libera può dialogare? Luigi Ciotti non pronuncerà il nome di Montante nemmeno due anni dopo quando Paolo Mondani nella primavera 2018 prepara una puntata di Report.”

Arriviamo al caso del magistrato Saguto

Silvana Saguto - Fonte LeIene
Silvana Saguto – Fonte LeIene

Il caso del magistrato Saguto che ha tratto benefici dalla “legge Rognoni-La Torre” che segnò una svolta legislativa insieme all’applicazione del 416-bis c.p nella lotta alla mafia, è stato l’ennesimo colpo a quella parte di antimafia siciliana.

Silvana Saguto, ex magistrato, ex Presidente della sezione delle Misure di Prevenzione di Palermo, indagata per corruzione, induzione e abuso d’ufficio dalla procura di Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei beni confiscati a Cosa Nostra.

A fine ottobre le sezioni unite civili della corte di Cassazione hanno definitivamente rimosso dall’ordine giudiziario Silvana Saguto, travolta dallo scandalo sulla gestione dei beni sequestrati alla mafia scoppiato nel 2015 e accusata di “aver usato la sua posizione di magistrato per conseguire vantaggi ingiusti”.

La Saguto è stata un magistrato che dal 2010 ha gestito un patrimonio miliardario composto dai beni sottratti ai boss mafiosi, scatenando un vero e proprio terremoto a Palermo.

La Procura della Repubblica di Caltanissetta scopre il così detto “modulo Margherita”.

Come efficacemente descritto da un amministratore giudiziario – persona offesa del delitto di concussione – Silvana Sagutointratteneva rapporti esclusivi con le persone che le interessavano”, secondo un modulo “a margherita, ossia senza vi fosse alcuna interferenza tra i rapporti che facevano capo a lei”, rapporti che la vedevano al centro, e da cui si dipartivano “petali” e “raggi”, non comunicanti tra loro, rappresentati da professionisti, amministratori giudiziari, colleghi, cancellieri, ufficiali di polizia giudiziaria, rappresentanti del mondo universitario e giornalisti, dai quali la stessa traeva vantaggi e utilità di varia natura.

I “petali” vengono descritti come un modo per far disporre in via d’urgenza il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, di ingenti somme di denaro, beni immobili e quote societarie, onde evitare la dispersione dei patrimoni illecitamente accumulati.

La Guardia di Finanza eseguì un sequestro di beni per un valore stimato di circa 900 mila euro nei confronti del giudice e del suo “cerchio magico”.

Il giro dei fedelissimi amministratori giudiziari ricambiavano poi gli affidamenti di incarichi con regali, cibo, soldi e favori.

Adesso viene attuata la cosidetta “norma Saguto” disciplinata ai sensi dell’art. 35- bis intitolato Responsabilità nella gestione e controlli della pubblica amministrazione, recante “Fatti salvi i casi di dolo o colpa grave, sono esenti da responsabilità civile l’amministratore giudiziario, il coadiutore… per gli atti di gestione compiuti nel periodo di efficacia del provvedimento di sequestro”.
Il caso Saguto è dipeso dal fatto che coloro che amministravano agivano con una certa disinvoltura poiché erano coperti dalla più totale irresponsabilità.

Cosa sta accadendo attorno al giornalista Paolo Borrometi

Borrometi-Morra
Borrometi-Morra

Sette parlamentari, dopo le nostre inchieste, hanno firmato una richiesta affinché la Commissione Antimafia ARS, presidente Claudio Fava, verifichi le denunce di aggressione e minacce dichiarate da Paolo Borrometi sin dal 2014, visto e considerato che dai documenti che abbiamo prodotto risultano dubbi sulle sue dichiarazioni nonché sull’autenticità del suo libro “Un morto ogni tanto”.

A quanto pare – cosa molto strana – quattro dei deputati siciliani firmatari hanno ritrattato la firma quasi tutti adducendola ad un errore per la mole di carte che avevano da firmare.

Con tali affermazioni, poi pubblicate da diverse testate giornalistiche, si sono sollevati ulteriori dubbi in quanto l’eccezione può capitare, ma qui siamo a quattro su sette e allora la domanda sorge spontanea: se i firmatari fossero stati 100? Sarebbe stato possibile accordare come un mero errore il 60% delle firme senza leggere cosa si stava firmando?

A sollevare ulteriori dubbi è l’ascesa in campo della componente politica del M5S che da sempre ha reagito con fermezza e richiesta di chiarimenti nel nome del popolo.

Ma qualcosa non torna ancora: perché un estimatore della legalità, che comunque non scrive articoli da mesi sulla mafia siciliana né mai ne ha scritti sul “sistema Montante”, sul “caso Saguto” non utilizza lo stesso metodo di “denuncia e querela” all’autorità giudiziaria come ha sempre fatto!?

Ma se come scrive lo stesso Borrometi:

«Il giornalismo “deve essere molesto”, cioè “fare le pulci al potere, essere un grimaldello nel fianco del potere amministrativo, politico, giudiziario, svegliate l’attenzione, che c’è, delle forze dell’ordine e dei magistrati”»

Perché si scopre adesso che lo stesso è asservito dagli stessi?

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