mercoledì, Agosto 12, 2020
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Iran: I venti liberali e le proteste contro il regime degli Ayatollah

Un altra primavera che segnerà il tramonto del regime di Teheran?

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Il destino dell’Iran sembra ormai qualcosa che tornerà a dominare sulla scena mondiale sotto gli occhi dell’Occidente, o meglio delle potenze occidentali, con in primo piano gli Stati Uniti d’America  ansiosi di sapere quali saranno i risvolti dell’ondata di proteste sociali che nell’arco di due settimane, sta interessando l’Iran degli Ayatollah.  Sono passati quarant’anni dalla Rivoluzione Iraniana che segnò il tramonto della dinastia regnante dello Scià Mohammad Reza Pahlavi nel nome dell’inizio di una nuova era figlia di una rivoluzione fondata sui principi del precetto coranico e che vide salire al potere fino ai giorni nostri gli Ayatollah guidati dal capo spirituale sciita Ruhollah Khomeyni.

Correva l’anno 1979, il passo sembra breve ma non lo è, vista la storia che per un quarantennio ha visto protagonisti gli Ayatollah  al potere. Dalla guerra con l’Iraq all’alleanza strategica con gli Hezbollah in Libano, allo sviluppo del programma nucleare scatenando le ire delle Nazioni Unite e provocando la presa di posizione delle potenze planetarie che avevano votato fino ai giorni nostri le risoluzioni comprendenti sanzioni economiche che hanno indebolito ulteriormente nel corso di tutti questi anni il tessuto economico e sociale dell’Iran figlio della rivoluzione Khomeynista.

Abbiamo sicuramente dimenticato quell’anti sionismo predicato dall’ex presidente Mahmud Ahmadinejad, ma non dimenticheremo di sottolineare che in quarant’anni di regime il tessuto sociale iraniano è sempre stato insofferente alle scelte politiche del governo centrale che attuava quella brutale repressione per  far rispettare il precetto coranico e le dottrine sciite che miravano a quell’osannato espansionismo verso nord ovest in direzione del Libano in appoggio ai fratelli Hezbollah per sancire quell’alleanza in chiave sciita allineata al potere teocratico voluto dal regime di Teheran.

Strano che un paese con un economia fortemente basata sulle risorse energetiche del sotto suolo, trae fondamento dal potere teocratico e trova i fondi per finanziare le offensive militari libanesi contro lo stato d’Israele e in più  riesce a sviluppare il programma nucleare scatenando le ire dei nemici americani che prima con Barack Obama e dopo con Donald Trump si sono visti  costretti ad inasprire le sanzioni economiche  in contro risposta alla minaccia nucleare degli Ayatollah. Poco importa se Alì Khameney l’attuale guida spirituale degli Ayatollah e il Presidente Hassan Rohani in un primo momento avevano paventato la possibilità di una politica di distensione internazionale e di un’apertura al dialogo con gli USA di Donald Trump, nel breve tempo nulla è cambiato e tutto è rimasto come quarant’anni fa.

L’Iran rimane sempre e comunque figlio della rivoluzione Khomeynista che in tanti anni ha segnato le sorti dell’intera nazione e del  popolo iraniano che allo stato attuale si trova in piazza con l’ennesima protesta scaturita dal rincaro dei prezzi del carburante. Teheran da un lato giustifica la presa di posizione economica come conseguenza delle sanzioni economiche attuate dalle nazioni occidentali, dall’altro accusa l’occidente di fomentare e alimentare l’ondata di proteste per destabilizzare il regime degli Aytollah.

E così per scacciare i demoni occidentali Teheran arriva al punto di reprimere in modo brutale l’ondata di proteste sociali , arrivando a tagliare la linea internet(porta d’accesso verso il mondo lontano delle democrazie occidentali) per poi riattivarla ma senza risolvere il problema delle proteste. L’Occidente rimane alle finestra e guarda con interesse l’eventuale tramonto  del regime degli Aytollah? O si tratta dell’inizio di una fase che vedrà lo stesso regime attuare quelle riforme – è questo che vorrebbe una larga fetta della popolazione iraniana-tanto attese dal popolo?

Allo stato attuale l’ondata di proteste sociali si svolge in un paese- L’Iran -dove il PIL è sceso del 9%, il tasso di disoccupazione giovanile tocca punte del 27% e le sanzioni economiche internazionali hanno colpito duramente l’intero tessuto produttivo energetico con una capacità di esportazione ridotta all’80%.

Secondo le stime del WTO, il Rial la moneta nazionale è in caduta libera dovuta ad un inflazione galoppante  e all’incapacità pro capite di produrre reddito. Un risultato che sta trascinando l’Iran sull’orlo del disastro economico,politico e sociale, eppure il governo in tanti anni di storia ha fatto sentire la sua voce sia per quanto riguarda le rivendicazioni sullo Stretto di Hormuz, sia per quanto riguarda la politica anti sionista finanziando gli alleati sciiti Hezbollah e infine con lo sviluppo del programma nucleare attirando sempre di più le antipatie dei governi occidentali. In tanti anni di storia del potere teocratico iraniano quali sono stati i risultati sul piano politico, economico e sociale?

Stranamente Teheran ha stanziato fondi economici  per sviluppare le proprie ambizioni nazionali ed internazionali, facendone cadere il peso e l’onere sulle spalle di un popolo ormai stanco di vivere all’ombra del pesante regime iraniano. L’ala più intransigente del regime -a cominciare dal Corpo dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione e per finire poi sull’ala sciita del potere teocratico- punta il dito sempre e comunque sui demoni occidentali, senza capire che l’ondata di proteste sociali, la brutale repressione e l’ostinarsi a portare avanti il programma nucleare potrebbe scatenare in futuro la rottura di ogni forma di dialogo con le potenze occidentali e l’inizio di quelle famose escalation militari occidentali  che in passato hanno contribuito a deporre con la forza i reggimi dittatoriali presenti nel globo terrestre (come il vicino Iraq di Saddam Hussein ) per essere poi sostituiti dai governi amici che hanno iniziato quel lento processo democratico, senza riuscire a cancellare la cultura legata al precetto coranico. Impresa ardua,per tutti,  capire che L’Islam è religione di pace.


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