D-Day, 75 anni dopo il mito vive ancora (per chi ci crede)

A 75 anni esatti di distanza il D-Day - e la Seconda Guerra Mondiale in generale - sono ancora ammantati da una narrazione mitologica che privilegia la giustificazione morale invece che la comprensione di tali eventi storici.

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Soldati della 1° divisione di fanteria dell'esercito americano sbarcano a Omaha Beach all'alba del 6 giugno 1944.

Sono passati esattamente 75 anni dal D-Day, lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944.

Ieri a Portsmouth, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, si sono tenute le celebrazioni dell’anniversario che hanno visto la partecipazione di diversi capi di Stato e di alcuni reduci. La sera del 5 giugno 1944 da Portsmouth partirono le navi che il giorno seguente avrebbero fatto sbarcare i soldati sulle spiagge della Normandia.

Con quella gigantesca e fortunata operazione militare – nome in codice operazione Overlord – gli Alleati aprirono un secondo fronte di guerra vicino alla Germania. L’apertura di un secondo fronte era stata a lungo richiesta dal dittatore sovietico Iosif Stalin in modo da allentare la pressione sul fronte orientale dove l’Unione Sovietica affrontava da tre anni la stragrande maggioranza delle forze tedesche.

L’apertura del fronte italiano aveva distratto solo una piccola parte di truppe tedesche e soprattutto non aveva prodotto risultati strategici soddisfacenti. Infatti, gli Alleati impiegarono undici mesi solo per raggiungere Roma. Pertanto occorreva aprire un secondo fronte che minacciasse da più vicino la Germania.

Nel corso di questi tre quarti di secolo la Seconda Guerra Mondiale è stata ammantata da una narrazione mitologica finalizzata a dare una giustificazione morale a quello che fu il più grande massacro della storia dell’uomo. Tale mitologia ha fatto presa nella cultura popolare attraverso discorsi di politici, film, serie televisive, documentari e anche videogiochi negli ultimi vent’anni. Tali forme d’intrattenimento vengono prodotte principalmente negli Stati Uniti.

Questa narrazione mitologica interpreta la Seconda Guerra Mondiale come uno scontro tra bene e male, tra buoni e cattivi, tra Stati oppressori di popoli (i cattivi) e tra Stati liberatori di popoli oppressi (i buoni). Fu una guerra inevitabile, necessaria, giusta, combattuta per liberare l’Europa dalla tirannide nazifascista che oltre ad aver oppresso i popoli del Vecchio Continente si macchiò dell’indelebile vergogna dell’Olocausto.

Lo sbarco in Normandia è diventato l’emblema di questa narrazione. Si è creato un mito nel mito. Il D-Day è diventato il simbolo di quella crociata contro il male che fu la Seconda Guerra Mondiale, secondo la mitologia. Il 6 giugno 1944 gli Alleati attaccarono la fortezza Europa per liberarla finalmente dall’oppressione nazista. Si trattò quindi di una battaglia cruciale per decretare la sconfitta del Terzo Reich e i soldati Alleati che morirono quel giorno erano eroi che si sacrificarono spassionatamente per liberare l’Europa dalla tirannia.

Dal punto di vista statunitense, la narrazione mitologica del D-Day è rafforzata dal tributo di sangue versato dagli americani. Durante lo sbarco in Normandia, gli Alleati subirono le perdite più gravi a Omaha Beach, una delle due spiagge in cui sbarcarono gli americani (come dimenticare la sequenza iniziale di Salvate il soldato Ryan?). In mezza giornata circa tremila soldati americani morirono a Omaha Beach, falciati dalle mitragliatrici tedesche sulle scogliere.

Ovviamente tutti ricordano il massacro di Omaha Beach mentre quasi nessuno ricorda che il 1° luglio 1916 – primo giorno della battaglia della Somme – diciannovemila soldati britannici morirono anche loro falciati dalle mitragliatrici tedesche. Come mai? Semplicemente perché la Prima Guerra Mondiale non è ammantata da una narrazione mitologica quanto lo è la Seconda. I soldati britannici morti sulla Somme non erano eroi che si battevano per la liberazione dell’Europa bensì sciagurate vittime della degenerazione bellica di una competizione tra grandi potenze difficilmente giustificabile dal punto di vista morale.

Ora, la mitologia della Seconda Guerra Mondiale e del D-Day è fallace sotto numerosi punti di vista. Innanzitutto una nota metodologica. Bene e male, buoni e cattivi sono categorie che si prestano alla giustificazione e non alla comprensione della storia e della politica internazionale. Gli Stati entrano in guerra sulla base di interessi e non di valori. Questi ultimi sono addotti a fonte di legittimazione.

La liberazione della Francia e poi dell’Europa occidentale fu una conseguenza dello sbarco in Normandia, non la causa ispiratrice. Gli Alleati lanciarono l’operazione Overlord per mettere fine all’egemonia tedesca in Europa occidentale e per spezzare definitivamente le gambe al tentativo tedesco di egemonizzare tutto il continente. Il loro obiettivo era sconfiggere la Germania, la liberazione dell’Europa occidentale fu una conseguenza di questa intenzione. Si creò quindi un’improbabile coalizione anti-egemonica che vedeva tra gli azionisti principali Stati Uniti, impero Britannico e Unione Sovietica.

Ecco, l’Unione Sovietica. La narrazione mitologica della Seconda Guerra Mondiale ignora totalmente il ruolo dell’Urss, che fu cruciale per la sconfitta della Germania. I tedeschi, infatti, subirono la maggior parte delle loro perdite sul fronte orientale dove combattevano contro i sovietici. Le sorti della guerra si sono decise nei cieli sopra l’Inghilterra, alla periferia di Mosca, tra le macerie di Stalingrado, nelle campagne attorno a Kursk e non sulle spiagge della Normandia. Ad ogni modo non bisogna cadere nel semplicismo di dire che la sconfitta della Germania sia dipesa unicamente dall’Unione Sovietica.  Qui si vuole semplicemente constatare che l’Urss ebbe un ruolo importantissimo che è spesso ignorato.

Nel giugno 1944 la sconfitta della Germania, sebbene non imminente, era data ormai per certa. La Luftwaffe era la pallida ombra di se stessa, i bombardamenti strategici degli Alleati -oltre ad uccidere centinaia di migliaia di civili – avevano danneggiato il potenziale industriale tedesco, la Germania aveva perso il suo principale alleato e i sovietici avanzavano inesorabilmente da oriente dove i tedeschi, dopo aver perso milioni di uomini, erano incapaci di contrattaccare efficacemente.

Infatti, quando i tre grandi (Roosevelt, Churchill, Stalin) si incontrarono per la prima volta a Teheran alla fine del novembre 1943 parlarono anche del futuro dell’Europa postbellica. Si discusse del destino della Germania, che andava smembrata, e dei confini della Polonia. Ciò dimostra che la Germania era data ormai per spacciata sebbene né nell’autunno 1943 né nel giugno 1944 la vittoria fosse imminente. Il punto è che già nella seconda metà del 1943 la marea era cambiata, non solo in Europa ma anche nel Pacifico. Ora erano gli Alleati ad andare all’offensiva mentre l’Asse arretrava, incapace di fermare l’avanzata del nemico.

La sera dell’11 dicembre 1943 Churchill era costretto a letto con la polmonite. Si era ammalato sulla via del ritorno dalla conferenza di Teheran. Le sue condizioni di salute erano precarie e il suo medico personale pensava che stesse per morire. Churchill, con filosofia, rispose: “non preoccupatevi se muoio, la guerra è vinta”.

Tutto questo per dire che a differenza di quanto è comunemente pensato lo sbarco in Normandia non fu cruciale per le sorti della guerra. Non decretò la sconfitta della Germania, semmai la accelerò.

E poi, se è vero che gli Alleati, in particolare gli Stati Uniti, entrarono in guerra per mettere fine alla tirannia, se è vero che sbarcarono in Normandia per liberare l’Europa, come mai si sono coalizzati con uno Stato che in quanto a brutalità, dispotismo e totalitarismo eguagliava la Germania nazista? Come mai non hanno continuato la guerra contro l’Unione Sovietica per liberare dalla tirannia anche l’Europa centro-orientale? L’Unione Sovietica era totalitaria tanto quanto la Germania quindi come mai non si è proseguita la guerra? Appare chiaro che la guerra fu combattuta non contro la tirannia tout court, da intendersi come male secondo la narrazione mitologica, bensì contro uno specifico Stato tirannico, cioè la Germania. In realtà, come si è capito, che la Germania fosse una dittatura è irrilevante. Gli Alleati organizzarono una coalizione per combatterla  perché il suo tentativo egemonico cozzava con i loro interessi e con la loro sicurezza nazionale e non perché era una dittatura.

Inoltre, teoricamente, la liberazione d’Europa iniziò già nel luglio 1943 con lo sbarco in Sicilia. Come mai i soldati Alleati morti in Sicilia non sono celebrati da eroi come quelli caduti in Normandia? Perché in Sicilia non si trattava di liberare una popolazione oppressa – quella italiana – bensì di schiacciarne le capacità belliche, in quanto l’Italia era una potenza dell’Asse.

Non finisce qua. Se è vero che gli Stati Uniti combatterono per mettere fine alla tirannia nazifascista come mai non sono intervenuti già nel settembre 1939 quando la Germania invase la Polonia? Come mai non sono intervenuti a fianco della Gran Bretagna nel giugno 1940 dopo che questa – una volta che la Germania sconfisse la Francia – rimase sola? Come mai sono intervenuti in guerra solo dopo che la loro sicurezza nazionale venne messa in discussione, dal Giappone oltretutto? Perché gli Stati entrano in guerra sulla base di interessi e non di valori. Il mantenimento della sicurezza nazionale è interesse primario ed esistenziale di qualsiasi Stato. Nel caso specifico bisogna poi considerare che era in atto anche una competizione tra Stati Uniti e Giappone per l’egemonia nel Pacifico.

Ecco, è evidente che il mito della Seconda Guerra Mondiale come guerra giusta e necessaria tra bene e male e il mito dello sbarco in Normandia come crociata per liberare l’Europa dalla tirannia nazifascista e battaglia cruciale per le sorti della guerra, fanno acqua da tutte le parti. A 75 anni esatti dai terribili eventi del 6 giugno 1944 bisognerebbe cominciare a cercare di comprendere la storia invece di trovare giustificazioni morali accettabili e di immediata comprensione.