A quarant’anni di distanza la rivoluzione iraniana vive ancora

Esattamente quarant'anni fa le forze rivoluzionarie guidate dall'ayatollah Khomeini si assicurarono la vittoria contro ciò che rimaneva della monarchia degli scià, decretando l'avvento dell'attuale Repubblica Islamica.

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Nella foto di copertina, manifestanti mostrano delle gigantografie del volto dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, leader della rivoluzione iraniana e prima Guida Suprema della Repubblica Islamica.

Oggi è l’anniversario della rivoluzione iraniana: un avvenimento le cui conseguenze non furono confinate solo all’Iran, bensì si svilupparono immediatamente nel Medio Oriente e nel resto del mondo con effetti destabilizzanti, e continuano a farsi sentire ancora oggi.

Esattamente quarant’anni fa, l’11 febbraio 1979, la rivoluzione iraniana giunse al culmine quando il primo ministro Shapur Bakhtiar, nominato dallo scià Mohammad Reza Pahlavi, fuggì facendo perdere le sue tracce e venne sostituito da Mehdi Bazargan, nominato primo ministro pochi giorni prima dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, autorità religiosa e leader indiscusso della rivoluzione. Quel giorno la monarchia venne formalmente abolita e Khomeini divenne capo di Stato con il titolo di Leader della rivoluzione. Il rifiuto delle forze armate di schierarsi dalla parte del governo nominato dallo scià decretò il successo delle forze rivoluzionarie. La rivoluzione, iniziata nel gennaio 1978 dopo anni di crisi economica e sociale, fu caratterizzata da proteste di massa in tutto il paese contro il regime autoritario dello scià. Dopo un anno di violente proteste che causarono centinaia di morti, il sovrano Mohammad Reza Pahlavi, indebolito dal cancro, decise di lasciare il paese il 16 gennaio 1979, ufficialmente per una vacanza. In realtà, lo scià non fece più ritorno in Iran e quindi quella fu a tutti gli effetti un’abdicazione. Il primo ministro Shapur Bakhtiar, nominato dallo scià pochi giorni prima di lasciare il paese, tentò inutilmente di contenere l’agitazione rivoluzionaria della popolazione che invocava l’ayatollah Ruhollah Khomeini come nuovo capo di Stato. Quest’ultimo fece ritorno in Iran il 1° febbraio dopo essere stato per anni in esilio. La fuga dello scià e il ritorno in patria dell’ayatollah Khomeini furono i momenti conclusivi della rivoluzione e segnarono simbolicamente la fine della dinastia Pahlavi e l’avvento dell’attuale Repubblica Islamica, la quale venne proclamata il 1° aprile 1979 in seguito a un referendum tenutosi nei due giorni precedenti.

Le conseguenze globali della rivoluzione si palesarono immediatamente. Essa causò un drastico taglio della produzione di petrolio in Iran producendo un innalzamento dei prezzi che innescò la seconda crisi petrolifera degli anni Settanta. Tale crisi fu esacerbata dallo scoppio della guerra tra Iran e Iraq nel settembre 1980 che diminuì ulteriormente la produzione di petrolio iraniano e intaccò pesantemente anche quella del petrolio iracheno. L’aggravarsi della crisi petrolifera, conseguenza dello scoppio della guerra tra due dei maggiori paesi produttori mondiali, causò una crisi economica in molti paesi, tra cui gli Stati Uniti.

L’infanzia della Repubblica Islamica fu particolarmente traumatica. Dopo un anno e mezzo dalla sua proclamazione, la Repubblica dovette affrontare l’invasione irachena nel sud-est del paese. Ebbe così inizio la suddetta guerra tra Iran e Iraq, che si trascinò per ben otto anni causando centinaia di migliaia di morti e devastando economicamente entrambi i paesi. Nonostante le difficilissime sfide imposte dall’emergenza bellica, la neonata Repubblica Islamica superò la prova della guerra, consolidando il suo potere all’interno del paese e preservando l’integrità territoriale dall’aggressione dell’Iraq di Saddam Hussein. La guerra del 1980-88 fu quindi la principale conseguenza di breve periodo della rivoluzione a livello regionale.

L’avvento dell’ayatollah Khomeini a Teheran ebbe importanti conseguenze anche sulla politica estera di un attore non mediorientale che nei decenni successivi alla rivoluzione avrebbe progressivamente aumentato la sua presenza nella regione: gli Stati Uniti. A Washington la fine del regno degli scià e la proclamazione della Repubblica Islamica furono vissuti come uno shock. Il governo americano perse un importantissimo alleato della regione. Le relazioni con la monarchia iraniana erano un caposaldo della politica estera americana in Medio Oriente. A causa della rivoluzione, il pilastro iraniano della politica mediorientale del governo americano crollò rovinosamente. L’Iran passò nel giro di pochi mesi da fedele Stato cliente a minaccioso Stato ostile. Anzi, Stato canaglia, come sarebbe stato successivamente bollato dall’amministrazione americana. Secondo l’ayatollah Khomeini, infatti, gli Stati Uniti erano il “Grande Satana”, ovvero l’ennesima potenza straniera che osava violare l’indipendenza dell’Iran esercitando un’eccessiva influenza sul paese. Ma per Washington la rivoluzione non fu altro che il preludio di una vergognosa umiliazione senza precedenti.

Il 4 novembre 1979 studenti universitari rivoluzionari fecero irruzione nell’ambasciata americana di Teheran e presero in ostaggio i suoi funzionari. Fu l’inizio della crisi degli ostaggi che rovinò immediatamente ed irrimediabilmente le relazioni diplomatiche tra il nuovo regime iraniano e gli Stati Uniti e piantò nella classe politica e nell’opinione pubblica americane il seme dell’odio nei confronti della Repubblica Islamica. La crisi durò ben 444 giorni e si risolse solo il 20 gennaio 1981, giorno dell’inaugurazione del presidente repubblicano Ronald Reagan. La vicenda fu resa ancora più umiliante dal fatto che il tentativo di liberare gli ostaggi nell’aprile 1980 fallì miseramente. Tale fallimento, oltre a rafforzare la leadership iraniana, fu un durissimo colpo al prestigio internazionale degli Stati Uniti e costò il secondo mandato al presidente democratico Jimmy Carter. Se per gli Stati Uniti la rivoluzione fu dannosa dal punto di vista strategico, la crisi degli ostaggi fu il peccato originale che ha da sempre compromesso le relazioni tra Teheran e Washington.

Ancora oggi, dopo quarant’anni esatti dalla rivoluzione, le relazioni tra Stati Uniti ed Iran sono pessime. Il presidente americano Donald Trump ha riportato in auge la linea dura contro Teheran imponendo nuove sanzioni economiche. Il suo predecessore, Barack Obama, al contrario, tentò un’inedita distensione che culminò il 14 luglio 2015 nella firma del cosiddetto accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa). Grazie a tale accordo il peso soffocante delle sanzioni venne alleggerito, permettendo all’Iran di integrarsi nel circuito economico-finanziario globale e di beneficiarne. Il più grande successo diplomatico di Obama è stato vanificato da Trump, che si è ritirato unilateralmente dall’accordo del 2015 e ha imposto nuove sanzioni all’Iran e a tutti quei paesi che non rispetteranno la decisione presa dall’amministrazione americana. Le sanzioni all’Iran stanno esasperando la situazione interna al paese, caratterizzata da crisi economica, disoccupazione (in particolare giovanile) e un diffuso e crescente malcontento popolare nei confronti della classe dirigente.

Mai come oggi la tensione tra Iran da una parte e Stati Uniti, Arabia Saudita ed Israele dall’altra è stata così alta. Arabia Saudita ed Israele sono gli alleati di ferro di Washington in Medio Oriente e condividono appieno la linea dura di Trump. In particolare, per i sauditi l’Iran è un’autentica minaccia esistenziale. Essi temono l’affermazione della cosiddetta mezzaluna sciita, ovvero l’area d’influenza iraniana che parte da Teheran e finisce a Beirut, passando per le città sante sciite irachene e la Siria. Questa mezzaluna circonderebbe l’Arabia Saudita da nord-est a nord-ovest, confinandola alla penisola arabica, e potrebbe spingere la minoranza sciita alla ribellione. Per quanto riguarda Israele, lo Stato ebraico vede nella Repubblica Islamica la più grave minaccia alla sicurezza nazionale per via dell’accrescimento della sua presenza militare in Siria, avvenuto grazie all’intervento di Teheran nella guerra civile a fianco del presidente Bashar Al-Assad, insieme ai russi e ai miliziani libanesi di Hezbollah, fedelissimi alleati dell’Iran da decenni.

Sebbene gli Stati Uniti si stiano progressivamente disimpegnando dal Medio Oriente (l’attenzione degli americani è focalizzata innanzitutto sulla sfida con la Cina), Israele ed Arabia Saudita sono certi che in Washington troveranno sempre una sponda disponibile a sostenere i loro timori nei confronti dell’Iran.

La rivalità tra Stati Uniti ed Iran è probabilmente la conseguenza più tangibile e duratura della rivoluzione iraniana, la quale, dopo quarant’anni esatti, continua a vivere proprio nei sentimenti di odio e diffidenza reciproci che caratterizzano le relazioni tra Teheran e Washington. Una rivalità che indubbiamente contribuisce a rendere il Medio Oriente una regione perennemente instabile.