Governo Uk: due ministri si dimettono. May sempre più debole

Si dimettono il ministro per la Brexit e quello del lavoro e delle pensioni, più due sottosegretari. La leadership di Theresa May sembra appesa a un filo.

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Il raggiungimento di una bozza d’accordo per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea era stato salutato con favore da chi temeva che si sarebbe giunti al 29 marzo 2019 (data del divorzio ufficiale tra Londra e l’Ue) senza alcun tipo d’intesa. Sebbene si trattasse solo di una bozza, quindi passibile di modifiche, l’eventualità di una no deal Brexit sembrava scongiurata. Per un attimo vi è stato ottimismo e si creduto alla possibilità di giungere a un accordo entro il 29 marzo. La primo ministro Theresa May si preparava ad andare in Parlamento dove il suo piano avrebbe dovuto ricevere l’approvazione. L’esito della votazione era tutto meno che scontato e la primo ministro aveva già iniziato i suoi calcoli finalizzati a racimolare ogni voto possibile.

Ma l’ottimismo è durato appena qualche ora. Tutte le speranze sono state infrante da una nuova crisi di governo che non solo sembra aver deciso il destino della bozza, ma mette ancora più in discussione la leadership di Theresa May nel governo e nel partito conservatore. Il ministro per la Brexit Dominic Raab e la ministro per il lavoro e le pensioni Esther McVey si sono dimessi nella mattinata di ieri per protesta al piano di May. Raab ha commentato la sua decisione con queste parole: “Non posso conciliare i contenuti della bozza d’accordo con le promesse che abbiamo fatto al paese alle scorse elezioni”. Raab e McVey si sono dimessi perché ritengono che la bozza sia troppo morbida. Secondo loro, il Regno Unito rimarrebbe troppo vincolato alla legislazione comunitaria e ciò significherebbe non rispettare il risultato del referendum del giugno 2016. Si sono dimessi pure il viceministro per la Brexit Suella Braverman e il sottosegretario per l’Irlanda del Nord Shailesh Vara.

La crisi di governo deflagrata ieri pare una riedizione di quella avvenuta in luglio. Raab, che prese il posto del dimissionario David Davis, ha lasciato l’incarico dopo pochi mesi. Il motivo della crisi è sempre lo stesso. All’interno dell’esecutivo May vi è una frattura tra chi è favorevole a una Brexit morbida (soft Brexit) che mantenga in una certa misura i legami con l’Ue (la posizione della primo ministro) e chi invece vuole una Brexit più netta (hard Brexit) che tagli con decisione i ponti tra la Gran Bretagna e il continente (posizione sostenuta dai ministri dimissionari). Come la redazione del Piano Chequers innescò una crisi di governo in luglio, lo stesso è accaduto con la bozza d’accordo che era stata completata appena due giorni fa.

C’è però una differenza fondamentale tra la crisi di questi giorni e quella dell’estate. Siamo a metà novembre e non in luglio. Mancano solo quattro mesi e mezzo al 29 marzo e una crisi di governo in questo momento comporta una riduzione delle possibilità di giungere a un accordo in tempo, con conseguente indebolimento della leadership di May e aumento dell’incertezza sull’esito dei negoziati. A causa della confusione a livello politico, il valore della sterlina e il mercato azionario hanno subìto un tonfo. Il mondo degli affari e della finanza teme fortemente la concretizzazione, sempre più probabile, di una no deal Brexit.

Ovviamente, la crisi di governo ha ripercussioni all’interno del partito di maggioranza. Anche i conservatori sono spaccati tra quelli favorevoli a una Brexit morbida e coloro che auspicano una Brexit netta. Questi ultimi, tra cui figura l’ex ministro degli esteri Boris Johnson, sono totalmente contrari alla politica negoziale intrapresa dalla primo ministro e alla bozza d’accordo. Jacob Rees-Mogg, capo della fazione di deputati conservatori favorevoli a una hard Brexit, ha scritto una lettera in cui chiede un voto di sfiducia contro l’esecutivo May. Pare che almeno una decina di deputati conservatori abbia sottoscritto la lettera. Per i tories più euroscettici il problema è che la primo ministro non è abbastanza determinata nel sancire un divorzio netto con l’Ue. D’altro canto, Theresa May si schierò a favore del Remain durante la campagna elettorale per il referendum del 2016. Un primo ministro favorevole al Remain non può essere in grado di negoziare una Brexit che sancisca una vera separazione tra Londra e Bruxelles nel rispetto del risultato del referendum, pensano i tories più intransigenti, che sarebbero ben felici di vedere un hard brexiteer a Downing Street.

Ma la bozza d’accordo non ha irritato solo la parte più euroscettica del partito conservatore. Anche il piccolo ma fondamentale partito democratico unionista nord-irlandese (Dup) è sulle barricate. Gli unionisti nord-irlandesi sono il partner di governo dei conservatori e il loro appoggio si è rivelato cruciale per la formazione del secondo governo May emerso in seguito alle elezioni legislative del giugno 2017. Il Dup si oppone alla bozza poiché riconoscerebbe all’Irlanda del Nord uno status privilegiato rispetto al resto del Regno Unito.

Date le dimissioni di due ministri e le tensioni sempre più forti all’interno della maggioranza di governo, il destino della bozza d’accordo sembra già segnato ancora prima di raggiungere Westminster. È improbabile che il Parlamento la approvi. A nulla è valso l’appello all’unità fatto dalla primo ministro in aula. Inutile la richiesta di appoggio del suo piano. Mai come ora il destino di Theresa May è in bilico mentre lo scenario di una Brexit senza accordo si materializza ogni giorno sempre più distintamente.