Sembra ancora presto per parlare delle elezioni europee del 2019, ma non bisogna essere esperti per notare lo scenario che inizia a delinearsi in questi giorni: il cosiddetto fronte sovranista si è conformato in anticipo e attende i suoi avversari con l’aria di chi ha il vantaggio della situazione.

Un anno fa, parlare delle elezioni europee significava illustrare un sistema bipartitico nel quale il Partito Popolare Europeo e il Gruppo Socialista erano i soggetti politici di riferimento, ma le cose sono cambiate troppo in fretta e siamo già in presenza di un terzo soggetto che rischia di egemonizzare l’attenzione e il consenso dell’elettorato: Si, stiamo parlando dell’alleanza costituita dai leader sovranisti europei.

E anche se ci separano almeno otto mesi di distanza dalle elezioni, non possiamo sottovalutare l’ondata reazionaria che sta travolgendo l’Europa senza alcuna opposizione. Infatti, l’aumento dei consensi da parte dei sovranisti è dovuto in gran parte all’assenza di una leadership che, in linea di massima, sia credibile e ci faccia sentire europei.

Se vogliamo immaginare un’alternativa a queste forze che rischiano di imperversare l’Europa, l’aria diventa molto confusa e ci si ritrova di fronte all’idealtipo del rivale che ogni attore politico vorrebbe affrontare, ovvero, un avversario confuso, senza identità, incapace di comunicarsi con i propri elettori e ripiegato su sé stesso.

Se vogliamo personificare il problema dei soggetti che dovrebbero incarnare il sogno europeo possiamo tranquillamente spostarci in Francia e focalizzare un personaggio come Macron, il cui maggior merito è quello di aver perso tutto il consenso che l’ha reso presidente dei nostri ‘cugini’. Con l’arroganza di un tecnico che parla agli elettori come a dei subordinati, Emmanuel Macron – a soli 40 anni – è già l’uomo più odiato dai francesi.

Senza fare il minimo sforzo di farsi capire dai propri elettori e insensibile fino al punto di farsi odiare sempre di più ogni volta che parla, Macron rappresenta il bersaglio perfetto per il nazionalpopulismo, e cioè, ‘un uomo lontano dal popolo e troppo vicino alle banche’. Lo stesso discorso si potrebbe fare di Matteo Renzi, ma quest’ultimo non rappresenta alcuna speranza per l’Europa ne, tanto meno, una minaccia per i sovranisti.

Se ci spostiamo in Germania, invece, notiamo il tramonto di Angela Merkel (dopo una vita politica abbastanza longeva) e l’inesistenza di una leadership che possa sostituirla all’interno dello spettro politico moderato. Sia il PPE che il P. Socialista sono soggetti acefali nella politica europea per causa di dinamiche interne degli Stati membri che non possono più essere ignorate.

Dobbiamo ammettere che la colpa non è soltanto dei sovranisti. Il sovranismo che scuote una buona parte del continente deve il proprio momento politico alla caduta di una classe politica ‘europeista’ che da un lato appare sempre più lontana dalla realtà sociale dei paesi di riferimento e, dall’altro, si dimostra in costante contraddizione al momento di rispecchiare i valori europei.

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