Essere o non essere

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Essere o non essere, questo è il dilemma. L’amministrazione americana pare vittima di un dubbio amletico che gli impedisce di chiarire con precisione la sua strategia di lungo termine nel teatro di guerra siriano. La lotta all’Isis, motivo per cui gli Stati Uniti si inserirono nella guerra civile a partire dal settembre 2014, si è conclusa con esito vittorioso. E adesso? Durante la campagna elettorale del 2016 Trump accusò duramente le ultime amministrazioni per il loro carattere troppo interventista, specialmente in Medio Oriente. L’America doveva abbandonare il suo ruolo globale e dedicarsi alle questioni interne. Un “isolazionismo nazionalista” che già più volte in passato ha caratterizzato l’approccio dei presidenti americani alle questioni internazionali. Eppure con l’attacco missilistico di sabato 14 aprile, Trump sembra andare in direzione opposta. Come intendono quindi gli Stati Uniti gestire il delicato dossier Siria?

La strategia americana in Siria

La realtà è che nonostante questo atto muscolare gli Stati Uniti si stanno preparando per ritirarsi completamente dal conflitto siriano. A fine marzo Trump, durante un comizio in Ohio, espresse la sua volontà di lasciare la Siria, in quanto la minaccia dello Stato Islamico è stata ormai completamente annullata. Le parole del presidente hanno lasciato perplessi i funzionari militari dell’amministrazione che hanno sottolineato il fatto che l’Isis controlla ancora piccole porzioni di territorio nell’est della Siria, sebbene strategicamente poco rilevanti. Lo scorso 3 aprile, durante la riunione del Consiglio per la sicurezza nazionale, Trump ha ribadito l’intenzione di “riportare a casa le nostre truppe”. Attualmente gli Stati Uniti schierano 2 000 soldati tra il nord e l’est della Siria. Tuttavia, il segretario alla difesa James Mattis e il capo dello stato maggiore congiunto Joseph Dunford jr. hanno puntualizzato che i tempi non sono ancora del tutto maturi per il ritiro dal paese. La strategia del presidente Trump è quindi quella di abbandonare la Siria il prima possibile anche se l’attrito con i funzionari militari del suo gabinetto potrebbe far diluire i tempi del ritiro che comunque dovrebbe cominciare nel giro di mesi. Tuttavia la Casa Bianca ha sottolineato che non è stata definita una data precisa. Dello stesso avviso è Joshua Landis, direttore del Centro studi sul Medio Oriente e professore presso l’Università dell’Oklahoma, “ritenuto il massimo esperto americano sulla Siria”. Landis, in un’intervista a La Repubblica, afferma che l’attacco dello scorso 14 aprile “va considerato come un singolo attacco mirato che non cambia i suoi piani (di Trump, nda) di ritirare gli americani dal paese“.

Un atto puramente dimostrativo

Come si configura quindi tale attacco missilistico in questa strategia? A prima vista pare esserci un’evidente contraddizione: da un lato Trump dice di abbandonare la Siria, dall’altro bombarda il regime di Assad con una forza inedita destando la contrarietà del suo alleato russo. In verità l’attacco del 14 aprile è stato minuziosamente pianificato per non irritare ulteriormente la Russia e per non minacciare la stabilità del regime siriano. L’attacco congiunto di americani, britannici e francesi aveva l’unico scopo di fare da deterrente contro l’eventuale riutilizzo di armi chimiche da parte di Damasco. Infatti le capacità militari e la forza politica del regime di Assad non sono state minimamente intaccate dal blitz missilistico, anzi il governo siriano ha ormai vinto la guerra civile contro le fazioni ribelli. Trump ha sferrato l’attacco perché Assad ha superato “la linea rossa”, ovvero ha utilizzato le armi chimiche. Insomma si è trattato di un atto puramente dimostrativo che non cambierà i rapporti di forza tra le potenze coinvolte nel conflitto, né le sorti della guerra.

L’ipotesi clientelare

Alcuni analisti ed esperti di Medio Oriente hanno avanzato l’ipotesi che si sia trattato di un attacco clientelare, cioè eseguito per rassicurare i “clienti” degli Stati Uniti (e dell’Occidente) nella regione, ovvero Israele ed Arabia Saudita. Queste due potenze stanno perdendo la loro guerra d’influenza in Siria a vantaggio dell’Iran. Israele rischia di trovarsi le basi militari iraniane con i pasdaran appena al di là del confine e tra i due paesi recentemente ci sono stati alcuni momenti di tensione. L’Arabia Saudita invece è destinata a perdere ogni tipo di influenza in Siria siccome le fazioni ribelli sunnite da lei finanziate sono state sconfitte e quindi con l’imminente vittoria del governo sciita di Assad la Siria entrerà stabilmente nella sfera d’influenza iraniana. Quindi, il raid a guida americana potrebbe essere servito per tranquillizzare Israele ed Arabia Saudita: sebbene gli Stati Uniti stiano lasciando il Medio Oriente, non abbandoneranno del tutto i loro alleati. Essi quindi possono ancora contare sull’appoggio americano, ma non più come un tempo.

Conclusione

L’attacco dello scorso 14 aprile, nonostante il clamore mediatico e addirittura l’isteria da terza guerra mondiale, non rappresenta un nuovo capitolo del conflitto siriano né un punto di svolta. Dietro questa dimostrazione di forza si cela la realtà di un progressivo disimpegno americano dalla Siria e dal Medio Oriente in generale, a causa delle sciagurate avventure militari dello scorso decennio.

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