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Settimana di sangue in Siria

| 24 Febbraio 2018 | ESTERI

È una settimana di sangue quella che sta per concludersi in Siria. Alcuni potrebbero affermare che non è una grande novità parlare di “settimana di sangue” in Siria, e non avrebbero tutti i torti. Infatti, il paese mediorientale da ormai sette anni è straziato da una sanguinosissima guerra civile che ha causato la morte di quasi 300 mila persone. Eppure nonostante ciò, gli ultimi giorni di battaglia sono stati particolarmente cruenti, e come spesso accade nelle guerre moderne chi più ci rimette, subendo gli orrori della guerra sebbene siano inermi, sono i civili.

L’intervento militare russo è stato di fondamentale importanza per il governo siriano del presidente Bashar al-Assad: grazie ad esso è riuscito a ribaltare la situazione militare sul campo contro i ribelli, riconquistando numerosi territori perduti. Assad è stato supportato militarmente anche dall’Iran che ha speso ingenti risorse militari e umane per garantire la sopravvivenza della dinastia Assad in Siria. Grazie all’aiuto dei suoi due alleati, le forze armate siriane hanno guadagnato terreno su due fronti: contro le fazioni ribelli a sud e ovest; contro l’Isis a est e nord. Lo Stato Islamico è stato sconfitto dall’esercito siriano e dalla coalizione internazionale a guida statunitense, che sul campo può contare sulla forza delle milizie curde. Ora l’Isis controlla solo piccole porzioni di territorio strategicamente poco rilevanti. Nessuna grande città è occupata dai miliziani del califfato che si sono ritirati nelle aree desertiche a ridosso del confine iracheno.

Anche il territorio controllato dalle fazioni ribelli si è notevolmente ridotto. Le offensive lanciate dall’esercito siriano, con l’aiuto degli alleati russi ed iraniani, hanno fatto perdere molto terreno ai ribelli e ora le forze lealiste sono padrone del campo.

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La volontà del regime di Assad di annientare completamente la resistenza ribelle rimanente è all’origine dei sanguinosi bombardamenti che hanno colpito negli ultimi giorni Ghouta Est, l’ultimo bastione dell’opposizione nella capitale Damasco. Il bombardamento di zone abitate da civili è una pratica ormai consolidata da parte del regime siriano e la notizia di attacchi aerei non giunge nuova, ma i bombardamenti di questa settimana sono stati tra i più violenti di tutta la guerra.

La campagna di bombardamenti, cominciata domenica sera, ha causato la morte di 417 civili, tra cui 96 bambini e 61 donne. Il bilancio totale conta 2116 feriti e almeno 10 dispersi sepolti sotto le macerie causate dai bombardamenti. Il regime ha colpito anche città e centri abitati nei pressi di Damasco, come Douma City che si trova a 10 chilometri dalla capitale. Le forze armate siriane non hanno condotto solo bombardamenti aerei ma hanno utilizzato anche razzi, elicotteri ed artiglieria per colpire le aree controllate dai ribelli. Le giornate più sanguinose sono state lunedì e martedì quando sono stati uccisi rispettivamente 127 e 128 civili, ma il regime ha condotto attacchi anche durante la notte tra giovedì e venerdì.

Il dottor Bassam offre cure mediche ai civili nell’enclave ribelle di Ghouta Est, uno dei bersagli principali dei bombardamenti del regime di questi ultimi giorni. In un’intervista pubblicata mercoledì da bbc.com, Bassam ha descritto la tragica situazione che sta vivendo insieme ai civili siriani: “non abbiamo niente – non c’è cibo, non ci sono medicine, non c’è riparo […] sparano su tutto: negozi, mercati, ospedali, scuole, moschee, tutto!”. Il dottore ha lanciato anche un furioso appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale: “dov’è la comunità internazionale, dov’è il Consiglio di Sicurezza (dell’Onu, nda)…ci hanno abbandonato. Ci lasciano morire”.

TAG: al-Assad, bombardamenti, civili, Damasco, Ghouta Est, isis, regime, Siria
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