Con implacabile scansione temporale, un dittatore orientale, che regna in un’enclave ad altissimo coefficiente di sensibilità, effettua lanci di missili con gittata sempre crescente, per rendere noto al suo mortale nemico americano di essere in grado di colpirlo in qualsiasi momento. Il predetto autocrate, invero, oltre ad essere munito di vettori a corto, medio e lungo raggio, può avvalersi di un numero imprecisato di testate nucleari, che gli consentono di minacciare la distruzione di intere città ed il massacro di milioni di esseri umani.
Il dato più preoccupante, che sembra sfuggire a commentatori ed esperti di strategia militare, dal momento che non ne parlano, è che la Corea del Nord può colpire, utilizzando la bomba atomica, ma non può essere colpita da ordigni dello stesso tipo, in quanto sita nelle immediate adiacenze di Corea del Sud, Cina e Giappone, per cui gli effetti delle radiazioni andrebbero a ricadere sui Paesi limitrofi, caratterizzati da altissima densità di abitanti, con conseguenze prevedibilmente disastrose (come dimenticare la catastrofe di Chernobyl, provocata da una fuga di uranio?).
Per dare un’idea delle distanze, Seul con i suoi 10 milioni di abitanti, si trova a soli 60 Km dal confine che divide le due Coree. Se il lavoro diplomatico non dovesse attingere, in tempi ragionevoli, risultati rassicuranti, continuerebbe ad incombere il pericolo di un improvviso attacco nucleare del dittatore orientale, al quale USA e Paesi alleati dell’area potrebbero rispondere solo con armi convenzionali e mettendo gli scarponi sul terreno, in una sorta di Vietnam del terzo millennio. Questo l’incredibile e terrorizzante scenario a cui dobbiamo abituarci, se l’istinto di sopravvivenza non riuscirà ad interrompere il sonno della ragione.