adv-132
<< CULTURA

Estratto del secondo capitolo del libro “La scuola dei grandi maestri” di Giuseppe Gallizzi e Vincenzo Sardelli

Edito dal Centro di Documentazione Giornalistica di Roma... 2. IL MESTIERE DI SCRIVERE
| 17 Agosto 2021 | CULTURA

Da Luigi Barzini junior a Indro Montanelli, a Michele Brambilla: se chiedete a un giornalista, affermato o no, perché abbia scelto di scrivere per guadagnarsi da vivere, vi risponderà immancabilmente che «fare il giornalista è sempre meglio che lavorare».

Saper scrivere è ben più che un talento o una dote. Per lavorare in un giornale sono basilari sì l’abilità nel raccontare storie e la passione per la comunicazione, ma soprattutto il costante aggiornamento personale, e un continuo esercizio.
Diceva l’arguto Karl Kraus: «Ci sono solo due specie di scrittori. Quelli che lo sono e quelli che non lo sono». Quelli che lo sono non hanno bisogno d’imparare alcuna regola; per quelli che non lo sono è inutile studiarle: non sarebbero sufficienti a farli diventare scrittori.
D’accordo, «al genio nuocciono le regole» (Goethe). Tuttavia, fosse solo per non far balenare al lettore d’aver buttato via i soldi per questo libro, proveremo a condividere qualche buona regola, sperando di non riuscire lapalissiani e, soprattutto, scolastici.
«Per quanto banale, quello del giornalista è pur sempre un mestiere. Che ha le sue regole. Che vanno imparate con il lavoro continuo e costante, di anni e anni… e che stimolano e rafforzano anche l’attività dello scrittore». Così sentenziava Dino Buzzati, in uno degli ultimi articoli scritti per il “Corriere della Sera”.
Scrivere un pezzo non è solo mettere insieme due o tre paginette filate, corrette linguisticamente e sintatticamente; è qualcosa di più difficile: trovare un buon attacco, saper dare il “taglio giusto”, evitare una ripetizione, un aggettivo non appropriato, tutti scogli da superare.
Insomma scrivere un articolo è difficile. Curzio Malaparte riempiva il cestino di fogli mal riusciti; Buzzati, ordinato e di passo sicuro, molte soste fra un periodo e l’altro, prendeva tempo per meglio elaborare il seguito; Montale picchiettava con un dito solo sulla macchina da scrivere, fermandosi di tanto in tanto per riflettere e per riordinare pensieri, ricordi, giudizi. Montanelli, invece, a vederlo, pareva scrivere di getto sulla sua “Lettera 22”: la verità è che l’articolo l’aveva bene in mente, composto, periodo per periodo, nelle sue passeggiate solitarie.
Però il giorno in cui entrò per la prima volta al “Corriere”, vide Orio Vergani scrivere senza staccare la mano dalla penna e la penna dal foglio: «Lo spettacolo di quello scrivere fluente e senza intoppi per giorni e giorni mi paralizzò. Se quelli del “Corriere” erano tutti così, come avrei potuto reggere il passo? Per fortuna mi accorsi che no, non erano tutti così, che era così solo lui, Vergani. E trassi un sospiro di sollievo».
Poi c’era Enzo Biagi, del quale viene da domandarsi come facesse a scrivere, pubblicare libri, apparire per lunghi periodi in televisione, viaggiare, condurre tavole rotonde e quant’altro gli capitasse, quando poteva benissimo dire: «no grazie, non mi è possibile». E poi giù, a ricordare tutte quelle citazioni, sempre belle e azzeccate.
Buzzati, Malaparte, Vergani, Montanelli, Montale, Biagi. Sei penne, sei modi di scrivere, tutti al confine tra letteratura e giornalismo. Parlando di Calvino, nel capitolo precedente, abbiamo spiegato che i punti di partenza e gli obiettivi del cronista sono diversi da quelli dello scrittore. A ribadirlo è Piero Ottone, un mito della carta stampata che, in più occasioni, ha riflettuto sul mestiere di scrivere in tutte le salse.
«È facile scrivere un articolo di giornale, o è impresa ardua? In teoria è facile. O per lo meno così sembra, quando si ascolta un aneddoto che a me fu raccontato tanto tempo fa. Un giovanotto è assunto in un giornale svizzero, il direttore lo chiama nel suo ufficio e gli dà istruzioni. Anzi, gli dà un’istruzione sola. “Quando scrive un articolo – gli dice – si ricordi: ogni frase comincia col soggetto, poi viene il predicato verbale, poi vengono i complementi. Punto, e si ricomincia. Se vuole inserire nella frase un aggettivo, venga prima nel mio ufficio, e mi chieda il permesso”.
Ottone ricorda anche la lezione di un grande giornalista del passato, Mario Borsa, i suoi consigli ai giovani che desideravano avvicinarsi alla cronaca: “Nei vostri articoli dovete dire subito il fatto, perché il lettore vuole sapere il fatto. Non nascondete il fatto in mille divagazioni, non infiorettate l’articolo, perché il lettore vuole sapere subito che cosa è successo. La letteratura – concludeva – è la peste del giornalismo”.
Dunque, rinunciare agli orpelli, all’esibizionismo per arrivare a una scrittura elegante e misurata. Eliminare i vocaboli pesanti, preferire vocaboli corti, che suonano meglio all’orecchio. Prima il soggetto, subito dopo il verbo: che non sia burocratico, ostico, sgraziato e poi i complementi. senza avverbi tra un sostantivo e l’altro. Frasi ritmate, agili, con un’anima. Continua Ottone: “Un periodo scritto bene, anche se descrive una cerimonia banale, ha la sua musicalità. A me piace parlare di trasparenza: la buona prosa è così leggera da diventare trasparente, come l’acqua di fonte. Quando ero poco più che ragazzo, e stavo sognando di fare carriera nel mestiere al quale mi sono poi dedicato per tutta la vita, il mio modello era, niente meno, Voltaire. Con quella sua prosa semplice, precisa, elegante. Un altro modello, più vicino nel tempo, era Walter Lippmann, giornalista americano: la sua column era non solo chiara, ma avvincente per la semplicità. E se volete un modello quasi contemporaneo (ci separavano solo quindici anni di età) citerò Indro Montanelli, il più bravo di tutti noi: la sua prosa vibrava, dalla prima riga all’ultima”.
E raccomanda Ottone, il giornalista deve dire subito di che cosa parlerà. Diversamente dal romanziere. Se il lettore di un romanzo è disposto ad attendere, quello del giornale ha fretta. Vuole sapere subito che cosa è successo il giorno prima. Vuole sapere subito chi ha pronunciato la frase tra virgolette.
I bravi giornalisti sono chiari, si fanno capire. Anche perché non possono permettersi il lusso di scrivere male. I detrattori, con un’aura di snobismo, affermano che essi scrivono in ogni caso in modo sciatto, anonimo. Ma sono tantissimi gli esperti in comunicazione che indicano i giornalisti, come i principali modelli da seguire.
Luca Serianni, docente di Storia della lingua italiana alla Sapienza di Roma, e accademico della Crusca, afferma perentorio: «I nostri studenti? In un certo senso mi augurerei che ogni ragazzo, al termine del suo corso di studi fosse in grado di scrivere un buon articolo di giornale. La scuola italiana purtroppo non insegna a scrivere, non ha una grande tradizione sotto questo aspetto. Nelle classi ci si limita a due esercizi: il riassunto e il tema. Il primo è un esercizio importante. Serve a prendere atto di come funziona un testo. Del tema, invece, prima di tutto, non è chiaro chi sia il destinatario. L’emittente è lo studente. Ma il destinatario? Il professore? Non si sa. Occorrerebbero nuove proposte. Una, potrebbe essere quella di stabilire, con qualche anticipo, un argomento. Farli documentare. E chiedere poi ai ragazzi di scrivere, produrre un testo. I temi di attualità, invece, sono diseducativi».
Il problema di fondo è quello del linguaggio. Le colpe non sono tanto della scuola, quanto di una sedicente “cultura” intellettualoide, boriosa e autoreferenziale, che mira a puntellare se stessa mantenendo le distanze da un’altra cultura, quella cosiddetta popolare. Durante il fascismo Ettore Petrolini, travestito da Nerone, sbeffeggiava la retorica ermetica e populista di Mussolini ed era capace di eludere le maglie della censura.
Adesso c’è un ermetismo di ritorno che riguarda la politica, l’economia, la sanità, il giornalismo. Come ha scritto Giorgio Bocca citando Flaubert, l’emergere di un linguaggio oscuro è uno dei sintomi di una società ammalata. Anche la saggezza popolare ci esorta: “Parla come mangi”. L’oscurità nel modo di parlare e di scrivere non è casuale. I sudditi vi ricorrono per difendersi dal potere politico, per ingannarlo. I politici vi ricorrono per sedurre il popolo, per soggiogarlo, per illuderlo, facendo leva sulla sua ignoranza.
L’élite si è sempre servita del linguaggio accademico per rimarcare la propria superiorità e un distacco aristocratico dalle masse. In religione, invece, formule arcaiche e uso del latino, davanti a un popolo spesso analfabeta, erano parte di un rituale mistico, in cui la difficoltà di comprendere era sinonimo del faticoso cammino del fedele verso il trascendente.
Durante le dittature, invece, il linguaggio ermetico serve da una parte a distinguersi dal regime, dall’altra a servirlo e adularlo.
Il linguaggio da addetti ai lavori è il contrario del comun sentire. L’ermetismo autoritario crea nuove forme di linguaggio, di comunicazione. Nel dopoguerra, nei primi anni dello Stato repubblicano, ci fu un recupero della chiarezza, quando la ricostruzione del Paese imponeva il linguaggio della verità. Ma ben presto le tentazioni ermetiche ripresero il sopravvento. Si arrivò ai capolavori delle “convergenze parallele” e dei partiti “di lotta e di governo”.
Oggi viviamo nella società di massa che massifica anche il linguaggio. La comunicazione disinforma, la pubblicità domina. Viceversa, per sentirsi qualcuno, si tende a usare un linguaggio incomprensibile, in cui dominano l’inglese e i tecnicismi dell’economia, dell’informatica, dell’economia, della politica. E’ orgoglio di casta, ma talvolta c’è di mezzo la malafede.
Quando il mondo politico non è in grado di spiegare un provvedimento scomodo, il ricorso all’ermetismo diventa indispensabile. Un ermetismo di ritorno è anche quello dei grandi professionisti che, dovendo badare ai propri interessi, sono tornati al “greco” baronale. Le televisioni sono piene di trasmissioni sulla salute in cui i nuovi baroni si presentano in camice bianco e invece di spiegare la malasanità si mettono a parlare nel gergo incomprensibile alla platea. Il più delle volte questo avviene senza che il conduttore svolga minimamente il ruolo di mediatore e di “volgarizzatore”.
Sembra anzi che il conduttore, giocando al rialzo coi tecnicismi, miri ad una sorta di autoaffermazione, cerchi l’avallo degli esperti che ha davanti. S’illude così di rafforzare il proprio prestigio davanti agli esperti e davanti al pubblico.
Ma il giornalista non può e non deve ricorrere all’ermetismo. Se il padrone del giornalista è il lettore, allora il giornalista che non si esprime in modo semplice, chiaro, didascalico, tradisce il lettore stesso e la propria deontologia professionale. Viene meno al compito di mediare, di creare un canale accessibile tra il potere e il cittadino comune; non lavora per eliminare tutte le sterpaglie e le acque di ristagno che ostruiscono quel canale.
Se il giornalismo, per spiegare personaggi scomodi, ricorre alle penombre e alle allusioni, evidentemente è colluso con quei personaggi, o ne è in qualche modo ricattato. Oppure vuole accattivarseli, e usa un linguaggio farraginoso, cifrato, sconosciuto alle masse e rivolto a chi possiede il codice per decriptare. Un codice qualche volta da carbonari, altre volte da faccendieri. Invece, perché i giornali siano leggibili, occorre un linguaggio corretto, scolastico.
Ma il linguaggio scolastico è quasi scomparso. È stato seppellito dai gerghi, dalle sigle, dalle abbreviazioni, dalle allusioni, dalle mutazioni continue degli argomenti, dalle parole, specialistiche, professionali, da segnali grafici che messi assieme, più che a un nuovo linguaggio, assomigliano a un sistema confuso di indicazioni stradali, in una metropoli in cui non sai bene come muoverti, dove andare. I vecchi lettori del secolo borghese forse esageravano con i loro giornali di classe scritti solo per gli elettori che il censo autorizzava al voto. Ma i giornali contenevano perle di saggezza. Servivano davvero all’emancipazione delle masse.
Era comune una volta l’abitudine di comprare i giornali e, non avendo il tempo di leggerli, di accumularli a pile per leggerli in un secondo momento.
In quei giornali c’era la cultura media comune. Non c’era politico, conservatore o rivoluzionario, che non pensasse subito a un giornale come strumento indispensabile per la politica e per l’economia.
Che cosa è cambiato profondamente nella stampa? È cambiato l’editore che non è più un politico o un imprenditore, è cambiato anche il mercato, e precisamente quel suo braccio armato che è la pubblicità, creatrice di desideri e di consumi, verso nuovi sprechi e forse nuove guerre.
L’informazione adattata alla pubblicità è sempre un pugno nello stomaco. Deve stupire, impressionare, lasciare il segno sul lettore. Oscilla fra catastrofismo e ottimismo, fra paure immaginarie e promesse esagerate. In questa eccitazione continua si passa da un eccesso all’altro.
Scrivere bene non è solo un problema di contenuti o di sintassi. È anche un fatto di stile.
Una formula giornalistica vincente è attenta al linguaggio popolare, attenta alla cronaca, vivace nella titolazione. Tende a semplificare per esaltare i contenuti. Preferisce una prosa tutta azione, tutte cose viste, con la velocità dell’appunto. Lo stile migliore è quello serrato, che sa unire la precisione della cronaca a osservazioni più intime che sfuggono ai giornalisti più disattenti.
Andando più sul pratico, è importante evitare le intemperanze emotive. Evitare il coinvolgimento in prima persona, perché di cattivo gusto. Cercare l’antidoto ad alcuni vizi tradizionali del nostro giornalismo, ai quali rischiamo di essere affezionati. Dobbiamo invece far nostre alcune regole solo apparentemente banali, come quella più volte ripetuta da Giulio De Benedetti: quando un giornalista scriverà un articolo, si ricordi che ogni frase ha un soggetto, un predicato, un complemento oggetto. Punto, poi di nuovo: soggetto, predicato e complemento oggetto.
De Benedetti era secco di modi, austero. Non apprezzava (salvo nei propri editoriali e negli scritti di qualche anziano) uno stile animato da pretese letterarie: lo voleva “quasi impersonale, fluido, una specie di trapianto anglosassone in Italia”. Lottava contro la “soggettività” degli articolisti. Le frasi, ordinava, devono sembrare uscite da una “penna meccanica”. Non sopportava alcun sussulto d’enfasi.
Le invenzioni, la leggerezza, sono la peculiarità del miglior giornalismo rispetto allo stile pedante e noioso. Charles Bukowski diceva: «Mi chiedete la differenza tra poesia e prosa? La poesia dice troppo in poco tempo, la prosa dice poco e ci mette un bel po’…»
Il giornalista non è un artista e non aspira ad esserlo. Può tuttavia avvicinarsi ad esserlo, suo malgrado, quando riesce a dire molto in poco tempo, e nel modo più semplice per sé e per il lettore. Dev’essere, questo, il suo imperativo categorico.
Ottenere il massimo risultato col minimo sforzo in questo senso, diventa una virtù, non una furbata.
Minimo sforzo, massima semplicità. È un errore pensare che la semplicità non richieda sforzo. È anche un fatto d’abitudine, poi scrivere semplice riesce via via più naturale.
Fortebraccio, storico corsivista dell’ “Unità”, usava un linguaggio popolare. Guareschi si vantava: «Adopero duecento parole». L’articolo di Indro Montanelli era sempre chiaro, secondo la vecchia regola: mai più di un’idea per ogni articolo; e nitido e tagliente come una lama.
In fatto di stile si distingueva Enzo Biagi. Un maestro d’essenzialità. Ma forse la sua concisione era una difesa. Biagi lavorava tantissimo. A dilungarsi su un articolo, non gli sarebbe rimasto il tempo di respirare.
Un buon articolo si misura dalla coerenza complessiva. Deve essere subito chiaro che cosa si dice. Devono essere eliminati tutti gli elementi distraenti. Non si deve andare fuori tema. L’attacco di un articolo è importante ma è l’assetto complessivo a essere determinante. Oltre alla coerenza, l’altro requisito è la coesione. All’argomento Calvino intendeva dedicare la sesta proposta per il terzo millennio.
Ecco, Biagi avrebbe potuto scrivere quella conferenza. Lo stile di Biagi era asciutto, ma pieno di proverbi, di citazioni, di luoghi comuni elevati a dignità letteraria. Uno stile rafforzato da fatti precisi e circostanziati che di solito si concludevano con un giudizio tagliente e definitivo. Biagi non ha mai sostenuto la regola che vuole i fatti separati dalle opinioni; per lui valeva una regola diversa: mai un’opinione senza un fatto e viceversa, poiché sono le due facce della stessa medaglia e quindi vanno insieme. Questa massima non ha significato faziosità e spirito di parte; l’imparzialità era un’ossessione per lui. Si può essere imparziali e neutrali oppure imparzialmente partecipi.
Biagi era figlio di un operaio di Bologna. Da bambino aveva lavorato come comparsa al teatro Comunale. Educato alla disciplina del lavoro, ne osservava ritmi, orari e metodi.
Poteva lavorare nella sua casa, ma preferiva uscire e andare, come lui stesso diceva, a bottega. La sua bottega a Milano era in Galleria, sopra la libreria Rizzoli. Lavorava come un impiegato. Orario d’ufficio: mattino 9.30 – 12.30, pomeriggio 15.30 – 19.30. Niente gli piaceva più del lavoro. La fatica gli era necessaria. Nonostante i sei bypass, che portava come un’onorificenza, non c’era verso di farlo stare fermo. Anche i medici ritenevano che il lavoro fosse la sua salute. Ha scritto migliaia di articoli, ha pubblicato una cinquantina di libri, in genere senza servirsi di negri come si dice in gergo, cioè di persone che scrivessero al suo posto. Ha fatto centinaia di trasmissioni televisive. La sua scrittura era semplice, scorrevole, anche se tagliente. Quando pungeva lo faceva senza malanimo. Nessun argomento gli era estraneo. Aveva come tutti le sue simpatie e le sue antipatie; era sensibile e talvolta ombroso. In politica aveva le sue preferenze e le sue insofferenze, ma era intellettualmente onesto. Era indipendente. Non sopportava briglie.
Con i suoi commenti denunciava vizi e difetti dei politici. Si lasciava guidare dal buon senso e sapeva toccare i sentimenti della gente senza forzarli. Il suo umorismo era caustico. Le sue battute erano azzeccate. Non aveva bisogno di prontuari e quaderni: gli bastava la sua buona memoria. Di fronte alla mole del suo lavoro viene naturale chiedersi, ma come faceva Biagi a fare tutte queste cose e a farle così bene? Ecco un po’ di conti: per il “Corriere della Sera”, oltre ai fondi di prima pagina su richiesta del direttore, tutti i giovedì dell’anno, nelle ultime due colonne della seconda pagina del giornale, appariva Strettamente personale, una rubrica di golosa lettura, per la vivacità dell’argomento e per la brillantezza della prosa. Nello stesso giorno su “Sette”, il settimanale del “Corriere”, nella prima pagina redazionale, pubblicava Diciamoci tutto, un pezzo d’attualità e di corrispondenza con i lettori.
Il venerdì sull’ “Espresso”, Annali, una pagina divisa in paragrafi su argomenti diversi. Così tutte le settimane. Poi ogni quindici giorni, su “Sorrisi e canzoni” Le storie della vita. Questo per i giornali. Per i libri, uno all’anno. In contemporanea, ogni anno una ristampa dei libri di maggior successo, molti dei quali sono stati tradotti in tutto il mondo, compresi Russia e Giappone.
In televisione Il fatto, cinque minuti, ogni sera, per tre quattro mesi: un fatto di attualità, l’intervista del giorno, un’inchiesta, con quattro o cinque interventi. E sotto il titolo, Speciale il fatto, reportage di varia durata di strettissima attualità: Gerusalemme, Belgrado, avvenimenti del giorno. Come faceva a tener dietro a tutto? Semplice: lavorava. Diceva che avrebbe lavorato anche gratis, ma intanto dichiarava il reddito di una multinazionale.

TAG: L’arte di scrivere
adv-509
Articoli Correlati