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Non chiamateci secondini…noi siamo Polizia Penitenziaria

| 15 Giugno 2021 | CRONACA

Il Corriere Nazionale con questo primo articolo intende dare via alla promozione delle nostre forze armata al fine di fare conoscere la loro storia, attività per la difesa del nostro ordinamento costituzionale.

Il 19 settembre 2017, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si celebrava presso le Terme di Caracalla in Roma, il bicentenario di Fondazione del Corpo di Polizia Penitenziaria con cerimonia solenne, perché la nascita della Polizia Penitenziaria ha origini antiche, risalendo alle Regie Patenti promulgate, nell’anno 1817, da Vittorio Emanuele I di Sardegna, che approvarono il “Regolamento relativo alle Famiglie di giustizia”, specializzando i Soldati di Giustizia alle funzioni di sorveglianza e sicurezza.

Nel 1873 venne creato, poi, il Corpo delle guardie carcerarie, trasformatosi nel 1889 nel Corpo degli Agenti di Custodia, soppresso con la L.395 del 1990 che istituiva il Corpo di Polizia Penitenziaria (smilitarizzandolo), equiparandoli a tutti gli effetti, alle altre quattro forze dell’ordine.

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L’evoluzione normativa dimostra, quindi, come sia radicalmente cambiato il profilo giuridico del Corpo, dalla smilitarizzazione all’ampliamento delle funzioni e dei compiti, all’assunzione di specializzazioni (Gruppo Operativo Mobile, Nucleo Investigativo Centrale, Servizio Cinofili, Servizio Navale, Servizio a cavallo, Laboratorio e Banca dati D.N.A., Servizio di Polizia Stradale) all’introduzione dei ruoli direttivi che hanno consentito una nuova prospettiva nella professionalità e nelle funzioni di sicurezza.

Sono, dunque, duecento anni che il Corpo di Polizia Penitenziaria attraversa la storia d’Italia, diventando parte integrante del sistema dell’esecuzione penale,  assicurando sia l’esecuzione delle misure privative della libertà personale, garantendo l’ordine all’interno degli istituti penitenziari, partecipando anche nell’ambito di gruppi di lavoro, all’attività di osservazione e trattamento, espletando il servizio  di traduzione di detenuti ed internati presso luoghi esterni, sia assolvendo a compiti specialistici in servizi esterni, laddove opera anche in qualità di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza.

Mattarella incontra una rappresentanza della Polizia Penitenziaria

Quanto lavoro alle spalle, quanti sacrifici passati ed attuali, quanto studio…eppure….questo Corpo non riesce ad affrancarsi dall’etichetta di “carceriere, secondino o agente di custodia”, con cui certa stampa, disinformata o intenzionalmente volta a gettare discredito o a sminuirne i valori e l’operato, continua ad apostrofare gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria che, senza troppo clamore, da veri professionisti tutelano il rispetto della legalità e garantiscono la sicurezza nella società.

Perché? Forse perché fa più notizia puntare il faro sulle vicende personali e giudiziarie dei detenuti rispetto al quotidiano, complesso e silenzioso operato dei poliziotti penitenziari che versano in condizioni di lavoro al limite della decenza, sotto il profilo della carenza di risorse materiali ed economiche, compensata, però, da una sovrapproduzione di burocrazia.

In questo contesto, quindi, le due teste, quella della polizia penitenziaria da un lato  e quella  dei detenuti dall’altro  sono in  opposizione, rivolte contro sé stesse per farsi battaglia, con il risultato che il corpo portante anziché affermarsi si indebolisce; le due teste anziché essere opposte per gridare all’esterno il potere  si capovolgono e si sbranano tra loro.

Questo movimento dell’amministrazione penitenziaria quanto e come potrà durare?

Occorrerebbe definire un nuovo modello di esecuzione penale, più dignitosa per chi vi lavora e per chi vi è ristretto.

Allo stato attuale appare eccessivamente sproporzionato ed inopportuno il  sistema dell’esecuzione penale, che anche per i regimi detentivi c.d. media sicurezza (ordinari), impone una brusca escursione tra la detenzione (sotto il costante controllo di una forza di Polizia, in aperto contrasto con le linee impartite dall’Europa) e la totale libertà con inconsistenti controlli, qualitativamente e quantitativamente ad opera delle altre forze di Polizia, peraltro non formate allo scopo.

Insomma anziché procedere in quell’opera di auto responsabilizzazione monitorata del detenuto, l’attuale sistema penale si limita a contenerlo, lasciandolo paradossalmente allo sbaraglio proprio nel frangente più critico, il termine della pena.

La tendenza dovrebbe invece essere quella inversa di privatizzare l’attuale quadro dell’esecuzione penale, lasciando alla attuale polizia penitenziaria un ruolo di sola custodia esterna della struttura detentiva, di controllo sul territorio delle misure alternative alla detenzione e di garantire la sicurezza sui presidi di giustizia.
Difatti, vi è la necessità di perseguire la tendenza ad affidare la cura e la gestione dei detenuti non a poliziotti ma a professionisti di tipo psico-pedagogico, certamente supportati da operatori della sicurezza, non militari e non polizia, che consentano alle persone private della libertà personale di affrontare nelle migliori condizioni un percorso di revisione critica, volto anche a sviluppare strumenti che potranno poi essere spesi ed utilizzati una volta rientrati nel tessuto sociale.

Perché allora non percorrere la via di una concreta d efficace razionalizzazione delle forze di polizia, sciogliendo l’attuale Corpo di Polizia Penitenziaria ed istituendo un nuovo Corpo Penitenziario della Giustizia (C.P.G.), diviso in aree o specializzazioni (area custodia e sicurezza, area pedagogica, ed area contabile) formato dalle diverse figure professionali del DAP?

Ciò farebbe in modo che il nuovo Corpo (Il C.P.G.) non sarebbe un corpo di Polizia ed in quanto tale potrebbe ricomprendere tutte le figure del Comparto Ministeri della Giustizia, con le specializzazioni e relative aree tra cui quella di “custodia e sicurezza” volta a garantire l’ordine e la custodia dei detenuti all’interno delle sezioni detentive.

Si tratterebbe di personale che seppure con un settore competente in materia di ordine, sicurezza e custodia, non sarebbe forza di polizia ma mero operatore della sicurezza, appartenente al comparto ministeri (e non al Comparto sicurezza).

In tale nuova specializzazione del nuovo Corpo penitenziario confluirebbero gli appartenenti del disciolto Corpo di Polizia Penitenziaria, mantenendo lo stesso trattamento economico di provenienza, che non intendono transitare nella nuova specializzazione della Polizia di Stato, ed agli stessi verrebbe affidata la custodia detentiva ed i piantonamenti (non le traduzioni) di detenuti ed internati .

Il transito della Polizia Penitenziaria nell’apposito compartimento della Polizia di Stato permetterebbe finalmente la giusta equiordinazione ordinamentale dei poliziotti penitenziari, da sempre penalizzati con enormi ritardi nella progressione giuridica ed economica, rispetto ai “cugini”

L’ ambiziosa scommessa sarebbe  quella di gettare un seme proficuo che sulle basi fondamentali appena evidenziate, crei un dibattito che coinvolgendo l’opinione pubblica, i sindacati, le associazioni categoria dei detenuti e le varie professionalità del mondo carcere arrivi ad una corretta ed imprescindibile riforma penitenziaria sulla base di  criteri equi e giusti.

Non è saziando di volta in volta una delle due teste, polizia con promozioni e detenuti con scarcerazioni ed indulti fatti per opportunità, che il corpo si rafforza: se ne alimenta solamente la sua autodistruzione.

Il Ministero della Giustizia, concludo, dovrebbe assumersi la responsabilità politica del fallimento del sistema penitenziario e della gestione dei detenuti nella forma del trattamento, come dell’assenza di una concreta e lungimirante progettualità, sia della polizia penitenziaria sia del sistema carcerario stesso.

TAG: Polizia, Polizia Penitenziaria
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