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David Tobini non può morire due volte

| 15 Giugno 2021 | CRONACA

Cosa è successo il 25 luglio del 2011, quando in Afghanistan moriva il Caporal Maggiore David Tobini?

L’Italia si ritira dall’Afghanistan, dopo aver pagato un tributo di sangue per portare la pace in un territorio devastato da una guerra interna ad opera di frange di fondamentalisti islamici.

Muore David Tobini

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Il 25 luglio del 2011, nella valle di Bala Morghab, a seguito di un conflitto a fuoco,  moriva il Caporal Maggiore David Tobini del 183º Reggimento paracadutisti “Nembo”, impiegato nell’operazione “Komodo Shamaar Varan”, una “missione di pace” che dall’inizio delle operazioni, nel 2004, era già costata la vita ad altri quaranta italiani.

Insignito della Croce d’Onore alle vittime di atti di terrorismo o di atti ostili impegnate in operazioni militari e civili all’estero, aveva così concluso la sua vita a soli 28 anni.

Soltanto successivamente sarebbe stato insignito della Medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione:

«Paracadutista impiegato in un’attività operativa, riceveva il compito di coprire il fianco del dispositivo amico da posizione a lui assegnata. Investito da intenso fuoco ostile, reagiva con l’arma in dotazione esponendosi più volte, incurante della propria incolumità, al fine di garantire la sicurezza dei propri commilitoni. Durante l’ennesimo tentativo di debellare la proditoria azione avversaria veniva mortalmente colpito. Fulgido esempio di graduato paracadutista che immolava la propria vita ai più alti principi militari – Khame Mullawi – Valle del Morghab(Afghanistan), 25 luglio 2011»

I dubbi

Anna Rita Lo Mastro, madre di David, ha sempre avanzato dei dubbi sulle cause della morte del figlio. Tant’è che dopo una prima archiviazione del caso, nonostante secondo la difesa fosse stato chiuso senza attendere gli accertamenti

balistici condotti dal RIS, dai quali si evincerebbe che il proiettile che colpì Tobini non era frontale (quindi un probabile caso di “fuoco amico”), nel 2019 la procura di Roma accoglie l’istanza presentata dall’avvocato Paolo Pirani, legale della madre di Tobini, e riapre l’inchiesta.

Le incongruenze delle perizie

Si arriva così al 2020, quando una nuova perizia dei RIS – secondo quanto riferito dalla Lo Mastro a firma di chi nel 2013 aveva dichiarato che il colpo che aveva raggiunto Tobini era stato sparato da dietro – questa volta riporta che lo sparo era avvenuto frontalmente.

Una madre non mette al mondo e non cresce un figlio per riportare a casa una bara e una medaglia. Annarita non si dà pace, vuol sapere come è morto David, e mentre i RIS sostengono che andrebbero fatti ulteriori accertamenti sull’elmetto, lei con il suo legale, l’avv. Paolo Pirani, depositano una relazione tecnica a firma del CT Paride Minervini dalla quale si evince che David Tobini è stato colpito da un proiettile calibro 5,56 NATO modello SS109 (compatibile con il munizionamento Fiocchi in dotazione ai nostri militari); che la traiettoria esterna non risulta compatibile con quella descritta dai medici legali nella relazione autoptica, in quanto non è  “dall’avanti all’indietro” ma dall’indietro all’avanti; che Tobini è stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco da una distanza superiore ai cm 40 (compreso), nonché la valutazione di altri elementi che sconfesserebbero l’ipotesi di un colpo sparato dagli aggressori posti in posizione frontale rispetto quella di Tobini e degli altri soldati italiani.

A differenza dei RIS che hanno sostenuto che non potevano fare prove sperimentali, in quanto non di loro competenza, il CT nominato dalla difesa, Paride Minervini, le prove sperimentali le ha fatte e i risultati confermerebbero che Tobini non può essere

stato colpito dalla minaccia frontale.

Perché dunque chiedere nuovamente l’archiviazione di un caso che non è ancora risolto e sul quale vi sono molti dubbi?

Dalle ricostruzioni operate dalla difesa, si rimetterebbero in discussione molte cose, dalla reale posizione che David aveva rispetto gli altri commilitoni durante lo scontro a fuoco, ma finanche quelle sull’uso dell’elmetto in Kevlar anti-proiettile, rispetto il quale l’avvocato Pirani evidenzia che sarebbe opportuno  conoscere i test di collaudo dello stesso.

Va ricordato che i militari americani impegnati nella stessa missione, avevano in dotazione elmetti che garantivano una ben diversa protezione rispetto quello in dotazione a Tobini.

“L’indagine deve essere diretta a comprendere chi fosse collocato alle di lui spalle” – afferma l’avvocato, il quale sostiene che “appare evidente che quella che ci viene raccontata è una storia differente rispetto a quanto occorso effettivamente quel 25.07.2011 dove la responsabilità di chi ha diretto l’operazione è direttamente correlata all’evento morte di David”.

A convincere poco la difesa, sono anche le dichiarazioni di testi che avrebbero visto gli aggressori sparare da una distanza di 500/600 mt, mentre uno di loro vestito di nero brandeggiava un’arma automatica.

Come ha potuto vedere da quella distanza l’aggressore, e addirittura notare le caratteristiche tecniche dell’arma? – si chiede l’avvocato.

Mentre il perito balistico della difesa, Paride Minervini, ritiene indispensabile che i RISprocedano a nuovi esami, anche sull’elmetto, dal quale si evince la traiettoria esterna del proiettile dal basso verso l‟alto, da sinistra verso destra, eda dietro

verso l’avanti, l’avvocato Pirani chiede che il commilitone che si trovava accanto Tobini – le cui precedenti deposizioni vengono ritenute inattendibili dalla difesa – venga sentito nuovamente perché risponda a domande ben precise.

La mamma del Caporal Maggiore, scoprì dopo il doloroso evento, che il figlio aveva messaggiatocon amici lamentando le condizioni in cui era costretto a vivere con alcuni commilitoni in collina  mangiando scatolette e dormendo dentro una buca

sopravvivendo in mezzo a ragni e cammelli, leggendo poi nell’agenda di David che ad ogni fine mese missione, scriveva: primo secondo terzo quarto giro di boa, specificando nel mese di luglio  di esser sempre più giù.

Le responsabilità

E qui entrano in gioco possibili responsabilità che vanno oltre quelle di chi sparò il colpo mortale.

Se venisse accertato che il colpo partì alle spalle di Tobini, (mitragliere obbligato ad

essere in collocazione più elevata rispetto a un fuciliere), l’averlo fatto posizionare a quel modo, offrendosi al “fuoco amico”, non comporta responsabilità da parte di chi impartiva gli ordini?

Che la missione non fosse una gita turistica fuori porta, lo raccontano molti reduci americani, impegnati nell’ Operazione Red Sand.

Storie ben diverse da quelle previste dalle missioni di pace, o peacekeeping, fondate sul consenso dello Stato territoriale e altresì caratterizzate dalla neutralità ed imparzialità delle operazioni e dall’uso della forza solo per legittima difesa.

Sono proprio alcuni marines americani che tornati in patria, raccontano di come spesso si andasse fuori della cosiddetta “bolla di sicurezza”, dove un solo passo fuori significava la certezza dello scontro a fuoco.

“Siamo stati bloccati davvero bene lì”, ha raccontato William Orkies, indicando una collina.

“Noi quattro (la sua squadra – ndr)  abbiamo resistito a circa 40 insorti che stavano annientando la collina con granate e armi leggere. Alla fine abbiamo dovuto interrompere il contatto, ed esfiltrare sul retro della collina”.

Un tema comune era che le forze della Coalizione e i soldati afghani dormivano, lavoravano e combattevano come un’unica squadra.

“Siamo come una famiglia qui”, ha detto il sergente Ghulam Hazrat Mohammadi.

Già, ma i marines, così come narrato da loro stessi, andavano fuori ben oltre il perimetro della bolla di sicurezza, a “caccia” di talebani, e in particolare dei loro capi. Tra questi gli  Haqqani.

Ed è sempre uno di loro a raccontare come in una di queste circostanze lo scontro a fuoco è continuato per alcune ore bloccandoli a tal punto da ritenersi spacciati.

Solo il provvidenziale supporto di una copertura data dai mortai dei soldati italiani, permise alla squadra di 15 soldati americani di uscirne indenne.

Ufficialmente i soldati italiani erano impegnati in un altro genere di interventi che non quelli dei marines americani, ma risuonano ancora le parole di William Orkies e degli altri esploratori,  secondo i quali le forze della Coalizione e i soldati afghani dormivano, lavoravano e combattevano come un’unica squadra, alle quali fanno eco

quelle del sergente Ghulam Hazrat Mohammadi“Siamo come una famiglia qui!”

Troppi dubbi, troppe ombre su quello che accadde quel 25 luglio del 2011. Persino la “stranezza” che oltre Tobini, quel giorno vi furono altri due militari feriti, uno dei quali certamente colpito da un proiettile calibro 5,56 Nato.

Il secondo, non si sa, visto che il proiettile fuoriuscì.

Dinanzi a tutto questo, sono poche le certezze. È certo il dolore di una madre che ha perso il figlio e le incongruenze emerse dalle perizie.

È necessario sia fatta chiarezza perché emergano eventuali responsabilità, e non soltanto in merito al possibile errore di chi quel maledetto giorno uccise un commilitone con il quale aveva condiviso i giorni di quella “missione di pace” che portarono a lasciare sul campo la vita di molti dei nostri soldati.

Non si può archiviare la morte di un ragazzo di 28 anni come se fosse soltanto un numero di protocollo, senza prima aver fugato ogni dubbio su ciò che accadde quel 25 luglio 2011 a BalaMorghab, in Afghanistan.

Nessuna medaglia al mondo potrà restituire un figlio ai genitori, un marito a una moglie, o un fratello.

Tobini non può morire due volte!

TAG: David Tobini
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