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La vecchia macchina da scrivere che crea fino a “sanguinare”

| 12 Giugno 2021 | CULTURA

La macchina da scrivere, uno strumento creativo che ha regalato all’umanità capolavori letterari e che negli ultimi anni è diventata un cimelio del passato, sostituita dai  computer, gli smartphone e  tablet.

Usata fino agli anni Ottanta, si passa dai tasti rigidi alle tastiere digitali veloci e facili da usare: correggere, tagliare e copiare. Oltre ai programmi di dettatura vocale. Eppure ogni volta che lo sguardo si posa su una vecchia macchina da scrivere, il fascino che suscita resta indiscusso. Non è un caso che autori come Clarence Budington Kelland scriva: “Mi alzo al mattino, torturo una macchina da scrivere fino a farla urlare, e poi mi fermo”.

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Per quanto riguarda la sua creazione ci sono varie ipotesi, addirittura si contano fino a cinquantadue probabili inventori di paesi diversi. In ordine cronologico tra le prime forme embrionali appare in Inghilterra nel 1714. Ideata da Henry Mill (1683-1771), ingegnere alla New River Company, che progetta anche l’acquedotto a Northampton. Mill brevetta probabilmente la prima “Macchina per trascrivere lettere”. 

In Italia invece, un’altra idea viene attribuita al Conte Agostino Fantoni, nel 1802, che elabora una stamperia. Sembra ispirato dalla sorella cieca. Anche in America, il 23 luglio del 1829 nasce un nuovo progetto chiamato Typographer, da William Austin Burt. Ma anche questo appare ancora uno strumento incompleto.

Sempre in Italia anni dopo nel 1846, Giuseppe Ravizza, inventore e avvocato di Novara (1811-1885), si dedica al perfezionamento della scrittura a macchina. E realizza una macchina da scrivere il Cembalo scrivano, nome dato per la forma e viene brevettato nel 1855. Ravizza è alla ricerca di qualcosa che possa aiutare i ciechi a scrivere.

Il limite però di queste scoperte e che non vengono commercializzate. Fino a quando in America nel 1868 Christopher Latham Sholes, direttore di un giornale a Milwaukee, con l’aiuto del suo amico tipografo Samuel W. Soule, migliora la creazione iniziale con nuove modifiche e nasce la Tvpewiter. Si aggiunge anche il contributo del meccanico Carlos S. Glidden.

 

Vengono inseriti tasti più rapidi, un diverso ordine delle lettere e un sistema che non blocca i martelletti. Le lettere sono organizzate in due file e tutte in maiuscolo. Mancano ancora lo zero e l’uno, ricavabili dagli altri segni. Gli inventori però, cedono il brevetto a Philo Remington, che  produce anche armi,  ma vuole ampliare le sue attività con qualcosa di più pacifico. E nel 1865 trasforma l’industria in una società la E. Remington and Sonsproponendola sul mercato e aggiungendo nel tempo altre variazioni. La macchina da scrivere viene brevettata sembra, il 23 giugno 1868.

La Remington No. 2 diventa la prima macchina da scrivere prodotta, con la tastiera QWERTY, nome ricavato dalle prime lettere in alto a sinistra. La stessa disposizione delle lettere che appaiono ancora oggi nelle tastiere dei  PC e di quelle digitali. Inizialmente vengono vendute alla Marina e alle Poste e nascono nuove figure professionali con i dattilografi.

In Italia invece, il successo e la diffusione della macchina da scrivere avviene nel 1908, con la fondazione della Olivetti S.p.A. a Ivrea. La prima in Italia per macchine da scrivere. La Società fondata dall’ingegnere Samuel David Camillo Olivetti (1868-1943), di origine ebraica, che agli inizi si occupa della vendita e poi crea la Olivetti M1, facendone un successo. Viene presentata nel 1911 all’Esposizione universale di Torino. Camillo è ispirato dalle nuove invenzioni, che scopre dopo un periodo di lavoro in America, presso l’Università di Stanford, in un reparto d’Ingegneria elettrica.

La Società informatica si occupa inizialmente di macchine da scrivere e calcolo, diventando competitiva nel settore e proponendo idee con nuovi modelli come la M40 e Lettere 22. Nel tempo si aggiungono stampanti, computer, elettronica. Inoltre, diventa un’opportunità per le donne d’inserirsi nel mondo del lavoro in nuovi ruoli, come dattilografe. Non solo,  il  figlio Adriano rivoluziona la Società,  aggiungendo un’idea innovativa degli spazi,  della qualità del lavoro in un ambiente di scambio culturale. Gli stabilimenti e i negozi, infatti, sono progettati da grandi architetti all’insegna del bello e del nuovo, dove lavorare ed esporre le macchine da scrivere.

Comunque, la macchina da scrivere viene associata anche alla diffusione del giornalismo. E ogni illustre scrittore ha la sua predilezione per un modello. Per esempio il dissacrante C. Bukowski e T. Capote si liberano sui tasti della  Royalhh. Invece, V. Woolf, J. Kerouac, F. Scott Fitzgerald,  con la Underwood. E l’italiana Olivetti Lettera 22 invece viene preferita da Pasolini, Montanelli, Cotten. E sembra che il primo scrittore a usare una macchina da scrivere per il suo racconto sia Mark Twain Mark Twain (1835-1910), con Vita sul Mississippi. Nel 1900 poi arriva anche la macchina da scrivere elettrica Cahill.

Oggi nonostante il graduale disuso dell’affascinante strumento, alcuni scrittori continuano a immaginare e scrivere le loro opere alla vecchia maniera. Tra questi Joyce Carol Oates, Neil Gaiman, Amy Tan, Danielle Steel, Jumpha Lahiri, Raffaele La Capria, Danielle Steel.

Hernest Hemingway inoltre, dimostra un rapporto viscerale e catartico nelle sue composizioni, tanto da dire: “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”.

Altri, anche tra gli scrittori più incalliti, affezionati e fedeli come Bukowski, a un certo punto cedono al moderno computer,  definendo la macchina da scrivere un cammino paludoso. Mentre le tastiere digitali sembrano velocizzare i pensieri e la scrittura, alimentando la creatività e la produzione. Confermato tra l’altro anche dagli studiosi, i quali sostengono  che la tastiera digitale accelera il processo creativo, l’intreccio e il risultato.

Bukowski al riguardo, spiega molto bene la differenza: “Con la macchina da scrivere è come camminare nel fango. Con un computer, si pattina sul ghiaccio. È una fiamma che divampa. Chiaro, se non hai qualcosa dentro è tutto inutile”. Anche se il PC è più facilmente danneggiabile e ogni tanto Bukowski ritorna al suo vecchio ferroso amore inossidabile. Proprio come lui  e le sue   espressioni sanguigne, picchiate sui tasti lenti e rumorosi tanto crude quanto romantiche. Arte nell’arte.

Il gatto m’ha spruzzato il computer e lo ha messo ko. Così rieccomi alla mia vecchia macchina da scrivere. E’ più resistente. Sopporta piscio di gatto, birra vino rovesciati, cenere di sigaro e sigaretta, praticamente ogni cazzo di cosa. Mi ricorda me stesso. Bentornata vecchia mia, dal vecchio tuo”.

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