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Tumore alla prostata: una terapia può ridurre il rischio di mortalità

| 8 Giugno 2021 | SALUTE

Nuove speranze per i malati di tumore alla prostata, neoplasia per cui solo nel 2020 in Italia sono stati stimati circa 36mila nuovi casi. Si tratta di una forma di cancro che si sviluppa nella ghiandola prostatica, una piccola ghiandola a forma di noce, presente nel bacino degli uomini.

Adesso, grazie ad una nuova terapia, è stato possibile stabilire come si possa ridurre del 38% il rischio di mortalità per quei pazienti con tumore in stadio metastatico e resistente alla castrazione. Ad annunciarlo, la società farmaceutica Novartis che ha reso noti i risultati dello studio “Vision” svolto in fase 3.

Il trattamento antitumorale con Lu-Psma-617 ha infatti dimostrato, rispetto al migliore standard attuale di cura, anche un miglioramento della sopravvivenza globale oltre che una riduzione del 60% del rischio di progressione del cancro stesso.

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I risultati sono stati presentati anche nel corso della recente sessione plenaria del congresso 2021 dell’Asco, l’American Society of Clinical Oncology. La terapia con radioligandi, hanno spiegato gli esperti, è stata sviluppata dalla società Aaa (Advanced Accelerator Applications), azienda che fa parte del gruppo Novartis, ed è basata sull’uso combinato di un composto (definito “ligando”) capace di un’azione mirata sul tumore e di un radioisotopo con attività terapeutica, ovvero una particella radioattiva.

Dopo la somministrazione per via endovenosa, il radioligando ha dimostrato la capacità di legarsi al marcatore o recettore presente sulla cellula tumorale, garantendo l’effetto terapeutico grazie al radioisotopo, il quale riesce a compromettere le cellule tumorali bersaglio, distruggendo allo stesso tempo la loro capacità di replicarsi. Oppure, ancora, provocandone la morte definitiva.

“Entriamo nell’era della medicina di precisione nel carcinoma della prostata con lo studio Vision”, ha spiegato Giuseppe Procopio, responsabile dell’Oncologia Medica genitourinaria della Fondazione Irccs, Istituto nazionale dei tumori di Milano. Per la prima volta, ha sottolineato l’esperto, “viene dimostrata l’azione antitumorale selettiva di un radiofarmaco, il lutezio, in pazienti con malattia in fase di resistenza alla castrazione”. Secondo Ettore Seregni, direttore della struttura complessa della medicina nucleare della stessa Fondazione milanese, “è prevedibile che questa terapia potrà essere eseguita in molti casi anche ambulatorialmente, senza quindi la necessità di ricovero del paziente”, ha specificato. Le radiazioni emesse dal paziente, infatti, “sono limitate e la radioattività si allontana in breve tempo, per cui, seguendo le opportune precauzioni ed indicazioni, non sono prevedibili rischi per caregiver e famigliari”, ha detto.

Come spiegato dagli esperti, nel carcinoma della prostata resistente alla castrazione (Crpc), il tumore mostra segnali di crescita, come l’aumento dei livelli di antigene prostatico specifico (Psa), nonostante l’utilizzo di trattamenti ormonali che mirino ad abbassare il testosterone.

Nel tumore della prostata metastatico resistente alla castrazione (mCrpc), lo stesso si diffonde ad altre sedi del corpo come gli organi o le ossa vicini e non risponde al trattamento ormonale. Attualmente, il tasso di sopravvivenza a 5 anni dei pazienti con carcinoma della prostata metastatico è circa del 30%.

TAG: cure, terapie, tumore alla prostata, tumori
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