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Addio a Francesco Magni, il cantautore della Brianza

| 13 Gennaio 2021 | CULTURA

Se Fabrizio De André è stato il cantore di Genova, Francesco Magni lo è stato della Brianza. Il cantautore brianzolo si è spento martedì 12 gennaio all’età di 71 anni. Era nato a Capriano di Briosco (MB), un paesino nel cuore della Brianza di cui aveva cantato le bellezze e le contraddizioni nella canzone “El me paes”.

La carriera di Magni inizia negli anni settanta, dove cantando in dialetto cattura l’attenzione di Nanni Svampa e Moni Ovadia. Il suo primo disco, “Il Paese dei Bugiardi” del 1978, è a metà strada tra l’italiano e il dialetto brianzolo, con all’interno la malinconica “La mia terra”, una delle prime canzoni ambientaliste italiane. Le tematiche verdi saranno una costante della lunga carriera di Magni, che con “Lambrada”, ballata in difesa dell’inquinato fiume Lambro, vincerà nel 1992 il Premio Chico Mendes.

Nel 1980 partecipa al Festival di Sanremo con “Voglio l’erba voglio”, canzone che lascia il segno con il suo carico di ironia, le sue parole inventate (strepennati) e un’esibizione sul palco che vale la pena rivedere (su YouTube si trova). Il festival di quell’anno prevedeva il cantato in diretta e le musiche in playback: Magni si presentò accompagnato dai suoi musicisti con in mano strumenti improbabili, che per tutta l’esibizione finsero di suonare. Il testo è un coacervo di canzonature sarcastiche sull’attualità dell’epoca; ascoltandola ci si immerge nel clima degli anni del “riflusso nel privato”. Vengono presi in giro il femminismo (sul tema vale la pena ascoltare anche “La Lumaca”), gli ideali politici, la religione, la droga. Proprio sulla strofa sulla droga, nella serata finale ci fu una piccola polemica: la Rai aveva imposto al cantante di sostituire la frase “chi si fa una pera solamente il dì di festa” con “chi fa il gallo solamente il dì di festa”. Magni si dimenticò di cambiare le parole e per la prima volta a Sanremo venne toccato il tema dell’eroina. Il pezzo sanremese finisce nella raccolta “Cocò”, che vanta collaborazioni preziose con Antonella Ruggiero e Alberto Fortis.

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Nel 1983 esce il suo terzo disco, “Magnetico Tic”, forse il più amato dai fan storici. Negli anni successivi Magni si avvicina alle musiche indiane, visitando spesso il grande Paese asiatico. Il disco “Sai Mama” del 1996 viene pubblicato anche in lingua inglese (“Sai Mother”).

Negli anni duemila torna alla sua Brianza e al dialetto, cantando per tutta la Lombardia e oltre (viene apprezzato anche nella Svizzera italiana) accompagnato dal chitarrista Franco Parravicini e dalla Trilli Band (fiati e cori). Magni contribuisce a far conoscere e a preservare, nei suoi tanti concerti, le ballate popolari e le storie della tradizione lombarda. A questo aggiunge un attenzione al sociale, specie all’ambiente, criticando col sorriso la cementificazione selvaggia che ha cambiato il panorama della verde Brianza che fu. Dopo il disco-libro “Scigula” del 2003, mette in musica pezzi de “I Promessi Sposi” in dialetto brianzolo, lavorando sulla traduzione in comasco fatta da Piero Collina (1910-1983) del capolavoro manzoniano. Queste canzoni vengono inserite nei due successivi dischi, “Balada del Balabiott” del 2008 e “Renzo e Luzia” del 2012.

Nel 2016 pubblica il libro “L’erba voglio era nell’orto. Disagiografia di un cantautore” e nel 2020 riceve il Premio Rosa Camuna, la massima benemerenza della Regione Lombardia. Un premio alla carriera, per un artista che ha contribuito più di ogni altro a raccontare la Brianza, con allegria, sincerità e senza ipocrisia.

TAG: brianza, cantante, cantanti, cantautore, cantautori, Festival di Sanremo, francesco magni, Lombardia, magni, musica, musica italiana, Rosa Camuna
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