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Solitudine. Fiorenzo, 94 anni, chiama i Carabinieri: “Sono solo, venite per il brindisi?”

| 26 Dicembre 2020 | LIBRI

Solitudine. “Buongiorno, mi chiamo Malavolti Fiorenzo, ho 94 anni e sono solo in casa, non mi manca niente, mi manca solo una persona fisica con cui scambiare il brindisi di Natale. Se ci fosse un militare disponibile, dieci minuti a venire a trovarmi perché sono solo».

La commovente telefonata è arrivata la sera della vigilia di Natale alla stazione di Alto Reno Terme, provincia di Bologna. Due agenti sono passati a trovare l’anziano e, dopo aver brindato con lui,  lo hanno aiutato a videochiamare i parenti lontani.

I carabinieri raccontano di averlo trovato  pronto ad aspettarli, chiaramente emozionato ed in fibrillazione per un brindisi. Fiorenzo Malavolti ha fatto due chiacchiere con i gli agenti, ha raccontato loro alcuni aneddoti sulla Seconda guerra mondiale ed è stato aiutato da questi a videochiamare i parenti lontani. Così, la solitudine di Fiorenzo è stata quanto meno smorzata, anche se solo per pochi minuti.

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Questa è una storia che strappa le lacrime, una storia di solitudine, una storia di malinconia in una delle notti più malinconiche, per quanto paradossalmente gioiose, dell’anno. Questa è una storia che ci racconta come nessuno possa farcela da solo, così come Fiorenzo, che ha avuto l’ardita intuizione di chiamare i carabinieri ottenendo ciò che gli mancava di più durante la notte da poco passata.

C’è un motivo se il Natale aggrava ogni tipo di malattia psichiatrica; c’è una ragione se anche persone perfettamente equilibrate, durante le feste natalizie, deragliano dai propri binari. E se a tutto ciò si aggiunge la solitudine, il tutto diventa drammatico, perché “nessuno può farcela da solo”, come recita la conclusione di uno dei racconti del mio ultimo libro, “Qualcosa di superiore”, che vado a pubblicare.

Nella mente di Chiara

È un universo sconfinato, la mente umana. Il nostro cervello ha, al suo interno, uno spazio talmente vasto, che, al confronto, si perdono gigantesche distese di prati, l’enormità del mare, la infinità del cielo.

Chiara, per difendersi dagli spazi infiniti della sua mente, si è chiusa in casa da una settimana, la sua bella casa sul mare. Non mangia, Chiara, da sette giorni. Non dorme. Ha paura, è ossessionata dall’idea di essere spiata. È sicura di avere telecamere in ogni angolo della città sia sua abitudine frequentare. Solo a casa si sente al sicuro. Non avverte malessere, ma una grande stanchezza. Sostiene con forza di stare bene. La conosco da quando era in fasce, Chiara. Non sta bene, affatto. I suoi occhi guardano lontano, non ascolta ciò che le dico, cerca di tranquillizzarmi, come fosse lei il medico e io la paziente.

Non ho mai desiderato, come in questo momento, di aver preso una specializzazione in psichiatria. Sono solo un medico generico, non ho gli strumenti per comprendere cosa stia succedendo in quella mente gigantesca che si racchiude dentro a un viso piccolo piccolo, circondato da capelli biondi da sembrare miele, scarno, ora, sofferente, tirato, impaurito, non ho le competenze per vedere dove arrivano a guardare quegli enormi occhi verdi, tanto, troppo aperti.

«Chi siamo noi» mi dice, «per pensare di poter decidere della nostra vita, quando essa ha una tale forza da decidere per se stessa e per noi tutti».

Quasi non credo alle mie orecchie, perché la sua famiglia mi ha detto che sragiona, mentre mi trovo davanti una persona con capacità di ragionamento addirittura superiore al normale. Mi viene in mente che questi episodi di follia, perché tale è, comunque la si voglia definire, racchiudono in sé dei picchi di genialità, delle luminosissime perle di saggezza. Inizio a domandarmi dove sia la ragione, sempre che essa risieda da qualche parte, in casi del genere. Non sarebbe, forse, più sano lasciare Chiara al suo delirio liberatorio, ai pensieri che sta usando per tenersi a galla rispetto a un dolore evidentemente eccessivo, che rischia di soffocarla?

«Chiara, tesoro» le dico, «ora non si tratta di prendere decisioni per la vita. Ora dobbiamo solo uscire da questo episodio che ti fa stare male» alla fine opto per la ragione dei familiari.

«Io sto bene, dottoressa. Volete capire, tutti quanti, che sto bene? Adesso, la prego, mi scusi, ma ho tanto bisogno di riposare».

Sono stata chiamata da sua sorella, Virginia, la più grande. Una madre non ce l’ha, Chiara. L’ha avuta solo nell’infanzia. È morta di cancro quando lei aveva appena quattordici anni. Suo padre è costretto in casa da un parkinsonismo vascolare che non gli consente di muoversi. Non ha un uomo, Chiara, nonostante i suoi quarantaquattro anni, vive sola ed è, profondamente, sola. Realizzata esclusivamente, e molto, nella professione. È un ottimo avvocato. Di affetti, oltre a quello, semisquartato dalla malattia, di suo padre, ha quello dei due fratelli più grandi: Virginia e Pierluca. Sono stati loro a preoccuparsi per lei. Eppure, nell’arco di sette giorni non sono riusciti a smuovere di un millimetro la sua convinzione. «Sto bene» continua a dire. È quello che dice anche oggi. Rinchiusa nel reparto psichiatrico dell’ospedale, dove tutto puzza di sudicio, di feci, di medicine, dove Chiara si rifiuta di lavarsi i capelli, perché le fa schifo. Anche oggi, dice di stare bene.

Sono passati otto giorni da quella domenica infernale, la più lunga e difficile della mia carriera di medico. È stato necessario ricorrere al tso. Cosa che abbiamo tentato di evitare fino alla fine, i familiari in primis e io. Ma non c’era scelta. Non potevamo lasciarla morire d’inedia. Ora è sotto cure pesanti. Le somministrano due tipi di antipsicotico, un calmante, più volte al giorno e uno stabilizzatore dell’umore. È più docile, ora, Chiara. Ma ancora non sta bene.

«Dottoressa, mi dispiace, ma oggi mi sento molto stordita» mi dice, dopo avermi salutato con la consueta cordialità e i modi squisiti che non ha perso neanche all’apice del delirio.

«Scherzi, Chiara, non hai niente di cui scusarti».

«Sa, mi hanno parcheggiata qui, in questo posto orrendo, pieno di pazzi. Ma chi sa dire qual è il confine tra follia e normalità? La cosa che m’impressiona di più sono queste sbarre, ci sono sbarre ovunque. Ma chi può dire se l’anomalia sta al di qua o al di là di queste sbarre? Chi può affermare con certezza di essere esente da follia nei propri ragionamenti? Chi, dottoressa, mi aiuti a capire».

Ancora una volta rimango sbalordita dalla saggezza di questo scricciolo tutto ossa, capelli e occhi.

«Non lo so, Chiara, è molto difficile dirlo» rispondo, «l’unica cosa che posso affermare con certezza è che al tuo posto mi rivolgerei a uno specialista accreditato».

«Questo è poco ma sicuro. Ma sa, dottoressa, prima di venire qui io stavo bene. L’unica cosa era il sovraccarico di ansia. Più che altro è stato il discorso dell’intervento all’occhio. Mi hanno trovato questo buco nella retina, è stato un trauma. Ho chiesto a Paolo di accompagnarmi a fare l’operazione. Lui ha detto che aveva troppo da fare in studio. Poi ho chiamato Virginia. Lei ha detto che non poteva darmi una risposta fino al giorno prima dell’intervento. Ecco. Mi ha assalita una tale ansia…».

Ecco qual è stato il problema, dico tra me e me, si è sentita abbandonata dalla famiglia. Ha sentito un abbandono cui non ha saputo trovare rimedio.

Aveva superato tutto nella vita, Chiara. La mancanza di sua madre, la malattia di suo padre. L’allontanamento di tutti gli uomini ai quali si fosse avvicinata. Ma l’apparente mancanza di attenzione da parte dei fratelli, evidentemente, ha fatto esplodere le sofferenze di una vita. E così si è sdoppiata in due: la persona saggia e ragionevole che è sempre stata e quella che ha bisogno di aggrapparsi a pensieri consolatori e non basati sulla realtà. Si è creata un recinto di protezione da un dolore che mantiene ancora sopito. 

«Come sta, dottoressa, si accomodi».

Vado a trovarla a casa, tre mesi dopo. Il ricovero è stato lungo, poi ha passato due mesi in semi-isolamento, voluto, questa volta, dalla parte raziocinante di lei. La seconda personalità è scomparsa. Ha acquisito consapevolezza della sua malattia.

«Io sto bene, Chiara. Dimmi di te».

«Non è stato facile. Per niente. Solo adesso mi rendo conto di quanto sono stata male. Avevo un dolore, dentro, talmente forte, che non potevo sopportarlo. Così l’ho nascosto in fondo in fondo, nascosto anche alla mia coscienza. La mente umana ci mette poco ad andare in frantumi. Ecco, la mia era andata proprio in mille pezzi. Ora sto bene come non ricordo di essere mai stata. Faccio due sedute la settimana di psicoterapia e continuo a prendere una marea di farmaci, ma, lei lo sa bene, ho sempre rifiutato anche un’aspirina, ora capisco che, quando indispensabili, le medicine sono una salvezza. L’unica cosa, dottoressa, continua a tormentarmi un pensiero. Mi dispiace per tutte quelle donne ricoverate in ospedale, che passeranno lì probabilmente la fine dei loro giorni. C’erano anche ragazze molto giovani, nessuno veniva mai a trovarle. Ancora adesso mi chiedo: se avessero un affetto, nella vita, un fratello, una sorella, un marito o un fidanzato, sarebbero davvero ancora lì?».

«Io, io non so dirlo Chiara».

«Io sì, dottoressa. Io so dirlo, alla luce di quanto sto scoprendo dei meccanismi della mia testa con la psicoterapia. La risposta è no. Noi esseri umani camminiamo su un filo sottilissimo e tutti rischiamo di cadere da un momento all’altro. Sa qual è l’unica ancora di salvezza dell’esistenza umana?».

«Quale».

«L’amore, dottoressa, l’amore in ogni sua forma. Ho sempre pensato di non aver bisogno di niente e di nessuno. Di poter vivere grazie a ciò che io stessa mi sono costruita. Sbagliavo, Dio se sbagliavo. Nessuno può farcela da solo».

TAG: Brindisi, Danila S. Santagata, Danila Santagata, depressione, Fiorenzo Malavolti, Natale, solitudine
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