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Steve Mc Queen: Lo Stuntman – Attore ribelle

| 19 Ottobre 2020 | CULTURA

Steve Mc Queen

Un ricordo a quarant’anni dalla morte (1930 – 1980)

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Ricorre il quarantennale della morte di Steve Mc Queen, attore poliedrico reso celebre da classici lungometraggi tra gli anni sessanta e settanta.

Conosciuto anche dai più giovani per alcuni spot promozionali in cui la sua figura ha fatto rivivere, postumo, le famose peripezie da pilota su macchine moderne di note Case automobilistiche.

Si cela, però, dietro all’uomo, un passato ed una voglia di essere, ben più complessa ed articolata.

Nato nel 1930 nella rurale Indiana, presto si trasferì nel Montana, a seguito dell’abbandono del padre, stuntman professionista.

La carriera scolastica non gli portò fortuna, tanto che abbandonò presto gli studi per unirsi a una delle prime gangs di strada.

I primi anni sessanta, anche nelle più lette opere di Kerouack, fecero da sfondo alla sua giovinezza travagliata.

La vita di strada, le ragazze facili, l’alcool nei drugstore.

Fu l’interesse della madre ad instradarlo verso una più sicura carriere nei Marines, ove prestò servizio dal 1947 al 1950.

Come riferì il suo biografo ufficiale, Marc Eliot: “Era pronto, mancava poco al debutto”.

Con i proventi del servizio militare si trasferì a New York, dove frequentò il prestigioso corso di studi teatrali tenuto da Lee Starsberg.

A trent’anni, con più tempo passato a fare gavetta sulla strada che nelle sale teatrali, mosse i primi passi nel mondo del cinema.

Quali erano i generi che in quegli anni erano i più seguiti?

Il genere commedia, quello bellico, ma non ancora il poliziesco duro e puro.

Quel genere che avrebbe lanciato, anzi rilanciato in America un suo grande amico, Clint Eastwood.

Se il genere commedia poteva essere appannaggio per belli e “falsamente” dannati come Robert Redford, Steve Mc Queen si approcciava ad un genere che, in realtà, era già nelle sue corde.

La Grande Fuga

 

Tralasciando “I Magnifici 7” del 1960, di cui si farà riferimento alla fine di queste poche righe, la Menzione d’Onore va al classico ed insuperabile “La Grande Fuga”.

Interpretando mirabilmente il Capitano Virgil Hilts, prigioniero insofferente, sempre pronto alla fuga e sempre punito dopo essere stato ripreso, Steve dimostra abilità nel mantenere un contegno da ufficiale e da uomo, diversamente dal collega che lo segue nelle fughe, suicidatosi di lì a breve.

È il paradigma della sua vita: ribellione, punizione, espiazione.

Cinematograficamente riconosciuta come una delle scene meglio riuscite, quella in cui cerca di scavalcare il reticolato che divide il confine tedesco con quello svizzero a bordo di una motocicletta Triumph TR6 Trophy, divenuta leggendaria.

A tal proposito molto si è favoleggiato.

Si dice che il 90 % sia stato girato senza l’ausilio di controfigure, la parte più rischiosa, quella del filo spinato, sia stata affidata ad un amico e compagno di corse del protagonista.

La seconda parte della carriera vide Steve McQueen impegnato, sia pur sul fronte bellico, ma in un a pellicola intensa.

 

Quelli della San Pablo

Da un romanzo di Richard McKenna, adattato da Robert Anderson.

Nel 1926 una cannoniera USA che pattuglia il fiume Yang Tse, sullo sfondo della Rivoluzione cinese e  è coinvolta nel conflitto armato tra nazionalisti e comunisti. ( Cfr. Morandini).

A bordo Jake Holman in qualità di capo motorista.

Un film in cui il desiderio di giustizia nel salvare una ragazza cinese dalle angherie di superiori arroganti, porta  Holman a scontrarsi con le gerarchie militari ed a convivere con un equipaggio composto perlopiù da cinesi incapaci e diffidenti.

L’incontro con una missionaria segnerà psicologicamente ed umanamente il destino di Holman.

Fermamente coninto nel difendere il lavoro della missione, assieme al suo superiore, perderà la vita, permettendo al gruppo di missionari di mettersi in salvo.

Ecco che, come nel film “la grande fuga”, un senso di libertà, onore e servizio, accompagnano il protagonista.

Non disgiunto, tratto caratteristico dell’attore, da una certa insofferenza verso la disciplina.

 

I Magnifici 7

Questo film, per la regia di Sturges, vede la presenza di Steve McQueen, ma è considerato, da parte della critica, come un film corale, ove i protagonisti, pur rivestendo tratti particolari distinti, si fondono in un tutt’uno.

“Ognuno degli otto personaggi è un condensato delle possibilità di creare vicende da tratti semplicissimi: Yul Brinner, Eli Wallach, Horst Buchholz, Steve McQueen, Charles Bronson, Robert Vaughn, James Coburn, Brad Dexter sono l’anima e il decoro di un metodo produttivo e d’intrattenimento che non solo si celebra ma si pone al servizio dello spettatore, del suo divertimento. John Sturges si limita a filmare, con sacrosanta trasparenza, una sceneggiatura tratta dalla storia di Akira Kurosawa, I sette samurai; da professionista del western con ogni contorno ed in ogni salsa. Corretto e scorrevole è la piece ben faite del nostro secolo, battute ed azione si intrecciano con leggerezza, complicità e totale disimpegno”. (Luigi Garella)

Insomma, un carattere poliedrico, un passato difficile, l’amore per auto e donne.

Accompagnati, secondo molti colleghi, da una dedizione ed un perfezionismo, sopratutto nelle scene più rocambolesche.

A 50, scomparendo in maniera prematura, veniva a mancare un attore che in molti, anche forzatamente o goffamente, hanno cercato di emulare.

TAG: I Magnifici 7, la Grande fuga, Steve McQueen
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